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Apparecchio murario (restauro)

Amelia (Terni), resti della cinta muraria in opera poligonale (III sec. a.C.).
Amelia (Terni), resti della cinta muraria in opera poligonale (III sec. a.C.).

Definizione

L’insieme delle caratteristiche, delle lavorazioni, della natura dei materiali utilizzati in una muratura e delle modalità di posa in opera viene definito apparecchio murario.
È possibile osservarne diversi tipi direttamente sugli edifici o, indirettamente, su pubblicazioni specialistiche (come manuali o trattati di architettura) e su documenti archivistici. Si configura un panorama molto articolato e differenziato, dove la ‘norma’ si adatta alle consuetudini della tradizione, alle peculiarità di un cantiere, di un ambito geografico e di un’epoca.
Una muratura è costituita da elementi lapidei, naturali o artificiali, collegati fra loro in modo stabile, al fine di ottenere un elemento costruttivo unico. Ciò si può conseguire in diversi modi, per semplice sovrapposizione, con incastri, grappe in legno o metallo o mediante l’uso di malta. Quest’ultima è una materia originariamente allo stato plastico, costituita da un impasto di legante, cariche e acqua, che indurendosi diviene il necessario legamento resistente fra i vari componenti.
Gli elementi lapidei naturali vengono impiegati più o meno lavorati, a seconda del grado di durezza, lavorabilità, destinazione d’uso, convenienza economica, epoca storica, area geografica ecc. Gli elementi artificiali sono costituiti normalmente da argille opportunamente scelte, lavorate, impastate con acqua, poi seccate al sole o cotte in fornace in forme opportune.
La posa in opera può essere più o meno ordinata. Negli apparecchi irregolari gli elementi sono disposti in modo apparentemente casuale, privi di una loro geometria ordinatrice, mentre in quelli più regolari sono presenti filari orizzontali o suborizzontali, secondo i quali vengono disposti i singoli elementi. All’interno di apparecchi irregolari possono essere realizzati ricorsi orizzontali, per migliorare il funzionamento statico della struttura muraria.
L’apparecchio può essere uniforme in tutto lo spessore del muro, ma quest’ultimo può anche essere costituito da un nucleo e due paramenti realizzati con materiali e disposizione differenti.

Tipologie murari nell’epoca antica

Fra i tipi murari con vere peculiarità costruttive si annoverano l’opera pseudopoligonale e poligonale (in uso fra il VI e il I secolo a.C.), ottenute sovrapponendo, generalmente senza malta o altri leganti, blocchi di pietra sommariamente sbozzati. Le varianti all’interno di questo apparecchio sono numerose e solo in parte corrispondono ad un’evoluzione cronologica.
L’opera a blocchi squadrati si ottiene sovrapponendo elementi in pietra di forma parallelepipeda e regolarmente squadrati, detti “conci”. Questo apparecchio murario fu usato sovente dai Greci, i quali impiegarono conci parallelepipedi a sezione quadrata e con le altre facce di lunghezza proporzionale. In Italia è diffuso dall’età arcaica nell’area etrusca. Greci e Romani adottarono un apparecchio in cui si sovrappongono, a filari alterni, ortostati (conci collocati nel senso della lunghezza del muro) e diatoni (collocati nel senso della larghezza). Queste murature erano generalmente poste in opera senza malta, assicurando i conci l’uno all’altro con grappe e perni di legno o di metallo.
L’opus africanum, così chiamato perché diffuso prevalentemente in nord Africa, si compone di uno scheletro resistente in grandi blocchi, tamponato con elementi più piccoli, secondo un sistema che ha trovato una certa persistenza nelle fabbriche altomedievali e medievali che sfruttano materiale di reimpiego.
L’opus caementicium e le opere in concrezione con rivestimento in pietra hanno origini remote e raggiunsero, presso i Romani, un alto grado di perfezione. Comportano l’uso di malte, ad esempio costituite da calce e pozzolana, versate a strati in apposite casseforme, poi costipate da elementi lapidei di limitate dimensioni (caementa), in modo da ottenere, dopo la presa delle malte, strutture particolarmente resistenti e quasi monolitiche. Le casseforme potevano essere in legno o in muratura realizzata in pietra naturale o artificiale.
L’opus latericium è costituito da mattoni fatti essiccare al sole e fu largamente impiegato nel bacino del Mediterraneo o, con un apparecchio simile, anche in Oriente, India, Cina e nell’America precolombiana. La terra utilizzata era spesso costituita da argilla o da altri terreni sedimentari compatti.
Presso i Romani l’opus latericium venne sostituito, a partire dalla fine del I sec. a.C., con l’opus testaceum, formato da mattoni cotti in fornace e utilizzato prevalentemente come paramento dell’opus caementicium.
Esclusivamente riconducibili all’architettura romana sono l’opus reticulatum e l’opus quasi reticulatum, che posseggono un paramento costituito da elementi troncopiramidali in pietra (cubilia) disposti secondo un andamento diagonale. L’opus reticulatum costituisce la tecnica più diffusa nell’architettura romana dal I secolo a.C. all’età degli Antonini; l’opus quasi reticulatum, meno regolare per quanto riguarda sia la disposizione che le dimensioni dei cubilia, ne rappresenta il primo stadio di sviluppo.
Fra gli apparecchi costituiti da elementi di dimensioni limitate si annovera l’opus incertum, apparso in ambiente romano sul finire del III secolo a.C. e utilizzato comunemente nei due secoli successivi. È costituito da piccoli elementi irregolari legati ad un nucleo interno in opus caementicium, del quale, a volte, rappresenta semplicemente la superficie esterna lasciata a vista.
Le murature miste impiegano apparecchi e materiali diversi per rispondere ad esigenze statiche (in alcuni casi vi sono elementi portanti e di sostegno, altri di riempimento) e di qualificazione formale. Nell’opus reticulatum mixtum romano fasce orizzontali, e talvolta verticali, interrompono murature in opus reticulatum, e nell’opus vittatum mixtum si alternano uno o più strati di conci lapidei squadrati con altri di mattoni. Nell’opus incertum mixtum si realizzano filari regolari all’interno di murature in opus incertum.

Tipologie murari medievali

Molte delle tipologie murarie utilizzate e sviluppate in epoca romana permangono nel corso del medioevo, seppure con caratteristiche peculiari, legate, fra l’altro, al vasto fenomeno del reimpiego dei materiali e, in alcuni periodi, alla differenza di qualità espressiva e di magistero esecutivo.
È possibile individuare, nel passaggio fra la realtà costruttiva romana e quella medievale, persistenze e variazioni nell’ambito di territori differenti. La costruzione medievale, seppur influenzata da vincoli di natura diversa, è infatti fortemente radicata nella consuetudine edilizia che trae origine direttamente dalla costruzione romana e che, nel tempo, sembra trovare applicazione prima nelle fabbriche religiose e poi in quelle civili.
Fra gli apparecchi murari direttamente riconducibili a tecniche costruttive romane si annovera la muratura definita ‘a blocchetti lapidei’. Essa rappresenta il recupero medievale, seppure con le sue specificità, d’una tecnica presente in territori dell’Impero quali l’Italia centro-settentrionale e la Provenza, a partire dall’età augustea, dove un apparecchio simile si diffuse probabilmente in sostituzione dell’opus reticulatum. Ne esemplificano l’uso le mura di Fano (10 d.C.) e, sempre in epoca giulio-claudia, il teatro di Verona e l’anfiteatro di Padova.
È composta da elementi lapidei di limitate dimensioni ma di forma e apparecchio piuttosto regolare. La sua diffusione ebbe inizio fra gli ultimi anni del XII secolo ed i primi del secolo seguente, in area romana, e cominciò a perdere le proprie connotazioni originali, volgendo verso un’apparecchiatura in ‘pezzame’, nel corso del XV secolo. Gli elementi lapidei sono squadrati più o meno regolarmente e presentano una finitura superficiale solo sulla faccia a vista. La rimanente parte è sbozzata irregolarmente con sagoma ‘a cuneo’ nella sezione verticale, e triangolare o, nella maggior parte dei casi, trapezoidale nella sezione orizzontale.
Alle stesse origini rimanda la tecnica romanica ‘a filaretto’, nella quale le pietre, di altezza pressoché costante, di piccole ma, più propriamente, medie dimensioni, sono disposte secondo filari orizzontali. Si diffuse nel XII secolo, prevalentemente in Toscana e rimase in uso comunemente fino al secolo successivo, per essere poi in parte sostituita da murature in pietrame, con posa in opera irregolare, o in mattoni, anche se non mancano esempi più tardi.
Una certa diffusione ha avuto anche la tecnica a ‘spina di pesce’, applicata negli spiccati murari e ricollegabile alla tradizione tardo-romana. Formata da ciottoli allettati con malta abbondante è presente nella Liguria altomedievale e resta in uso, nell’architettura ecclesiastica, fino al X-XI secolo. In Piemonte tale tecnica è frequente nel XIII secolo, ma permane a lungo in tutta la regione. Con lo stesso apparecchio si trovano messi in opera mattoni di piccole dimensioni e frammenti di tegole di recupero.
Fra gli apparecchi murari medievali che nascono e si sviluppano autonomamente in una determinata area geografica si ricorda, a titolo di esempio, la tecnica muraria definita ‘a cantieri’, in area campana. È realizzata apparecchiando materiale lapideo, in molti casi senza curarne la giacitura orizzontale, facendo uso di grandi quantità di malta. L’apparecchio è caratterizzato da cesure orizzontali poste ad intervalli variabili, rese evidenti dalla presenza di materiale minuto e dal doppio strato di malta, utilizzato per regolarizzare il piano di posa inferiore e mettere in opera il pietrame del ricorso successivo. Nonostante la varietà delle caratteristiche di queste murature, è possibile, analizzando l’altezza dei cantieri, la dimensione dei componenti e il loro grado di lavorazione, delinearne uno sviluppo cronologico fra tardo medioevo e XVII secolo.

L’apparecchio murario nell’epoca moderna

Anche nell’architettura rinascimentale, come nei periodi successivi almeno fino al XIX secolo, restano in uso, seppur con variazioni e permanenze definibili caso per caso, molti degli apparecchi murari romani. Più che replicare gli antichi apparecchi l’architetto del Rinascimento ne estrae le ‘regole’ e le adatta alle specificità di ogni singolo cantiere.
Murature completamente realizzate in mattoni, a formare quasi un blocco unico, sono apprezzate ed auspicate da Leon Battista Alberti. Questa aspirazione alla compattezza muraria si traduce nella progressiva riduzione dello spessore dei ricorsi in malta, riscontrabile già in età romana alto-imperiale e ripresa prevalentemente nei cantieri del Cinquecento, soprattutto sulle superfici esterne a vista. Se muri costruiti interamente in mattoni rimasero numericamente limitati, si realizzarono in questo secolo, soprattutto in ambito romano, molte cortine laterizie fortemente compatte a rivestire nuclei in pietrame, frammenti di tegole e mattoni.
Numerose restano le varianti locali anche nei periodi successivi, di cui si ricordano qui solo alcuni esempi. In Piemonte, le fonti testimoniano la realizzazione, fra Cinquecento e Seicento, di murature cosiddette “ordinarie”, costruite con tre o quattro corsi di pietra e uno o due di mattoni, mentre in Campania, nel corso del XVIII secolo, si afferma un apparecchio a bozzette disposte a filari, che dura fino all’inizio del XIX secolo, con un progressivo miglioramento delle tecniche di lavorazione del materiale e della posa in opera.
A partire dall’Italia settentrionale si sviluppa la tendenza a superare la realizzazione di muri spessi e pesanti, tipicamente romana e napoletana, a favore di strutture murarie completamente costruite in mattoni, di peso e spessore ridotti. A Venezia la necessità di ottenere muri di esiguo spessore, per limitare i carichi su suoli a bassa resistenza, aveva favorito l’adozione di muri di mattoni sottili ma sicuri in quanto costruiti con materiali di qualità e dal comportamento pienamente prevedibile.
Sviluppi in tal senso si ebbero in Piemonte nel corso del XVII secolo, anche grazie all’opera di Guarino Guarini, che indagò le possibilità estreme delle strutture in laterizio.
Murature miste sono molto frequenti nel corso di tutto il XIX secolo. Daniele Donghi descrive un particolare apparecchio, definito, in ambiente lombardo, ‘interzato’, formato da corsi di mattoni di buona qualità che si alternano ad altri di caratteristiche peggiori.
Nel corso del XX secolo e fino ad oggi, la cura dell’apparecchio murario, specialmente in mattoni, pur con alterne vicende, è perseguita con speciale attenzione in architetture di qualità e tecnologicamente accurate.

Bibliografia

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