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Acquedotto

Roma, Ponte Lupo, struttura con cui l’Aqua Marcia oltrepassa il Fosso dell’Acqua Rossa.
Roma, Ponte Lupo, struttura con cui l’Aqua Marcia oltrepassa il Fosso dell’Acqua Rossa.

Definizione-Etimologia

Dal latino aquae ductus, conduttura d’acqua, l’insieme di opere che servono a condurre acqua da un luogo di attingimento (sorgente o bacino) a quello di utilizzazione. Il termine è usato nel parlare corrente per indicare le arcuationes, le serie di archi che mantenevano in quota lo speco, piuttosto che le altre parti; di fatto, almeno fino ai primi del Novecento, l’interesse antiquario si concentra su questi elementi monumentali trascurando l’interezza degli impianti, in larga parte sotterranei. Generalmente un acquedotto è formato da un’opera di presa, da una condotta con edifici utili alla manutenzione lungo il percorso e da opere di raccolta, trattamento e distribuzione nel luogo di arrivo.

Storia

I più antichi resti noti di acquedotto sono in Mesopotamia (prima metà del IV millennio a.C.). Sistemi di raccolta e trasporto delle acque in canali e cunicoli sono utilizzati nei regni orientali dall’VIII secolo a.C. (ad esempio la galleria di captazione detta qanat) e sono raffrontabili con quelli di drenaggio e raccolta degli etruschi e di altre popolazioni italiche prima dell’espansione di Roma. Nella Grecia classica si utilizzano per captare e addurre acqua sistemi con cunicoli ricavati entro rilievi o canali superficiali con opere murarie accessorie, con tubazioni (fittili o in pietra), o canali scavati nella roccia, con o senza intonaco, protetti da lastre in pietra.
Per l’età romana abbiamo conoscenze più dettagliate sulla costruzione e gestione degli acquedotti grazie al trattato di Frontino (97 d.C.), magistrato alle acque sotto Nerva. Le sorgenti venivano scelte sulla base di osservazioni empiriche e captate con diversi metodi (dal sottosuolo con gallerie, da acque superficiali con prese collegate ad una vasca di sedimentazione, da bacini artificiali dotati di chiuse). L’adduzione avveniva per gravità, attraverso una lieve pendenza del condotto (Plinio e Vitruvio indicano valori non inferiori all’1,5-2%); per mantenere la quota lungo il percorso si realizzavano gallerie per superare rilievi e sostruzioni su archi o, più raramente, sifoni per superare valli. Lo scavo dei settori in galleria era fatto predisponendo pozzi che in seguito venivano impiegati per ispezione e pulitura. La manutenzione era continua (rimozione dei depositi calcarei, riparazione di lesioni, consolidamenti). All’arrivo in città l’acqua era convogliata in strutture di ripartizione e distribuita all’utenza. Gli acquedotti che servivano Roma al tempo di Frontino erano Aqua Appia (312 a.C.), Anio Vetus (273 a.C.), Aqua Marcia (144 a.C.), Aqua Tepula (125 a.C.), Aqua Iulia (40 a.C.), Aqua Virgo (19 a.C.), Aqua Alsietina (2 a.C.), Aqua Claudia e Anio Novus (38-52); seguiranno l’Aqua Traiana (109) e l’Alexandriana (226); molte delle loro strutture sono ancora visibili, in particolare le arcuationes, costituenti un carattere identificativo del paesaggio della campagna romana. Gli antichi acquedotti di Roma furono danneggiati nel 537, durante la guerra gotica, e in parte riparati subito dopo; tra VII e IX secolo diversi papi avviano restauri ma in generale, dal IX secolo in poi, queste strutture perdono la funzionalità che sarà in parte recuperata solo dal XV secolo.
Durante il Basso Medioevo alcuni acquedotti sono costruiti ex novo, specie tra XII e XIII secolo; acquedotti e altre opere idrauliche sorgono a opera degli arabi nelle terre sotto il loro dominio. Interessanti le soluzioni tecniche in area tedesca (Brema, Augsburg, XIV secolo) con condotte fittili, in ferro, piombo o in legno (Lubecca, 1294). Tra XVI e XVII secolo si hanno in Roma consistenti lavori di ripristino degli antichi acquedotti, associati ad altri interventi di igiene urbana. Sull’Acqua Vergine si interviene già prima del 1510, poi dal 1561 con Pio IV e Pio V; Sisto V fa realizzare l’Acqua Felice sfruttando le sorgenti della Marcia e della Alexandriana (1585); Paolo V fa restaurare e ampliare l’Aqua Traiana creando l’Acqua Paola (1607). A Parigi nel XVII secolo Maria de’ Medici fa rinnovare l’acquedotto d’Arcueil; del 1753-1762 è l’acquedotto di L. Vanvitelli voluto da Carlo III di Borbone per Caserta, con ponte a tre ordini di arcate e 67 torrini-sfiatatoi. L’acquedotto leopoldino, caratterizzato dalle strutture neoclassiche di P. Poccianti, fu costruito tra XVIII e XIX secolo per rifornire Livorno.
Dal XIX secolo in poi aumenta l’uso dei materiali metallici e si comincia a favorire il sistema a pressione, anche se alcuni acquedotti sono ancora a gravità (ad esempio il canale principale dell’acquedotto pugliese, costruito fra le due guerre mondiali). In ghisa e ferro è l’acquedotto Pontcysyllte, nel Galles. Della fine del XX secolo sono imponenti realizzazioni negli USA, come l’acquedotto del Colorado (1933-1941, 392 km). L’acquedotto libico “Grande fiume artificiale”, cominciato nel 1989, con condotte in c.a. precompresso, porta acqua fossile alle città della costa.

Morfologia

Le opere di presa sono diverse a seconda del tipo di risorsa da cui si attinge. Per le acque sotterranee: pozzi e trincee; per le acque superficiali: captazione semplice o con invaso artificiale e galleria di derivazione; per i laghi: gallerie o stazioni di pompaggio. Le opere di adduzione (condutture) possono essere a pelo libero (in c.a. con varie sezioni, poggiate su fondazione continua o terrapieno), o in pressione (tubi in ghisa sferoidale, acciaio, polietilene PVC, c.a. precompresso o vetroresina). Le condotte a pelo libero funzionano a gravità: l’acqua riempie solo in parte la condotta e si sposta per la differenza di quota tra la presa e il punto di arrivo; per le condotte in pressione l’energia per il moto dell’acqua è invece data da pompe poste in locali detti centrali di spinta. In genere si cerca di associare il tracciato ad un percorso stradale per ridurre le servitù e per sfruttarne ponti e gallerie. Per il superamento di dislivelli le condotte a pelo libero hanno bisogno di ponti-canale o dell’inserimento nel punto da superare di un tratto in pressione; per le condotte in pressione si utilizzano ponti, tubi autoportanti oppure si pone il tubo al di sotto della quota dell’ostacolo; i rilievi si superano con trincee o gallerie. Lungo il corso delle condotte a pelo libero sono posti pozzetti di ispezione; nelle reti vengono inserite apparecchiature di controllo (saracinesche, sfiati eccetera). Al termine della conduttura è un serbatoio in cui viene accumulata l’acqua quando la produzione supera il fabbisogno e da cui viene tratta quando necessario; i serbatoi sono posti in corrispondenza di alture prossime al luogo da servire, pensili se non è possibile collocarli altrimenti alla quota idonea. Anche se non tutti i serbatoi pensili sono riusciti a coniugare l’aspetto funzionale con quello estetico e di rispetto del contesto, non mancano tuttavia esempi di positivo inserimento nel paesaggio urbano (Centro idrico di Roma Eur, F. Palpacelli, 1974-1989). Dal serbatoio parte la condotta di avvicinamento che si connette a una condotta anulare da cui si dipartono le condotte di distribuzione che a loro volta si collegano alle condotte di allacciamento con requisiti tecnici e stato giuridico diversificato secondo l’utenza.

Bibliografia

Ashby T., Gli acquedotti dellAntica Roma, Roma, 1991; Galli F. (a cura), Sesto Giulio Frontino, Gli acquedotti di Roma, Lecce, 1997; Mantica I., Dispense di costruzioni idrauliche, Università degli Studi di Ancona, a.a. 1979-80; Mari Z., Note sugli acquedotti della valle dellAniene, in «AMST», LIX, 1986; Simoncini G., Roma: le trasformazioni urbane nel Cinquecento, Firenze, 2008, I. Trevor Hodge A., Roman aqeducts and water supply, London, 1992; Vitruvio, De architectura, P. Gros (a cura), Torino, 1988.

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