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Anfiteatro

El Jem, Tunisia, interno dell'anfiteatro (foto P. Perfido).
El Jem, Tunisia, interno dell'anfiteatro (foto P. Perfido).

Definizione-Etimologia

Edificio dell’architettura romana destinato ai ludi gladiatori (munera gladiatoria) e ad altri spettacoli (venationes, scontri tra gladiatori e animali). Il termine latino amphithea-trum deriva dal greco amphithéa-tron in cui il suffisso amphí indica “intorno”, “da entrambe le parti”. “Structum utrumque theatrum” scrive Ovidio per descrivere il primo anfiteatro stabile di Roma, quello di Statilio Tauro (29 a.C.), a testimoniare l’idea della costruzione a due lati. L’accezione contemporanea (disposizione ad anfiteatro) richiama il tipo di costruzione costituita da una cavea contenente gradini per gli spettatori polarizzata da un’area centrale per spettacoli, lezioni ecc.

Generalità

A differenza dell’assetto strutturale-architettonico di teatri e circhi, che trovano nelle precedenti esperienze greche la matrice di derivazione, l’anfiteatro rappresenta un’innovazione esclusivamente romana, pur se ispirata, nei caratteri della facciata e nella tecnica costruttiva dei tipi più maturi, al modello costruttivo del teatro.
Tra i grandi organismi architettonici dell’antichità classica, l’anfiteatro, praticamente sconosciuto al mondo greco, costituisce l’esito originale di un processo tutto interno alla cultura italica. I primi spettacoli gladiatori sono documentati già nel IV secolo a.C. in Etruria e in Campania quali combattimenti funerari di natura agonistica più che sacrificale.
La conformazione geometrica, determinata dallo spazio agonale che ospitava combattenti in continuo spostamento secondo più direzioni, trova nella necessità di assicurare al pubblico una percezione visiva ottimale il principale fondamento dell’adozione di una pianta ellittica o, più raramente, ovale. In realtà, malgrado alcune incerte interpretazioni ricorrenti in letteratura (ad esempio, oltre la citata frase di Ovidio, Isidoro di Siviglia, Etymologiae sive origines, XV, II, 33-35, spiega il significato riferendolo alla configurazione ottenuta da due teatri affiancati) o sporadiche sperimentazioni antiche (si veda la soluzione dei due teatri di legno addossati, che ruotando formavano un anfiteatro, realizzata da Scribonio Curione nel 52 a.C.), il termine non è da intendersi nel significato di doppio teatro o unione di due teatri, bensì di spazio destinato agli spettatori che corre tutt’attorno all’arena.
In genere, l’anfiteatro è costituito da un sistema di gradinate, o maeniana, consistenti in ripiani (praecintiones), divisi verticalmente in settori detti cunei. L’accesso degli spettatori, negli edifici più grandi, era assicurato mediante vomitoria che si aprivano direttamente sulle gallerie anulari al di sotto delle gradinate. Lungo l’asse maggiore erano ricavati due ingressi che permettevano l’entrata diretta dei gladiatori nell’arena e il trasporto dei caduti nei combattimenti (porta libitinaria). Completava il sistema di funzioni correlate una serie di ulteriori ambienti di servizio, tra cui: gli spazi sotterranei per le belve, i montacarichi e gli imponenti impianti idrici per le naumachiae; i ludi o scuole di gladiatori; lo spoliarium, per i gladiatori feriti o uccisi; il vivarium, con i servizi di cucina; il summum choragium, corrispondente allo spogliatoio e ai servizi tecnici.
Superiormente riparava dal sole gli spettatori un grande velum, fissato ai pilastri posti in sommità e, talvolta, teso mediante corde ancorate a cippi lapidei saldamente assicurati al suolo.

Derivazione, processo formativo e filoni tipologici

Nonostante un’opinione diffusa che considera la nascita del tipo dell’anfiteatro unicamente come conseguenza dell’intento di organizzare uno spazio agonale per i gladiatori, recenti studi sull’argomento danno prova dell’esistenza di un’origine più complessa, risultato di una graduale evoluzione derivata dal costante uso degli spazi urbani talora impiegati occasionalmente per i combattimenti, uso in seguito evolutosi secondo un processo di maturazione del tipo nelle differenti aree di diffusione territoriale (Italia, Nord Africa, Francia, Spagna).
L’indagine comparativa eseguita sulla quasi totalità dei casi noti testimonia l’esistenza di un apporto sincretico specialmente di tipo strutturale-costruttivo, conseguenza di numerose esperienze avviate pressoché simultaneamente in tutto il mondo romanizzato.
Gli spazi in origine dedicati a questa attività risultano essere, al riscontro delle fonti, tutti quelli aventi in generale una vocazione adeguata allo scopo. In Roma, a eccezione del primo munus del 264 a.C. istituito nel Foro Boario, o dei saepta nel recinto del Campo Marzio quale zona destinata alle riunioni elettorali, è nel Foro Romano, almeno fino all’età repubblicana, il luogo più adatto allo svolgimento dei combattimenti. Ciò anche grazie al contesto monumentale esistente in cui erano organizzate le tribune.
Sembra interessante, a questo proposito, l’ipotesi (Welch, 1994) della graduale configurazione architettonica del luogo attraverso l’interposizione, ai due estremi della piazza forense, di una coppia di cavee lignee ospitanti le gradinate per gli spettatori, come si riscontra in alcune realizzazioni fra il II secolo e l’inizio del I secolo a.C. Lo spazio interno così ottenuto, pur impiegando due cavee agli estremi, opposte e non direttamente connesse, resta subordinato alla configurazione di una geometria tendente all’ovale. Ciò potrebbe avere ispirato la progressiva acquisizione di una nuova nozione di spazio, opportunamente strutturato, pur in presenza di costruzioni ancora effimere.
Tuttavia la dimostrazione che si sia trattato di una ricerca originale, conquistata attraverso la pragmatica abilità romana nel coniugare simultaneamente necessità tecnico-costruttive, utilitas e monumentalità architettonica, è fornita dal processo evolutivo del tipo consumato in soli tre secoli. Da un iniziale sfruttamento delle condizioni naturali del sito, favorevoli alla sistemazione di un’arena e della cavea parzialmente o totalmente scavata nel terreno, si arriva alla costruzione di imponenti organismi complessi, interamente fuori terra, dall’articolata leggibilità esterna.
Sebbene il perfezionamento della tecnica costruttiva, che evolve rapidamente nel sistema strutturale continuo (con sistemi murari voltati organizzati in una configurazione anulare), porti all’annullamento delle spinte orizzontali, il suo sviluppo non segue un processo lineare di sostituzione di tipi interamente o parzialmente scavati con organismi costruiti integralmente fuori terra. Tali soluzioni risultano infatti convivere simultaneamente. Sul piano della tecnica costruttiva va, dunque, ammessa l’esistenza di subfiloni tipologici paralleli frutto della convenienza d’uso del sistema da impiegare, la cui scelta dipendeva, di volta in volta, dalle caratteristiche geomorfologiche del suolo, da ragioni di natura economica, dalla rapidità di esecuzione.
Alla categoria degli anfiteatri interamente scavati nel suolo naturale appartiene la grandiosa opera di Leptis Magna; Rusellae (Etruria) e Alba Fucens (Sannio) rientrano nella sperimentazione degli anfiteatri costruiti su terrapieni artificiali in presenza di contenimento esterno; al tipo identificato da strutture costituite da terrapieni divisi in settori con muri o cassoni appartengono gli impianti di Mérida (Lusitania), Milano, Venusia (Apulia), Cartagine e Lione.
Del filone più tardo, particolarmente sperimentato in età giulio-claudia, si riconoscono le monumentali realizzazioni costituite da sistemi murari (in opus caementicium con rivestimento di mattoni) organizzati secondo radiali e controradiali (Verona, Roma, Nîmes, Arles ecc.). Seppure raramente, alcune di queste realizzazioni presentano un sistema costruttivo-distributivo anulare (si vedano i casi di Verona, Terni, Pola) che fiancheggia la facciata, liberandola, per così dire, dall’incidenza diretta delle murature radiali a essa ortogonali.
La comparazione dimensionale dei principali anfiteatri rende evidente, pur nella cospicua varietà di soluzioni tipologiche costituite da numerose varianti, la relazione organica che si instaura tra assetto statico-costruttivo e complessità dell’organismo. Similmente a quanto è possibile riscontrare in altri edifici a funzione specifica, il tipo presenta apprezzabili variazioni dimensionali dipendenti, in questo caso, dal numero di spettatori da ospitare. Ad esempio, l’anfiteatro di Aosta risulta avere un asse maggiore, misurato all’estremo della cavea, pari circa alla metà di quelli di Cartagine, Verona e Italica (Spagna). Dall’articolazione delle parti strutturali risulta evidente la relativa semplicità di tale realizzazione, con elementi a cassone e muri radiali, rispetto ad altre definite da sistemi murari radiali variamente connessi in cui compare di frequente la tecnica dell’opus caementicium.
La sintesi più organica del rapporto fra le diverse parti costituenti l’intero edificio viene raggiunta nell’Amphitheatrum Flavium (inaugurato a Roma nell’80 d.C. sotto Tito), detto Colosseo nel Medioevo probabilmente perché nei suoi pressi sorgeva una colossale statua di Nerone. L’immensa cavea presenta assi di 187,75 m e 155,60 m con uno spessore di 54,20 m (si stima un numero di spettatori variabile tra i 40/45.000 e 70/73.000, compresi i posti in piedi). L’altezza raggiunge circa 50 m, articolandosi in quattro livelli gerarchici con tre ordini di arcate, definiti dalla sovrapposizione canonica degli ordini (tuscanico, ionico, corinzio) e dall’aggiunta di un attico caratterizzato da lesene corinzie. Questa ricercata articolazione esterna, mutuata dalla precedente esperienza romana del Teatro di Marcello, sembra raggiunta attraverso una sperimentazione che ha origine nell’impiego di pareti piene, prive di articolazione, negli anfiteatri parzialmente scavati e su terrapieni, gradualmente trasformata nella gerarchia degli ordini verticali e definita da semicolonne alternate a fornici, propria delle strutture più tarde che impiegano un sistema costruttivo a struttura radiale cava.

Collocazione rispetto all’insediamento urbano

La maggior parte degli anfiteatri costruiti nelle città romane risulta esterna al circuito murario. Ragioni di natura cronologica (edificazione successiva alla fondazione dell’insediamento) e anche di scarsa reperibilità di spazi idonei internamente al nucleo urbano ne spiegano la posizione periferica o esterna alle mura. La lontananza dall’insediamento consentiva peraltro, similmente agli stadi odierni, di non congestionare le zone centrali della città facilitando l’accesso ai numerosi spettatori provenienti anche dalle campagne. Ovviamente, l’ampliamento dell’abitato ha in molti casi determinato l’annessione al tessuto urbano di tali strutture a destinazione specifica già in epoca antica (come a Pompei, Verona, Lecce, Aquileia, Trento ecc.) o in seguito, specialmente con le espansioni medievali (come a Firenze, Lucca, Assisi, Tours, Arles, Nîmes ecc.), con la graduale trasformazione delle strutture superstiti in abitazioni, come conseguenza della condizione di oblio dei ludi di tradizione romana (IV-VI secolo d.C.).
Rarissimi sono i casi di anfiteatri realizzati nel cuore della città (Paestum, Roma). Nel centro campano l’anfiteatro compare a fianco del Foro Romano, in un’area centrale dell’antica città magnogreca (Poseidonia) con agorà. La ristrutturazione del 273 a.C., in coincidenza della deduzione della colonia latina, comportò la trasformazione della vasta zona a destinazione specifica in zona progressivamente occupata da abitazioni e dall’edificio per i ludi gladiatori.
Della realizzazione del Colosseo, fra il Palatino, l’Esquilino e il Celio, è interessante ricordare la scelta strategica relativa alla collocazione, nell’ampia depressione in cui si estendeva il lago della Domus Aurea, distrutta dall’imperatore Vespasiano pochi anni dopo la morte di Nerone.
Quando motivi legati alla geomorfologia del suolo o presupposti di altra natura, come ad esempio la facilità di approvvigionamento e trasporto del materiale da costruzione, non ne condizionavano l’orientamento, questi edifici seguivano le direttrici della strutturazione urbana e si disponevano lungo i percorsi di connessione con l’agro o le vie principali di infrastrutturazione territoriale.

Accezione moderna del termine

Un’accezione diversa del termine compare in piena età rinascimentale a identificare l’organizzazione a gradini disposti in modo circolare, ellittico o ottagonale, specialmente nelle aule universitarie destinate a lezioni di anatomia, in cui gli studenti assistevano alla dissezione. Anche in questo caso sembra delinearsi un processo di progressiva trasformazione dei luoghi destinati saltuariamente ad allestimento temporaneo, attraverso l’impiego di strutture lignee smontabili, in ambienti stabilmente dedicati a tali attività.
Il cosiddetto temporarium theatrum compare alla fine del Quattrocento e trova solo allo scorcio del XVI secolo definitiva collocazione nell’anfiteatro anatomico dell’Aula di Medicina dell’Università di Padova. Successiva di qualche decennio (1637) è la realizzazione nel Palazzo dell’Archiginnasio di Bologna; basata su una pianta ellittica e a forma di cono rovescio, presenta una successione di sei gradoni concentrici per un’altezza di 12 m.
Nei secoli succssivi sembra consolidarsi un significato più generale del termine, corrispondente all’organizzazione di posti con sistemi di gradinate, che identifica, specialmente nel Settecento, la galleria a gradoni sottostante i palchi dei teatri, in seguito mutata nel tipo a sala munita di platea con gradinate in forte pendenza.
Più recentemente, la locuzione fa riferimento alla generica sistemazione di aree ad andamento semicircolare, dotate di sistemi insonorizzanti, se all’aperto, o completamente racchiuse in un involucro.

Esempi

– Anfiteatro Flavio (Roma), anfiteatri di Verona, Venosa, Aosta, Pompei, Cartagine, Merida, Arles, Italica, Tarragona, Mérida.
– anfiteatri anatomici: anfiteatri di Padova (1594), Basilea (fine Cinquecento), Leida (1597), Bologna (1637), Copenhagen (circa 1640), Uppsala (1662), Amsterdam (1691), Halle (1727).

Bibliografia

AA.VV., Poseidonia-Paestum, in «Atti del XXVII Convegno di Studi sulla Magna Grecia, Taranto 1987», Napoli, 1988; Basso P., Architettura e memoria dell’antico. Teatri anfiteatri e circhi della Venetia romana, Roma, 1999; Berry J., Wallace-Hadrill A., Sotto i lapilli. Studi nella Regio I di Pompei, Milano, 1998; Cozzo G., La costruzione dell’Anfiteatro flavio, in Cozzo G., Ingegneria romana, Roma, 1970; Golvin J.-CL., L’amphithéâtre romain. Essai sur la théorisation de sa forme et de ses functions, Paris, 1988; Gros P., L’architettura romana. Dagli inizi del III secolo a.C. alla fine dell’alto impero. I monumenti pubblici, Milano, 1996; Welch K., The Roman Arena in Late-republican Italy: A New Interpretation, in «Journal of Roman Archaeology», 7, 1994; Wilson Jones M., Designing Amphitheatres, in «Römische Mitteilungen», 100, 1993, pp. 391-442.

 

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