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Antico

Sommario: 1. Definizione-Etimologia2. Età antica3. Età medievale4. Età rinascimentale5. Età moderna6. Età contemporanea

1. Definizione-Etimologia

Il termine fa riferimento alla consueta partizione della storia in più età: antica, medievale, moderna, contemporanea. Nella civiltà dell’Occidente, ma non in altre, l’antico, come valore positivo o negativo, appare e scompare più volte. Vi è sottesa la percepita distanza tra la cultura di un “oggi” sempre variabile, e quella (di tradizione propria o no) di un’epoca precedente cui si intende riferirsi. A seconda degli ambiti culturali (letteratura, pittura, scultura, architettura) il fenomeno del ritorno all’antico si traduce in forme e fasi cronologiche non sempre tra loro coincidenti. In architettura il riferimento, o ritorno, all’antico assume anche connotazioni localisticamente identitarie.

Nella romanità (tardorepubblicana ed imperiale) il riferimento alla grecità (di età classica ed ellenistica) appare inizialmente espressione dei nuovi ceti elitari e di potere (avversati dai ceti tradizionalisti) ed anche segnale della raggiunta e territorialmente estesa dominanza di Roma. Pertanto, obliterato ogni diretto riferimento alla grecità, dal medioevo fino all’età moderna, il termine antico denota il plurisecolare quadro dell’architettura romana: ma senza distinguerne le fasi evolutive (età tardo-repubblicana, imperiale, tardo-antica e paleocristiana). Queste partizioni, e le loro valenze ideologico-simboliche, riappariranno invece, senza più scomparire, nella seconda metà del Settecento: ad esse aggiungendosi la ritrovata attenzione per la grecità classica pensata come paradigma di perfezione (neoclasscismo).

2. Età antica

Il fenomeno del ritorno ad epoche precedenti ha assunto, nell’età antica, più modelli di riferimento: il mondo faraonico per i sovrani tolemaici; la fase finale dell’ellenismo per scrittori del II e I secolo a.C. (Apollodoro, Plinio, Pausania), e così via. È in questo secondo contesto che si situa il trattato De Architectura libri decem di Vitruvio (fine I secolo a.C.): essenziale per la conoscenza dell’architettura greco-romana. Vi è delineata una figura di architetto esperto di più discipline e vi sono numerosi richiami a precedenti trattati (a noi non pervenuti). L’opera, di non facile interpretazione e tramandata senza illustrazioni, descrive la prassi costruttiva romana del suo tempo però non senza curiose omissioni. Tema centrale, per l’architettura religiosa e civile, sono le prescrizioni proporzionali, sintattiche e linguistiche di derivazione greco-ellenistica. Ma Vitruvio prescinde dall’essenziale ed originante sistema costruttivo trilitico sotteso alle relazioni tra elementi strutturali e decorativi che caratterizzano le varie tipologie dei templi greci. L’edilizia romana, che si basa invece su principi, prassi, tecniche costruttive, uso di materiali, distinti da quelli greci, non tiene dunque conto, né costruttivamente, né concettualmente, del sistema trilitico. L’edilizia templare romana differisce inoltre da quella greca per ragioni di ordine funzionale e religioso e, conseguentemente, tipologico (alto podio, triplice cella del Capitolium; nuove soluzioni tra le quali il tempio pseudoperiptero). Sempre in tema di edilizia religiosa, anche i santuari romano-italici (II secolo a.C.) hanno caratterstiche differenti da quelli greci. Altrettanto numerose sono poi sia le differenze relative alla spazialità (interna ed esterna) degli edifici, sia, ed ancor più, quelle lessicali e sintattiche. Ciò malgrado, nell’architettura romana sono numerosi i riferimenti alla grecità (prevalentemente di matrice ellenistica). In età tardorepubblicana nelle iniziative di Pompeo e di Cesare. Nella prima età imperiale in quelle da Augusto a Nerone. Più avanti in quelle traianee, adrianee, ed oltre: con importanti esiti a Roma, ad Atene, ed in altri centri.. Le differenze tra edilizia romana ed edilizia greca diventano sempre più evidenti già a partire dal II secolo d.C. Essenziale l’adozione (ed i loro arditi ed inventivi sviluppi) delle strutture spingenti (archi, volte di più foggie, cupole) cui sono conseguiti, nell’edilizia pubblica e privata, nuovi organismi tipologici. Spiccano i grandissimi e spettacolari impianti delle terme imperiali. Sono però innovative anche altre tipologie: l’anfiteatro, in parte il teatro, la insula multipiano (complesso edilizio destinato alle residenze dei ceti medio-bassi e popolari), e così via. Tuttociò è reso possibile dalle peculiari consuetudini e tecniche costruttive dell’edilizia romana: tra le quali le seguenti. Impiego di laterizi e malta cementizia pozzolanica; modalità di organizzazione del cantiere e della mano d’opera (libera, militare, schiavistica); soluzioni sintattiche (arco semplice od inquadrato dall’ordine architettonico); varianti lessicali degli elementi dei “generi” architettonici (genere è il termine usato da Vitruvio che non parla di “ordini”): ad esempio sequenze di dettagli ma anche, con più evidente dissimiglianza concettuale oltreché formale, il timpano curvo, l’arco siriaco, ed altro ancora; predominante impiego del capitello corinzio ed anche composito; sovrapposizione degli ordini (nel Colosseo, più tardi nel Septizonium); impiego di colonne con parti di trabeazione anteposte a pareti murarie; le varianti lessicali degli elementi di ciascun “genere” architettonico. In definitiva l’architettura della romanità appare non un ritorno all’antichità greco-ellenistica, ma una reinvenzione dei suoi modelli: disinvoltamente innestati sul tronco delle esigenze e delle tradizioni italico-romane. In sostanza il processo metamorfico subito a Roma dall’architettura greca può essere cioè considerato un fenomeno della sua progressiva eclissi obliterativa. Dal nuovo sistema architettonico ed urbanistico romano, ibridato dall’architettura paleocristiana, si svilupperà anche la componente della prima età bizantina (fino al VI secolo d.C.): a sua volta destinata ad influenzare l’area europea orientale e l’intero bacino mediterraneo mediorientale.

3. Età medievale

Nelle due parti (occidentale ed orientale) nelle quali era divisa l’Europa già facente parte dell’impero romano, parti poi ulteriormente separate sia dallo scisma della cristianità, sia, infine, dall’appartenenza a due ambiti geopolitici e religiosi differenti, si sono configurate due distinte linee di sviluppo. Quella occidentale, con più centri e contesti di riferimento ciascuno facente capo a proprie ed identitarie tradizioni: dunque a propri, identitari, modelli di riferimento all’antico Quella orientale, con un solo centro (la capitale dai tre nomi: Costantinopoli, Bisanzio, Istanbul) quale centralizzante polo di elaborazione di modelli artistico-culturali: questa linea di sviluppo è risultata dunque caratterizzata, e per più secoli, dalla continuità e ripetitività dei modelli del centro. Inteso come valore da recuperare (perchè ne era stata interrotta la continuità dagli apporti delle civiltà barbariche), il rapporto con l’antico inteso come romanità è meglio percepibile nell’ambito dell’Europa occidentale: ed è di questo rapporto che qui ci occupiamo. Allo scadere del secolo VIII, quando inizia l’età carolingia, si attua un deliberato ritorno alla romanità tardoantica e paleocristiana (la “rinascita carolingia” nella chiave “cristiana” di Costantino). Ne è ispiratore Eginardo che si occupa anche di far copiare il trattato di Vitruvio. Compaiono però taluni riferimenti, o meglio allusioni, di carattere tipologico anche all’architettura ravennate. Ma, assieme ai richiami alla romanità, nell’architettura carolingia compaiono anche soluzioni linguistiche, funzionali e simboliche (il Westwerk), molto differenti da quelle della romanità. Il ritorno alla romanità ha dunque valore essenzialmente simbolico e politico. Anche nella successiva età ottoniana, assieme ad ulteriori peculiari scelte tipologiche e linguistiche (Westbau, cripte, capitello cubico, ed altro), compare il fenomeno del riferimento all’antico Che, in questo contesto politico, contiene anche citazioni linguistiche di matrice bizantino-giustinianea (capitelli ed altro). Il riferimento all’antico si fa più evidente e sistematico in età romanica: talvolta suggerito dalla locale presenza di architetture romane (acquedotti, ponti, templi, od altro). Il fenomeno è parzialmente presente in Francia, e, più sporadicamente, in Spagna; è invece quasi sistematicamente diffuso in tutta l’Italia comunale. Ne è una costante strutturale e morfologica l’arco a tutto sesto direttamente poggiante sui capitelli delle colonne (tema paleocristiano), ed inoltre, quando adottata, la copertura a crociera su pianta quadrata. Ma in Francia ed in Italia il riferimento all’antico viene in più casi esteso anche all’oriente bizantino: ne è un aspetto la copertura con volte a vela ed anche la figuratività decorativa (tipi di mosaici ed altro). In età romanica, il riferimento all’antico diviene ricerca di “identità” ideologico-simbolica e politica per due ordini di ragioni. In primo luogo le finalità rappresentative della committenza: le cui scelte, dunque, prescindono quasi del tutto da componenti economicistiche. In secondo luogo il persistere di una artigiana e tradizionalistica “cultura materiale” (i saperi delle maestranze) che unisce opzioni di gusto e considerazioni di opportunità costruttivo-economicistica. Una eclissi del rapporto con l’antico si ha, a partire dalla seconda metà del XII secolo, con il diffondersi (ma nella fase iniziale non in tutto l’Occidente europeo) della cultura gotica. In Francia, in Inghilterra, in Germania, e così via, e soprattutto nelle grandi cattedrali od in architetture di pari importanza, cessano i riferimenti o le allusioni alla romanità e si adottano nuove tecniche costruttive e nuove concezioni tipologico-spaziali. In Italia ne restano invece numerose tracce: in particolare nell’edilizia federiciana e nelle cattedrali delle principali città-stato (non invece nell’edilizia cistercense e, poi, in quella mendicante). Invece nel pieno Trecento, il fenomeno dell’eclissi dell’antico si generalizza interessando anche l’Italia. Diviene comune, nell’Occidente europeo, la progettualità su base geometrico-proporzionale (“ad triangulum”, “ad quadratum”: e loro derivazioni). Ma sono differenti, area per area,le scelte morfologiche: perché connesse a motivazioni nazionalistiche.

4. Età rinascimentale

Agli inizi del Quattocento ricompare a Firenze, per motivi ideologici (le radici romane), il tema della rinascita dell’antico (il “rinascimento”) che interessa tutti i settori culturali ed artistici. E ciò anche se gli umanisti fiorentini guardavano alla decadenza di Roma come prova del variare della “fortuna”. La progettazione degli elementi architettonici (reali, dipinti, o scolpiti) come espressione della auctoritas razionalizzante si è così tradotta, a Firenze, in una più mirata attenzione alle architetture della romanità latamente intesa. La nuova linea di ricerca si è presto diffusa prima nel resto d”Italia e poi nell’intero contesto “occidentale”: con esiti che dureranno per più secoli. A Firenze il principale sollecitatore del nuovo orientamento architettonico è Filippo Brunelleschi: per lui risalire alle fonti antiche significava cogliere, ma senza che ciò influisse sulle caratteristiche tipologico-funzionali degli edifici, il valore di “sistema proporzionale” degli elementi costitutivi delle architetture della romanità. Era dunque essenziale l’inserimento della trabeazione tripartita (architrave, fregio, cornice) sino ad allora obliterata o fraintesa come citazione decorativa. Di qui la risorgente attenzione al trattato di Vitruvio (ancora però conosciuto in modo approssimativo: l’edizione princeps è infatti del 1486 o 1487) ed ai monumenti romani sopravissuti. Ne consegue il viaggio a Roma (con Donatello) e la diretta rilevazione e misurazione dei monumenti romani. Questo esercizio avrebbe confermato, nel pensiero del Brunelleschi, l’intuita esistenza di veri e propri “ordini architettonici” (e loro correlate differenze proporzionali e morfologiche). Anche nelle opere del Brunelleschi il rapporto con la romanità appare però interpretato in modo personale: come combinazione morfologica tra l’ordine romano-imperiale e la soluzione paleocristiana (l’arco sovrapposto all’ordine). Resa evidente, tale combinazione, dall’uso della pietra serena (colore grigio) per gli elementi dell’ordine architettonico che così spiccano, disegnandovisi, sulle pareti bianche e prive di decorazioni. Decisivo per un più filologico (ma non sempre nelle sue opere architettoniche) riferimento all’antichità romana è, nel XV secolo, l’Alberti: suoi i trattati sulla pittura, sulla scultura e sull’architettura (il De re aedificatoria è degli anni cinquanta) ed una sistematica rilevazione della città di Roma. A lui seguiranno, nel Quattrocento, molti altri architetti e trattatisti (Filarete, che è il più eteronomo ed anche il meno seguito, inoltre Francesco di Giorgio, Luca Pacioli, Fra Giocondo). Ma, e pur nel solco dell’architettura del “rinascimento”, compaiono anche capitelli “di fantasia” talvolta anche con notazioni araldiche secondo il costume del “tardogotico” contemporaneo. Nel primo Cinquecento, i monumenti antichi hanno anche suggerito agli architetti il recupero di speciali sistemi decorativi (pittorici come le “grottesche”, architettonici come l’impiego di conchiglie marine, od altri materiali). In sostanza, tra Quattrocento e primo Cinquecento, il rapporto con l’antico è da un lato ricerca filologica, dall’altro sua reinvenzione. Cerniera verso gli sviluppi dell’impiego sistema degli ordini è l’opera di Bramante (soprattutto dopo il suo arrivo a Roma). Suo l’impiego sperimentale della sovrapposizione degli ordini nella sequenza dorico-toscano, ionico, corinzio-composito, che compare nel Colosseo e che diverrà canonica. Dalla “cerniera bramantesca” si dipartono tre differenti linee del rapporto con l’antico La prima è quella, più diffusa e seguita, della normalizzazione proporzionale degli elementi degli ordini architettonici (a partire da Raffaello, ad Antonio Sangallo il vecchio ma poi seguita da molti altri fino alla metà del Cinquecento), che viene definita “classicismo” e che dà luogo anche alla proposizione di tipologie edilizie preferibilmente con piante su base simmetrica (in ciò, almeno in parte, diversamente dalla tarda romanità). Una evoluzione di questa linea si ha con Michelangelo ed anche con il Palladio (comune ad entrambi l’adozione dell’inventato “ordine gigante”) che, a loro volta, costituiscono una cerniera di passaggio verso gli esiti successivi dando luogo ad una delle correnti del manierismo. Ne sono un importante prodotto anche i numerosi trattati cinquecenteschi italiani e francesi che influenzeranno l’architettura europea per due o tre secoli. La seconda è quella di una riproposizione “archeologica” delle architetture dell’antichità romana conm riferimentti, soprattutto, alle ville (imperiali e no), alle terme, ad edifici particolari, od a loro singole parti od elementi (Pirro Ligorio, in parte l’Alessi e lo stesso Palladio, ed altri). La terza (specialmente italiana) è quella del distacco critico ed anche ironico (Giulio Romano) dalla “norma”: ne seguirà più tardi (Buontalenti) il gioco intellettualistico dell’eversione dei consueti canoni lessicali e sintattici.

5. Età moderna

Il classicismo, nelle sue varie declinazioni, oltre a quella italiana, francese, tedesca, inglese (qui anche in chiave palladiana), durerà sino al Seicento ed oltre con implicazioni anche di ordine politico-religioso. Ne è una espressione la disputa, prima letteraria e poi con valenze di ordine generale, tra “antichi e moderni” che si avvia in Italia agli inizi del Seicento (Tassoni), si sviluppa con più vigore in Francia e che durerà anche nel Settecento. Anche il Barocco italiano (sia berniniano, sia, secondo alcuni con maggior ragione, quello di matrice borrominiana: non così in quello guariniano) viene spesso considerato come una peculiare linea evolutiva del classicismo: quella che tiene conto delle pulsioni manieristiche in chiave di magnificenza architettonica ed urbanistica. Nel clima della Controriforma, in tutta l’Europa cattolica il classicismo tardo cinquecentesco assume carattere dottrinale; e più tardi, nel Seicento ed oltre, diviene anche esplicita espressione dell’assolutismo monarchico e pontificio. Pur se meno direttamente connessi con il classicismo in quanto tale è considerata espressione del classicismo anche la progettazione geomericamente regolarizzata dei grandi parchi e dei grandi assi viari cittadini: con effetti che dureranno sino a tutto il Settecento. Un ulteriore aspetto del classicismo è quello della fondazione di accademie. Già presente in Italia nel Cinquecento (nell’ambito delle arti del disegno), a partire dalla metà del Seicento il fenomeno si estende all’ Europa anche divenendo o istituzione statale (l’Accademia di Francia a Roma che prevede la rilevazione dei monumenti di Roma) o (in Inghilterra) espressione di elevata scientificità (ne è socio anche l’architetto Wren). Nel Settecento viene fondata a Roma l’Accademia di San Luca che per oltre un secolo avrà un ruolo determinante nel divenire dell’architettura italiana e non solo. Una componente di questa linea è da un lato il diffondersi nella pittura di soggetti architettonici della romanità, dall’altra, a Roma, l’opera del Piranesi: sia con attenti rilievi di monumenti, sia con una sua delineazione grafica della Roma antica. Il concetto di antico viene comunque progressivamente a coincidere con quello della classicità intesa come astratta razionalità (anche in chiave accademica). Ne è un’ulteriore evoluzione il “neoclassicismo” che si radica nelle correnti dell’illuminismo (anche dei cosiddetti sovrani illuminati: la reggia di Caserta). Il fenomeno interessa tutta l’Europa e, tramite la componente neopalladiana, anche il Nuovo Mondo dei nascenti Stati Uniti.

6. Età contemporanea

Alle soglie del XIX secolo in Francia la componente “radicale” e quella rivoluzionaria (dopo il 1789), si oppongono al classicismo perchè espressione dell’autoritarismo, e guardano all’antico in chiave di romanità repubblicana (cioè anti-aristocratica). Ma gli scavi a Pompei ed Ercolano mettono in luce anche il del vissuto quotidiano della romanità del I secolo dando così luogo alla formazione di un “gusto” pompeiano. Un più articolao sistema di rapporti con l’età antica si ha neòll’età napoleonica (soprattutto in Francia ed in Italia) che contempla riferimenti tanto all’imperalità romana quanto a quella egiziana. Ne consegue anche il gusto della “citazione” di ruderi romani creando “finte rovine” (a Roma nella Villa Borghese: Canina, Asprucci). Agli inizi dell’Ottocento, si diffonde, prima in Francia (Durand) e poi in tutta Europa, una manualistica che utilizza gli ordini architettonici in chiave tecnico-ingegneristica: anche mirando al coordinamento razionale degli assetti urbani ed alla omogeneità dei caratteri architettonici degli edifici prospettanti sugli spazi urbani (vie, piazze). In Inghilterra questo criterio è tato seguito negli impianti tardosettecenteschi di Bath e poi a Londra con l’opera di Nash. È a questo contesto concettuale che può essere riferita la definizione che Hegel dà della classicità come esatta rispondenza del contenuto e delle forme, del pensiero e dell’espressione. A partire dal terzo-quarto decennio del secolo il tema del ritorno all’antico si svolge in nuove direzioni: saldandosi (più avanti) con le diversificate correnti del positivismo e del romanticismo (anche nazionalistico) e guardando anche ad epoche medievali. Ne conseguirà un’allargamento del concetto di antico: che si è tradotto nei vari “revivals” (principali quelli neogotico e quello neoromanico, ma anche quello della Grecia classica di età periclea). Parallelamente si era ulteriormente svilupata la ricerca archeologica su base tecnico-scientifica (positivistica). Ne è un effetto la sconvolgente scoperta dell’acceso colore dei templi greci (fino ad allora creduti bianchi perchè marmorei); e, di qui, il riaccendersi dell’interesse anche alla grecità preclassica (arcaica, siceliota e magnogreca). In base a teorie cicliche ternarie del divenire storico (arcaismo, classicità, decadenza), l’ellenismo verrà invece pensato come fase decadente. Molti gli esiti in più paesi europei: in ispecie in ambito germanico (dove però si musealizzano anche architetture di ambito mesopotamico e mediorientale) ed inglese (i marmi del Partenone ed il complesso di Pergamo). Fa parte di questo quadro anche la tematica del restauro di complessi ed opere dell’età antica: in Grecia relativamente all’insieme ateniese dell’Acropoli (con significati politici: l’ottenuta indipendenza nazionale); a Roma con la ripresa degli scavi conoscitivi: i complessi dei fori (romano ed imperiali), delle grandi terme, ed altro. Altrove con altre modalità e finalità. Ipertrofiche stratificazioni accademiche caratterizzano, negli ultimi decenni del XIX secolo, la ricerca del rapporto con la classicità. Di qui prima la drastica condanna di questa linea culturale e la comparsa di nuovi linguaggi e nuove tematiche architettoniche (sostanzialmente su committenza delle classi borghesi) genericamente indicate come Art Noveau, poi (prima e dopo la prima Guerra mondiale), la comparsa, nei primi decenni del Novecento, di più avanguardie artistiche che azzerano deliberatamente ogni rapporto con ogni tradizione: soprattutto con l’antico perché negativamente inteso come accademismo. Emblematica la posizione di Gropius che nel Bauhaus (1919) propone una didattica che parte dal “grado zero” (concettuale e sperimentale) di ciascuno degli ambiti disciplinari inclusi nel programma degli studi. È la linea degli architetti europei che hanno dato vita al Movimento Moderno; e che, pur secondo esperienze e linee diverse, hanno in comune l’intento di proporre un multiforme ed innovativo contesto architettonico (anche con contenuti sociali) ed un altrettanto innovativo ruolo dell’architetto e dell’architettura proiettati a dar vita al nuovo modello urbano di una società democratica. È programmatico il rifiuto dell’uso degli ordini architettonici. Ne conseguono nuovi metodi progettuali e la ricerca di nuove tipologie edilizie (soprattutto abitative: relazionate alle caratteristiche delle nuova struttura della società urbane) e di nuovi valori sintattici e lessicali: anche conseguenti all’impiego dei nuovi materiali della produzione industrializzata e seriale. È stato anche proposto (Le Corbusier) un nuovo sistema proporzionale (modulo un uomo con il braccio alzato: il Modulor). La rottura con ogni forma di riproposizione dell’antico si è in seguito generalizzata in tutto il mondo occidentale ed il rapporto con l’antico rimane a tutt’oggi confinato nei settori del restauro e dell’archeologia. Sono però da registrare taluni esempi di allusiva riproposizione di elementi degli ordini. Negli anni Trenta del Novecento in Italia in importanti complessi (il Foro Mussolini ora Foro Italico). Nei decenni finali del Novecento, ironicamente, negli Stati Uniti (una Piazza Italia con colonne metalliche) ed anche, con metamorfiche applicazioni (allusione ad ordini architettonici formati da pareti vetrate cilindriche per i soggiorrni), a Parigi, in quartieri abitativi per ceti medi e medioaltialti (arch. R. Bofill, 1982, 1985).

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