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Archeologia industriale

Rodalquilar, Spagna. Il paese abbandonato e recentemente trasformato in insediamento turistico e le strutture della miniera d'oro.
Rodalquilar, Spagna. Il paese abbandonato e recentemente trasformato in insediamento turistico e le strutture della miniera d'oro.

Definizione

Si definisce archeologia industriale la disciplina, nata intorno alla metà degli anni Cinquanta del Novecento in Inghilterra, che ha lo scopo di osservare e studiare gli aspetti materiali che testimoniano l’avvento della rivoluzione industriale. È quindi relativamente recente tale denominazione che compare, per la prima volta, prevalentemente su saggi storici inglesi.
Superando la questione relativa alla paternità della locuzione, si può notare che l’ambiente culturale anglosassone ove nasce, animato da archeologi e storici dell’arte e dell’architettura, rivolge la sua attenzione ai prodotti della rivoluzione industriale, tributando importanza in un primo tempo ai manufatti e alle architetture e subito dopo alle infrastrutture e anche alle macchine. Frutto, peraltro comprensibile, del dilettantismo che caratterizza i primi interessi per questa produzione, della quale viene sottolineata l’affascinante obsolescenza, paragonata a quella degli aerei biplano, della radio a galena o della Ford T, l’ondata di entusiasmo iniziale è testimoniata dalla nascita di associazioni espressamente dedicate alla conoscenza e documentazione dell’archeologia industriale; nel 1959 il Council for British Archaeology lancia l’argomento in una prima conferenza nazionale e nel 1963, sempre in Inghilterra, viene pubblicata la prima monografia su questo tema da parte di Kenneth Hudson dal titolo Industrial Archaeology. An introduction.

La comparsa di tale prima formulazione ha avuto un impatto semantico soprattutto in paesi con una struttura culturale più classica. L’accostamento al termine archeologia di qualcosa di apparentemente antitetico quale l’attività industriale presuppone, quindi, almeno due passaggi comuni ad oggetti provenienti da epoche così distanti: l’abbandono per il mancato uso e la “riscoperta” quando ormai l’oggetto ha assunto una sufficiente distanza cronologica dall’osservatore da poter essere testimonianza di civiltà passate. Se ciò per l’archeologia in senso classico avviene su un discrimine cronologico evidente, per l’archeologia industriale la necessità di definire il campo di azione in base agli oggetti di studio ha comportato e comporta revisioni continue. Se si accetta il principio che statuisce la condizione di patrimonio industriale per complessi o edifici che hanno rappresentato emblematicamente una svolta rivoluzionaria nell’industrializzazione di un’area geografica, di un paese o di un popolo, si deve anche arrivare a estendere i limiti cronologici, poiché tale svolta arriva per differenti aree geografiche in tempi anche notevolmente distanti.
Altro elemento che caratterizza la differente percezione che si ha di tale patrimonio, è la formulazione del concetto stesso di bene culturale in epoche e luoghi differenti. In Italia, ad esempio, la prima definizione che viene data, dalla commissione Franceschini nel 1967, è di “testimonianza materiale avente valore di civiltà”; definizione vittima forse della eccessiva genericità delle definizioni di senso troppo generale, ma che si adatta perfettamente al concetto di archeologia industriale, soprattutto nella fase iniziale della diffusione di tale disciplina nel nostro paese, negli anni Settanta del Novecento, con una posizione di critica verso i risvolti eccessivamente estetizzanti dell’approccio anglosassone.
La “via italiana all’archeologia industriale” passa infatti per una revisione ideologica della questione, con la comprensibile volontà di portare al centro dell’attenzione la conservazione di valori legati in special modo alla vita operaia che si consumava nelle fabbriche consumavano la propria vita e quindi consacrare le moderne cattedrali del lavoro ai silenziosi operatori che ne avevano animato gli spazi. Le prime mostre e convegni organizzati in Europa e, segnatamente, in Italia, facendo leva sapientemente anche su una documentazione prevalentemente iconografica, battono quindi sul tema della società produttiva più che sui singoli oggetti, riuscendo a far cambiare prospettiva su quelle che fino a poco tempo prima venivano liquidate come semplici aree dismesse.

Sviluppi

Superata quindi la prima fase pionieristica, una seconda fase di entusiasmo ha portato ad un altro nodo problematico che consiste nell’eterogeneità della produzione architettonica. Ancora una volta la distribuzione geografica differenzia gli oggetti di studio in base agli insediamenti produttivi prevalenti. Così mentre in Francia si è tributata la necessaria importanza alle saline di Chaux, in Germania e in Belgio i primi esperimenti di musealizzazione hanno interessato vasti insediamenti minerari, in Inghilterra le manifestazioni di interesse del National Trust sono state inizialmente per i villaggi sorti a servizio delle filande mentre, con l’introduzione del concetto di archeologia industriale, l’attenzione si è concentrata sui siti di produzione e lavorazione dei materiali ferrosi. A Coalbrookdale, per esempio, è situata una delle 21 icone ufficiali della Gran Bretagna: il primo ponte interamente in ghisa, sul Severn, con una luce di circa 30 metri.
Per l’Italia, la realtà di regioni con settori produttivi tanto differenti tra loro, ha fatto in modo che fin dal primo convegno del 1977 sui temi dell’archeologia industriale, si cominciasse a ragionare sull’importanza di tutte le testimonianze della storia industriale del nostro Paese, dalla siderurgia delle regioni centrali alle manifatture tessili del nord, dalle zone minerarie della Sardegna alle tonnare di Sicilia.
Tra la comprensione del problema e la possibilità di elaborare un progetto di tutela di un patrimonio diffuso in maniera così capillare sul territorio ancorché con caratterizzazioni legate a tante variabili, si è da subito affermata la necessità di elaborare un inventario per ogni realtà locale e possibilmente di riuscire a far confluire tali dati in un unico catalogo. Gli ostacoli nel realizzare una operazione del genere emergono anche dalla difficoltà di affrontare ricerche “storiche” in senso stretto. Oltre ai casi più noti e comunque già inclusi nella storiografia dell’architettura in quanto progettati da noti architetti tra il XVIII e il XIX secolo (Chaux in Francia, San Leucio presso Caserta, le Grand Hornu in Belgio) è infatti spesso difficile reperire documentazione sugli edifici e sui complessi, così come i rari archivi delle stesse fabbriche offrono spesso scarse informazioni.
Anche la relazione con l’ambiente rappresenta parte significativa degli intenti di tutela di tale patrimonio; ne è esemplificativa l’estensione di molti strumenti di salvaguardia dalle singole fabbriche a vaste aree di territorio dove ancora più evidente si nota il legame tra complessi produttivi e insediamenti per operai o anche tra processi di produzione e contesto.
Ultima fase in termini cronologici è quindi la razionalizzazione del materiale documentario e di catalogazione raccolto. Tenendo conto anche della velocità con la quale i materiali dell’industria diventano obsoleti e, quindi, sempre più rapidamente rischiano di essere cancellati. A livello internazionale si segnala The International Committee for the Conservation of Industrial Heritage (TICCIH) fondato in Svezia nel 1978 e attualmente con sede presso l’Ironbridge Gorge Museum Trust, come coordinamento di quasi tutte le associazioni nazionali e regionali. Per l’Italia l’Istituto di Cultura Materiale e Archeologia Industriale (ICMAI) ha svolto, dalla sua nascita nel 1985, azioni di sensibilizzazione verso la tutela del patrimonio industriale, fino al riconoscimento da parte ministeriale della necessità di istituire una apposita Commissione Nazionale per i Beni Culturali Industriali nel 1994.

Bibliografia

Battisti E., Archeologia industriale, Milano, 2001; Borsi F., Introduzione alla archeologia industriale, Roma, 1978; Corti B., L’archeologia industriale in Italia, in Archeologia industriale, tutela e valorizzazione dei Beni Culturali Industriali, Roma, 1996; Dezzi Bardeschi M., Restauro: punto e da capo, Milano, 1996, pp. 197-203; Negri A., Negri M., L’archeologia industriale, Messina-Firenze, 1978. Rix M., Industrial Archaeology, London, 1967.

 

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