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Architrave

Roma, particolare del tempio dei Dioscuri nel Foro Romano,  I secolo d.C.
Roma, particolare del tempio dei Dioscuri nel Foro Romano, I secolo d.C.

Definizione-Etimologia

Trave orizzontale, originariamente monolitica, posta sopra un’apertura, appoggiata su due piedritti (piedritto) (colonne, pilastri o stipiti) o direttamente sulla muratura per la realizzazione di porte e finestre, a sostegno di muri sovrastanti.

Caratterizzazione

Già presente nell’architettura megalitica (dolmen), è l’elemento superiore e caratterizzante del sistema trilitico, primo esempio di struttura composta. Per sua natura, l’architrave è soggetto a sollecitazioni di flessione e taglio; la sua resistenza e la sua stabilità dunque dipendono dalle caratteristiche meccaniche del materiale utilizzato. Quando si è in presenza di materiali rigidi (come pietra o marmo), caratterizzati da scarsa resistenza a trazione, è opportuno limitare le luci da superare, per non incorrere in rotture che automaticamente generano spinte sui piedritti. Fino a quando l’architrave rimane integro, esso non innesca alcuna spinta sugli appoggi, gravando su di essi con carichi solamente verticali. In qualsiasi tipo di architrave, per definizione, è sempre riconoscibile la superficie di intradosso, al contrario di quella superiore, l’estradosso, che risulta in genere nascosta perché a contatto con le membrature portate.
Frequente nell’architettura egizia e micenea (Tesoro di Atreo e Porta dei Leoni a Micene), si afferma come elemento peculiare dell’architettura greca, che valorizza con i suoi numerosi esempi l’evoluzione del sistema trilitico; per l’architrave è utilizzato il termine epistylion (ovvero epistilio, sopra le colonne, ripreso poi anche da Vitruvio), probabilmente perché nella costruzione dei templi corrisponde all’elemento principale di sostegno nel sistema composto trabeazione-copertura, appoggiato direttamente sui capitelli, e sul quale gravano gli elementi modanati costitutivi del fregio e della cornice, oltre a ulteriori elementi lapidei di ripartizione del carico trasmesso dalle travi del tetto. Quando gli architravi di pietra sono abbastanza tozzi, ossia quando il rapporto tra la luce libera (compresa tra i capitelli) e la loro altezza rimane contenuto (tra 2 e 3), il loro funzionamento non è tanto a flessione quanto a traliccio triangolare; si delineano all’interno del materiale due diagonali compresse, come se fossero puntoni che trasferiscono il carico direttamente agli appoggi.
Stilisticamente, le dimensioni delle architravi sono regolate da proporzioni definite in funzione dello stile architettonico, degli intercolumni, del diametro e dell’altezza delle colonne. Nell’ordine dorico, l’architrave si presenta come una fascia di pietra liscia e non decorata; viene coronata superiormente da una tenia, che sul suo bordo inferiore a sua volta presenta una serie di regule, ritmate e fissate in corrispondenza di ogni triglifo sul fregio, e di regola ornate da gutte. Negli ordini ionico e corinzio, l’architrave è coronato da modanature ed è formato da due o tre fasce sovrapposte, ciascuna delle quali aggetta su quella sottostante. L’architrave ionico viene poi ripreso, in epoca romana, anche nell’ordine composito. La differenziazione degli elementi che costituiscono la trabeazione si deve probabilmente far risalire al tentativo di interpretazione litica degli archetipi arcaici originali in legno strutturale.
Per i greci, questo processo di codifica e differenziazione delle parti che compongono la trabeazione si impone sempre sul piano decorativo, ma non compiutamente dal punto di vista stereotomico. La singolarità e la differenziazione delle modanature plastiche applicate sulle facce visibili degli architravi, e in generale dell’intero sistema della trabeazione, non corrisponde infatti all’organizzazione statica delle stesse, per lo più affidata a un monolite unico opportunamente sagomato, o, per ragioni di pratica di cantiere e di distribuzione delle resistenze, componendo l’architrave con una fila di monoliti affiancati o sovrapposti, a occupare l’intero spessore previsto, come cautela progettuale nei confronti dell’eventuale rottura di uno di essi.
Soprattutto nell’architettura romana, invece, le caratteristiche dei materiali reperibili, come la resistenza e le dimensioni delle pietre, hanno spesso indotto a soluzioni singolari: Vitruvio afferma, ad esempio, nella classificazione dei templi, che per la realizzazione dell’araeostylos (tipologia peculiare dell’ordine tuscanico) è necessario adottare architravi di legno a causa dell’eccessiva lunghezza degli intercolumni.
Talvolta l’architrave è realizzato in legno con rivestimento in pietra; talvolta è composto da conci trapezoidali e trasformato in piattabanda. Spesso gli architravi sono protetti superiormente da archi di scarico, piattabande, o da ulteriori architravi con l’intradosso leggermente sagomato ad arco. Gli architravi di pietra, infatti, tendono a fratturarsi in tempi lunghi a causa dei fenomeni di creep, ovvero di diminuzione lenta nel tempo della resistenza a trazione.
Tecnologicamente interessante è l’appoggio degli architravi sopra le colonne: in genere, al fine di proteggere le parti sporgenti dei capitelli e trasferire i carichi direttamente sull’asse dei piedritti, i capitelli presentano nella parte centrale una zona circolare rialzata.

Significato attuale

Attualmente, con il termine architrave si indica ogni trave posta per delimitare superiormente porte e finestre all’interno di pareti in muratura. Nell’edilizia tradizionale l’architrave era in genere di legno o di pietra, spesso nascosto nella muratura; nelle costruzioni contemporanee spesso è prefabbricato. Talvolta è realizzato in laterizio armato, ma perlopiù in ferro o in calcestruzzo armato; accoppiando in quest’ultimo caso i due materiali, si procede allo sfruttamento delle loro diverse attitudini: il calcestruzzo occupa le fibre superiori compresse, mentre il ferro quelle inferiori, che risultano tese.

Bibliografia

Acocella A., L’architettura di pietra, Firenze, 2004; Carbonara G. (a cura di), Trattato di restauro architettonico, Torino, 1996; Di Pasquale S., L’arte del costruire: tra conoscenza e scienza, Venezia, 1996; Galliani G.V. (a cura), Dizionario degli elementi costruttivi, Torino, 2001; Rondelet J.B., Traité théorique et pratique de l’art de bâtir, Paris, 1817.

 

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