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Arco onorario (arco trionfale)

Roma, Arco di Tito, Foro Romano, 81 d.C.
Roma, Arco di Tito, Foro Romano, 81 d.C.

Definizione-Etimologia

Un arco onorario, o arco trionfale, per gli antichi romani era una costruzione con la forma di una monumentale porta ad arco (arcus o fornix, meno comunemente ianus), solitamente costruita per celebrare una vittoria in guerra. A differenza della porta di città, formalmente accostabile a esso, o dei propilei ellenistici con funzioni urbanistiche di passaggio da un luogo a un altro, l’arco, al pari della colonna onoraria, era una struttura deputata a elevare un mortale dalla terra al cielo, come sostiene Plinio il Vecchio, monumento quindi commemorativo che, facendo proprie le forme ellenistiche, arricchì e complicò l’originale significato della porta urbica (Urbica, porta) italica, al punto da apparire quasi una fabbrica nuova – novicio inventu – una fabbrica di “nuova invenzione”, tutta romana.
In origine si eressero arco onorari temporanei, costruiti per essere utilizzati durante celebrazioni e parate e poi smontati. In genere solo gli archi eretti a Roma per decreto del Senato lungo un percorso ben definito che, partendo dalla via Trionfale, entrava in città dalla porta omonima, attraversava il Circo Massimo e per la via Sacra saliva al tempio di Giove sul Campidoglio per il sacrificio di purificazione, sono definiti “trionfali”, in quanto solo nell’Urbe venivano celebrati i trionfi, e di questi nessuno si è conservato. I restanti, costruiti altrove, furono generalmente definiti honorari, perché dedicati a condottieri e alla famiglia imperiale da comunità (Rimini, Aosta, Susa, Ancona, Benevento, Efeso in Turchia, Gerasa in Giordania, Timgad in Algeria, ecc.) e da privati (Saint Rémy-de-Provence e Saintes in Francia) o associati a monumenti funebri gentilizi (gens Gavia a Verona, gens Sergia a Pola).

Generalità, derivazione, processo formativo e filoni tipologici

In termini generali, il tipo monumentale dell’arco onorario consiste in un corpo murario parallelepipedo isolato e indipendente, di notevole spessore e di limitata lunghezza, entro cui si aprono uno (Aquino, Rimini, Aosta, Susa, Spoleto, Trieste, Saint-Rémy-de Provence e Besançon in Francia, Tarragona in Spagna, Pola in Croazia, Roma – arco di Tito, Ancona, Benevento, Canosa, Atene, Djemila in Tunisia, Salonicco in Grecia ecc.) o tre passaggi coperti a volta (Cosa, Orange e Reims in Francia, archi onorari di Settimio Severo e di Costantino a Roma, di Adriano ad Antalia e a Efeso, Gerasa in Giordania, Palmira in Siria, Timgad in Algeria), in casi rarissimi due (Saintes in Francia).
I passaggi risultano, di conseguenza, delimitati da robusti pilastri portanti sviluppati in profondità, con muratura piena o “a sacco” che prosegue sopra gli estradossi dell’archivolto o degli archivolti, fino a una trabeazione continua corrente lungo l’intero perimetro a una quota intermedia. La trabeazione è a sua volta sormontata da un blocco superiore a forma di attico, elevato per fare da basamento a statue onorarie: quadrighe, trofei, sculture allegoriche scolpite nel marmo o fuse nel bronzo, quasi sempre di grandissimo pregio artistico e materiale, che però vengono tolte dalla loro positura originale e, nel corso del tempo, riusate altrove, disperse, fuse.
Mentre a Roma e in Provenza la decorazione scultorea gareggiava con la composizione architettonica, in Asia Minore, Siria e Africa si sperimentò una varietà di combinazioni architettoniche quasi “barocche”. Poteva anche avvenire, soprattutto nelle colonie di nuova fondazione, che un arco onorario fosse costruito all’incrocio di due strade di pari importanza: esso era allora quadrifronte, quadrarco o tetrapilo, ossia con un fronte su ciascuno dei quattro bracci del crocevia, e un passaggio per fronte compreso tra due pile (ciascuna sempre comune a due fronti contigui). Rari in Occidente, più diffusi in Africa e nelle province orientali, i tetrapili presentano membrature e decorazioni simili a quelle degli archi bifronti. Nello spazio centrale le volte a botte, incrociandosi, generano una crociera o sostengono una cupola emisferica o cuspidata (Ercolano, Gavi a Verona, a Roma arco degli Argentarii con architrave rettilineo e arco cosiddetto di Giano, Caparra in Spagna, Palmira in Siria, Gerasa in Giordania, Leptis Magna e Tripoli in Libia).
L’arco onorario e trionfale, nonostante le lontane suggestioni che provenivano dalle porte delle agorài ellenistiche o dalle porte urbane delle città etrusche, è certamente un manufatto di invenzione romana e rimane sempre un segno distintivo e peculiare delle città appartenenti all’Impero, poiché conserva la sua funzione purificatoria-espiatoria esercitata nel momento in cui viene oltrepassato, ma assume anche fini celebrativi-commemorativi (e spesso propagandistici), che serbavano vivi i momenti cruciali della storia di Roma al popolo romano e rammentavano l’ineluttabilità del dominio universale dell’Urbe anche ai nemici e ai barbari di un tempo. E certo, oltrepassando i limiti del proprio tempo, gli archi romani costituiscono, specialmente per l’età moderna, un repertorio generoso di suggerimenti e ricco di variazioni sulle varie forme di connubio tra sistemi arcuati e trabeati e di accostamento di sistemi trabeati di altezze diverse.

Accezione moderna del termine

Nelle basiliche paleocristiane, l’arco trionfale segna il passaggio dalla navata centrale all’abside; come simbolo imperiale viene riesumato da Federico II nella scomparsa porta di Capua; poi in sede letteraria da Francesco Petrarca e da Flavio Biondo nel De Roma Triumphante.
Dal Rinascimento a oggi, sovrani e dittatori hanno eretto archi onorari: gli aragonesi a Napoli, Castel Nuovo di F. Laurana e altri e Porta Capuana di Giuliano da Maiano, a Venezia Arco dell’Arsenale, a Parigi Porte Saint-Denis di N.-F. Blondel e Porte Saint-Martin dedicate a Luigi XIV, Porta di Brandeburgo a Berlino di C.G. Langhans, Arc du Carrousel di C. Percier e P.F.L.Fontaine e Arc de Triomphe di J. Chalgrin a Parigi dedicati a Napoleone, Arco della Pace a Milano di L. Cagnola, Arco dell’Ammiragliato e Arco dei Quartieri Generali a San Pietroburgo di C. Domenico (K.I. Rossi), a Mosca, a New York l’Arco di Washington, Marble Arch di J. Nash e Admiralty Arch di A. Webb a Londra, a St. Louis (Stati Uniti) l’arco parabolico di E. Saarinen (simile al progetto di A. Libera e P.L. Nervi per l’E42) dedicato a Jefferson e alla conquista del West, a Pyongyang (Corea del Nord) dedicato a Kim II Sung, a Parigi la cubica Grande Arche de la Défense di J.O. von Spreckelsen in asse con l’Arc de Triomphe e con il Carrousel.
Dopo la prima guerra mondiale, prevale il significato di memoria funebre dei caduti in guerra: India Gate a New Delhi di E. Lutyens, Arcul a Bucarest, archi dei Caduti a Genova e Bolzano di M. Piacentini, Memorial to the Missing of the Somme a Thiepval in Francia (1927-1932), dove E. Lutyens si ispira al tetrapilo dei Quattro Venti di Villa Doria Pamphili a Roma (1856-1859), di A. Busiri Vici senior.

Bibliografia

AA.VV., Arco e trionfo nell’epoca imperiale romana, in «Engramma», 66, 2008; De Maria S., Arco onorario e trionfale, in Enciclopedia Italiana, I, suppl. II (1971-74), Roma, 1994, pp. 354-377; De Maria S., Gli archi onorari di Roma e dell’Italia romana, Roma, 1987; La Rocca E., Tortorella S. (a cura di), Trionfi romani, Catalogo della mostra 5 marzo-14 settembre 2008, Milano, 2008; Marlowe E., Framing the Sun. The Arch of Constantine and the Roman cityscape, in «The Art Bulletin», LXXXVIII, 2006; Melucco Vaccaro A. (a cura di), Adriano e Costantino, le due fasi dell’arco nella valle del Colosseo, Milano, 2001; Morachiello P., Fontana V., L’architettura del mondo Romano, cap. III, Bari, 2009.

 

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