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Arengario

Espressione con cui sono denominati, nell’Italia settentrionale, alcuni palazzi comunali medievali e alcuni edifici pubblici realizzati negli anni del regime fascista, caratterizzati da strutture che, affacciate su uno spazio pubblico, consentono di tenere discorsi ad assemblee di cittadini. Il termine deriva dal latino medievale  arenga, pubblica orazione (arengo), da cui “arengaria” e le sue varianti (aringhieria, arenghera, ringhieria), luoghi elevati da cui rivolgersi agevolmente alle folle. Tali manufatti, testimoniati dalle fonti tardomedievali (arengheria communis, arengheriam ad fenestras palatii veteris), possono essere identificati in balconi (assonanza con ringhiera), ballatoi, logge e pulpiti o – con espressioni letterarie o locali – bigonce e parlere, e sono connessi ai livelli superiori dei palazzi delle magistrature comunali.
Per estensione, con il termine arengario la letteratura otto-novecentesca e la storiografia di matrice comunale passano a individuare, in alcuni contesti locali, l’intero complesso del palazzo civico medievale (broletto), che solitamente però era indicato dalle fonti coeve con il termine giuridicamente connotante di palatium communis.
Nel quadro della valorizzazione dei retaggi identitari civici e nell’ambito di una dimensione plebiscitaria del consenso di massa, il termine è stato ripreso nell’architettura pubblica del regime fascista (Milano, Brescia).

Bibliografia

Soldi Rondinini G., Evoluzione politico-sociale e forme urbanistiche nella Padania dei secoli XII-XIII: i palazzi pubblici, in La pace di Costanza. 1183, Bologna, 1984, pp. 85-98; Tosco C., I palazzi comunali nell’Italia nord-occidentale: dalla pace di Costanza a Cortenuova, in Gambardella A. (a cura di), Cultura artistica, città e architettura nell’età federiciana, Atti del convegno, Roma, 2000, pp. 395-422.

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