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Arts and crafts

Kent (UK), Red House, pianta del piano terra e del primo piano, P. Webb, 1859.
Kent (UK), Red House, pianta del piano terra e del primo piano, P. Webb, 1859.

Definizione-Etimologia

L’espressione, letteralmente “Arti e Mestieri”, indica un movimento artistico, e per estensione un orientamento del gusto, che prese forma e si diffuse in Inghilterra, soprattutto tra il 1880 e il 1910, con l’intento di trasformare e promuovere la produzione artistica e il lavoro artigianale attraverso una rivalutazione dell’impegno pratico e creativo individuale, nella fase storica della maggiore e più veloce affermazione dei processi industriali della produzione. All’origine del movimento era anche l’insofferenza per gli eclettismi tipici dell’età vittoriana e quindi la ricerca di un rinnovamento delle arti, senza distinzioni tra minori e maggiori, attraverso un processo di creazione “collettiva” e un ritorno alla semplicità delle forme e degli ornamenti, ispirati ai valori estetici sociali e spirituali della cultura medievale e del Gotico.

Storia

Gli inizi

Figure di riferimento sono all’inizio quelle di intellettuali, artisti e architetti, quali J. Ruskin, H. Cole, A.W.N. Pugin, T. Carlyle, che insieme ad alcuni pittori aderenti alla corrente preraffaellita, tra i quali E. Burne-Jones e i fratelli Dante Gabriel e William Michael Rossetti, già nella prima metà dell’Ottocento avevano espresso e applicato alcune delle idee che sarebbero diventate linee-guida per il movimento. La ricerca di nuovi e più spontanei linguaggi espressivi e il disprezzo per una produzione industriale serializzata e priva di qualità orientavano i protagonisti del movimento alla rivisitazione stilizzata di repertori figurativi tratti dalla tradizione anglosassone o dal mondo della natura, all’impiego di materiali e tecniche tipici della produzione locale, a una schiettezza strutturale e formale che escludeva l’uso di decorazioni ingiustificate e al rifiuto di convenzioni artistiche e formali estranee ai concetti di praticità ed eleganza.
Alla base di questa “rivoluzione”, culturale prima che estetica, era una concezione del processo artistico e produttivo intriso di una febbrile tensione creativa e di un alto senso morale, dove all’impegno frammentario e spersonalizzante della catena di montaggio doveva essere contrapposto il lavoro gratificante tipico di un’idealizzata tradizione artigianale, i cui artefici fossero in grado di controllare, laddove necessario, il nuovo potenziale della produzione industriale e di non farsene soggiogare. Tra gli scopi del movimento era quindi prevista un’ideale unione delle arti, frutto degli sforzi comuni armonizzati di artisti e operai, destinata a elevare la generale qualità della vita partendo dai suoi aspetti domestici e quotidiani, secondo un obiettivo che sarà adottato nel secolo successivo da molte organizzazioni e istituzioni del design e dell’architettura, come il Deutsche Werkbund o il Bauhaus di W. Gropius. Non a caso molti dei protagonisti delle A.a.C., come William Morris, erano anche impegnati socialmente e politicamente, e in alcuni casi direttamente aderenti ai nuovi orientamenti socialisti e ai movimenti operai.

Il primo esempio: la Red House

Sebbene i primi esempi di produzione ispirati a questi concetti risalgano ad alcuni arredi e oggetti prodotti già alla metà dell’Ottocento, la prima opera compiutamente riconducibile alle idee del movimento è la Red House del 1869, un’abitazione realizzata a Bexley Heat nel Kent (Inghilterra) dall’architetto Philip Webb per conto di William Morris, di cui era amico e collega. Questa casa unifamiliare, con la sua pianta libera a L e le semplici facciate in laterizi, sancisce un canone tipologico che verrà riproposto non solo nell’ambito della cosiddetta English Free Architecture nei decenni seguenti, a opera di architetti quali R.N. Shaw, W.R. Lethaby e successivamente C.F.A. Voysey, C.R. Ashbee e E.L. Lutyens, ma che influenzerà anche l’evoluzione dell’edilizia residenziale in Europa e negli Stati Uniti nella prima metà del Novecento.
La casa, concepita per rispondere all’utilità e alle esigenze della committenza e non alle regole consolidate dell’architettura tardo-ottocentesca, viene progettata per collocarsi armonicamente nel contesto ambientale e naturale, in modo da sembrare “cresciuta dal suolo”, impiegando tecniche e materiali tradizionali, come i mattoni rossi tipici dell’architettura rurale inglese, e rinunciando all’esterno ad apparati decorativi e ornamentali, alla ricerca di una semplicità intesa come onestà formale, a eccezione di misurati riferimenti al Gotico, con il coronamento ogivale di alcune aperture. Gli arredi, i mobili, gli oggetti d’uso vengono a loro volta progettati dallo stesso Webb e da Morris, mentre dipinti, tappezzerie e decorazioni parietali sono opera di Rossetti e Burne-Jones.

Le iniziative imprenditoriali

Accanto a questo significativo manifesto architettonico, sono da citare alcune iniziative imprenditoriali che rappresentano le manifestazioni più specifiche del movimento, in quanto tese ad avvicinare e rendere nota a un pubblico alto-borghese la vasta produzione di oggetti e arredi oltre che di architettura di cui, vista la preziosità e raffinatezza di materiali e lavorazioni, esso era il solo e vero destinatario. Tra queste organizzazioni spicca nel 1861 la fondazione della società Morris, Marshall, Faulkner & Co., guidata da Willam Morris e dedicata alla produzione di arredi, carta da parati, ricami, oggetti metallici, gioielleria e sculture. La società verrà sciolta nel 1875 per assumere il nome di Morris & Co., con nuovo assetto e un salone di esposizione nel centro di Londra.
Sulla scorta della iniziativa di Morris, numerose altre verranno create con simili intenti, a opera della successiva generazione di architetti e designer, a partire dagli anni Ottanta del XIX secolo: la Century Guild, una società di progettazione fondata nel 1882 da A. Mackmurdo; la London Guild di N. Shaw e W. Lethaby nel 1883; la Art Workers’ Guild nel 1884, inizialmente detta St. George’s Art Society; la Guild of Handicraft di C.R. Ashbee, inaugurata nel 1888, con un carattere più spiccato di scuola di formazione pratica; e infine, nell’autunno dello stesso anno, la Arts and Crafts Exhibition Society, che per prima assume ufficialmente la denominazione che caratterizzerà l’intero movimento. Le organizzazioni elencate avranno in alcuni casi maggiore vocazione formativa, generalmente accompagnata da forti intenti sociali, e frequentemente saranno animate dagli stessi promotori e membri, che di volta in volta assumeranno ruoli diversi.

Influenze e tramonto del movimento

Nel corso degli anni il movimento esprimerà, in una vasta produzione artigianale e architettonica, i caratteri ricorrenti di un linguaggio riconoscibile, anche se non unitario né privo di aporie, ma comunque riconducibile alle medesime premesse teoriche, tanto da ispirare, soprattutto nei primi decenni del XX secolo, artisti e architetti europei che ne offriranno inequivocabili e interessanti interpretazioni. Una significativa e diretta influenza delle A.a.C. è inoltre certamente quella esercitata sulla nascita e lo sviluppo del tema della città giardino, vero leitmotiv della cultura urbanistica del Novecento, che proprio dall’Inghilterra prenderà le mosse.
Il tramonto del movimento, a partire dal secondo decennio del secolo, coincide con l’inevitabile accelerazione dei processi di produzione industriale a basso costo e con la conseguente accentuazione dei caratteri di standardizzazione e serializzazione, insieme a una radicale trasformazione, in ambito architettonico, dei linguaggi e delle forme collegati alle innovazioni tecnologiche e ai mutamenti sociali o anche, in alcuni casi, alla ripresa di un retorico monumentalismo.

Bibliografia

Blakesley R.P., The Arts and Crafts Movement, London, 2006; Davey P., Architecture of the Arts and Crafts Movement, New York, 1980; De Fusco R., Storia dell’architettura contemporanea, Bari, 1974; Kruft H.W., Storia delle teorie architettoniche. Dall’Ottocento a oggi, Bari, 1987; Morris W., Architettura e socialismo (Manieri E.M., a cura), Bari, 1963; Pevsner N., Pioneers of Modern Movement from William Morris to Walter Gropius, London, 1936.

 

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