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Atelier

Definizione – Etimologia

Parola francese, dal francese antico astelier, da astelle, scheggia di legno, derivato a sua volta dal latino tardo astella, diminutivo di astula, scheggia, assicella di legno, propriamente significa cantiere, laboratorio.

In origine era qualsiasi officina in cui lavorassero operai o artigiani. A partire dal XIX secolo, il termine ha indicato la stanza di lavoro di un artista, di un pittore, di uno scultore o un laboratorio di confezioni per signora, sartoria, specialmente di alta moda, ma anche studio, laboratorio e, con uso estensivo, atelier di restauro, atelier fotografico. 
Più genericamente, è uno spazio funzionale alla produzione di oggetti e cose che prevedono per la loro realizzazione l’attivazione di un processo creativo, un luogo di lavoro al contempo fisico e intellettuale, sufficientemente ampio e flessibile nell’organizzazione interna.

Generalità e storia

L’atelier di un artista si caratterizza per l’ampiezza, la superficie e l’altezza per la lavorazione di grandi oggetti, come quadri e sculture, o per ospitare varie lavorazioni in contemporanea, più allievi o collaboratori; è inoltre uno spazio caratterizzato dall’essere accessibile: la realizzazione di grandi oggetti prevede che le persone possano entrare e uscire agilmente, e lo stesso deve poter essere per i materiali da lavorare e gli utensili necessari alla lavorazione. L’atelier di un artista necessita di particolari condizioni di illuminazione, ottenute mediante grandi finestre nelle parti alte delle pareti e talvolta anche sul soffitto (come nelle mansarde). La luce ideale, jour d’atelier, calcolata per valorizzare un’opera di pittura o di scultura, dovrebbe avere un’incidenza di 45°.

L’atelier, nella specifica accezione assunta a partire dal XIX secolo, deve molto del suo fascino alla sua duplice funzione di luogo di produzione e di fruizione dell’opera d’arte, una fruizione mai propriamente pubblica, caratterizzata dal fascino dell’esclusività. Il processo creativo, per sua natura intimo e personale, è nell’immaginario collettivo avvolto da un’aura misteriosa di segreti e atmosfere accessibili a pochi, addetti ai lavori e clienti, un circuito intellettuale che caratterizza l’esperienza parigina dell’inizio del Novecento. L’espressione “ateliers libres” fu talvolta applicata alle accademie private che in quegli anni, a Parigi, divennero centri d’arte d’avanguardia.

Atelier fu anche il nome di una compagnia teatrale fondata a Parigi nel 1922 dal regista e attore C. Dullin e da quest’ultimo diretta fino al 1940. Affiancata da una scuola di recitazione in cui si formarono celebri attori (J.L. Barrault, M. Jamois, J. Marais, J. Vilar), favorì la diffusione di nuovi autori (A. Salacrou, M. Achard) e fece conoscere in Francia il teatro di Pirandello. Nel 1940 a C. Dullin succedette nella direzione A. Barsacq. 
Altra caratteristica dell’atelier è l’essere spazio informale dove convivono situazioni diverse: quella della lavorazione dell’opera d’arte, quella dell’archiviazione o stoccaggio, quella dell’esposizione e della convivialità, e in alcuni casi anche la funzione di abitazione dell’artista. Questa caratteristica del coniugare studio e abitazione si andrà consolidando con la stagione delle borse di studio istituite dai differenti Stati per gli studenti distintisi nel campo delle arti (pittura, scultura e architettura). Sulla scia dell’esperienza storica della Francia che offriva ai vincitori del prestigioso Prix de Rome la possibilità di studiare all’Accademia di Francia a Roma (1666), vennero promosse l’idea e la sistemazione di luoghi dedicati a uso di residenze per artisti. Spesso gli artisti amarono rappresentarsi al lavoro con i propri allievi nell’atelier, che fornì il soggetto per celebri dipinti (l’atelier di A. van Ostade, quello di F. van Mieris e di G. Courbet).

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