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Atrio

Definizione – Etimologia

Elemento centrale della residenza romano-italica, costituisce la corte semicoperta attorno a cui si aprono i principali ambienti della domus, e da cui gli stessi prendono luce. Più tardi passò a indicare estensivamente un ingresso monumentale, riscontrabile in edifici sia religiosi sia civili.
L’etimologia del lemma (atrium) è dibattuta sin dal periodo tardo-repubblicano e imperiale: per Varrone, il termine deriverebbe dalla città etrusca di Atria (odierna Adria veneta) e testimonierebbe l’origine pre-latina dell’elemento; secondo Servio e altri, il nome sarebbe un derivato di ater, scuro. L’atrio potrebbe essere infatti il luogo dove, in età arcaica e protostorica, era collocato il focolare (culina), e le cui strutture apparivano naturalmente annerite dalla fuliggine. L’origine dell’atrio andrebbe quindi ricercata nelle rudimentali aperture presenti nei tetti delle capanne protostoriche per far uscire il fumo del fuoco domestico.

Storia

Si intuisce, dunque, l’aspetto centrale, sia dal punto di vista funzionale sia rappresentativo, raggiunto dall’atrio nell’articolazione della domus romana già tra il IV e il III secolo a.C. Si tratta di un ambiente rettangolare, sviluppato, in base alle indicazioni di Vitruvio, secondo rapporti teorici di larghezza/lunghezza di 3/5, 2/3, oppure pari al lato di un quadrato rispetto alla sua diagonale. Vitruvio, inoltre, usando il sinonimo cavaedium, distingue cinque tipi di atrio: tuscanico, in cui il compluvio si sostiene su travi appoggiate alle pareti; corinzio, dove le travi sono sorrette da una peristasi di colonne; tetrastilo, con solo quattro colonne agli angoli; displuviato, con le falde del tetto inclinate verso l’esterno; testudinato, interamente coperto da un tetto a quattro falde. Il compluvio di queste strutture sottende la presenza a terra di un impluvium (Impluvio), ovvero di una vasca bassa destinata alla raccolta delle acque pluviali. L’impluvium era collegato a una cisterna in grado di captare l’acqua in eccesso per conservarla e renderla disponibile quando necessaria.
Nelle domus più grandi e nelle ville suburbane, dal III secolo a.C. in poi, diventano frequenti spazi domestici distribuiti attorno a un doppio atrio Si parla, in questo caso, di due tipi di ambienti: atri residenziali, circondati da tablini, triclini e cubicula, che mantengono funzioni tipicamente domestiche, e atri rustici, cui vengono devoluti compiti più strettamente produttivi (con ambienti come le cucine o i torcularia per produrre il vino). Diverso è il discorso delle domus pompeiane nel periodo della cosiddetta luxuria asiatica (dal II secolo a.C.), dove la presenza del doppio atrio risponde a più precisi scopi sociali e rappresentativi: l’accresciuto potere economico del dominus comporta un aumento del numero dei clientes e il solo vestibulum non è più sufficiente a contenere le persone in attesa del rito della salutatio. Uno dei due atri diventa, quindi, un grande vestibolo di attesa.
Da qui probabilmente avrà origine quello spostamento semantico che porterà il termine a indicare, anche nel linguaggio contemporaneo, uno spazio di ingresso. Così nella basilica cristiana, e in generale nell’architettura paleocristiana, bizantina e medioevale, l’atrio viene identificato come il quadriportico o il cortile antistante alla chiesa, spesso destinato ai catecumeni. A volte si parla di atrio a forcipe, con un significato pressoché analogo a quello di nartece. Dal Rinascimento all’Ottocento, l’atrio è sempre un ambiente di accesso, in genere ricco e monumentale, alla corte interna di un palazzo nobiliare, mentre nell’architettura contemporanea è perlopiù un ampio spazio d’ingresso, particolarmente arioso, presente in ville, alberghi, scuole e simili.

Bibliografia

Crema L., Architettura romana, Torino, 1959; De Albentiis E., La casa dei romani, Milano, 1990; De Franceschini M., Ville dell’agro romano, Roma, 2005; Gros P., L’architecture romaine du début du IIIe siècle av. J.-C. à la fin du Haut-Empire. 2. Maisons, palais, villas et tombeaux, Paris, 2001; Vitruvio, De architectura, a cura di P. Gros, Torino, 1997.

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