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Avanguardia

Definizione – Etimologia

Il termine, che nel gergo militare indica una formazione che esplora il terreno prima del resto dell’esercito, è stato usato a partire dalla fine del XIX secolo per definire una serie di gruppi operanti in Europa in ambito artistico alla ricerca di nuove forme di espressione.

Generalità

I caratteri comuni che rendono possibile l’utilizzo del termine per indicare una serie di esperienze diverse tra loro per esiti e metodi – futurismo, cubismo, neoplasticismo, costruttivismo, suprematismo, espressionismo – sono uno spiccato anti-passatismo, un rifiuto delle convenzioni artistiche, l’interesse per i temi scientifici e tecnologici e un’osservazione distaccata della realtà. L’arte stessa diviene per l’Avanguardia o un’espressione pura e astratta, indifferente al contesto in cui nasce, o invece lo strumento più efficace per la sua trasformazione. Sono quindi frequenti nelle Avanguardie l’interesse per i temi sociali e un approccio fortemente ideologico, per non dire antagonista o nichilista, che ne avvicinano le posizioni a quelle di formazioni politiche radicali, soprattutto fino agli anni Trenta del Novecento.
Il portato utopico di questo atteggiamento e la pulsione, comune a tutte le Avanguardie, per il tema del futuro e della modernità, intesa come urgenza e “dovere” di innovazione, hanno reso in architettura difficile, se non programmaticamente esclusa, la realizzazione dei progetti, elaborati in molti casi come “manifesti” svincolati dalle convenzioni e dai limiti di economicità o funzionalità. Ciononostante, temi riconducibili all’azione breve e ambiziosa delle Avanguardie hanno sicuramente contribuito alla formazione dei linguaggi del XX secolo e animano tuttora la produzione contemporanea.

Bibliografia

De Fusco R., L’architettura delle quattro avanguardie, Napoli, 2005; Gubler J. (a cura di), Architettura e avanguardia, 1924-1928, Milano, 1983; Menna F., Profezia di una società estetica, Roma, 1968; Poggioli R., Teoria dell’arte d’avanguardia, Bologna, 1962.

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