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Barriere architettoniche

Definizione

Dizione entrata da tempo nel linguaggio comune, evoca, nell’immaginario collettivo, situazioni negative collegate alle persone con disabilità. Le “barriere architettoniche”, come ostacoli fisici ed ambientali, vengono collegate a stati e situazioni di svantaggio, visibilmente evidenti. Quasi sempre vengono ricondotte alle persone su sedia a ruote, le quali hanno assunto, loro malgrado, il ruolo di “metafora” del disabile. Nell’accezione comune si usa spesso la dizione “portatori di handicap” con una conseguente visione negativa dei veri problemi di un habitat non appropriato. Ne consegue la mancata o ridotta applicazione della importante normativa vigente nel nostro Paese sull’argomento. Essa invece riguarda una ampia fascia della cittadinanza. Con l’emanazione della L.13/89 e del suo Regolamento D.M. n.236/89, all’art.2 le barriere architettoniche vengono definite come:

  1. gli ostacoli fisici che sono fonte di disagio per la mobilità di chiunque ed in particolare di coloro che, per qualsiasi causa, hanno una capacità motoria ridotta o impedita in forma permanente o temporanea;
  2. gli ostacoli che limitano o impediscono a chiunque la comoda e sicura utilizzazione di parti, attrezzature o componenti;
  3. la mancanza di accorgimenti e segnalazioni che permettono l’orientamento e la riconoscibilità dei luoghi e delle fonti di pericolo per chiunque e in particolare per i non vedenti, per gli ipovedenti e per i sordi.

Il significato quindi è ben più ampio di quello di gradino, scala, strettoia o spazio di dimensioni limitate. Comprende invece elementi o situazioni della più svariata natura, ovvero particolari conformazioni di ambienti o di oggetti che si configurano come fonte di affaticamento, di disorientamento o di malessere, e provocano disagio a persone con limitazioni motorie, sensoriali o cognitive. Dalla citata definizione “ufficiale” si evince invece che le barriere architettoniche sono considerate come elementi negativi per chiunque, comprese le persone che, anche se in modo temporaneo, presentano maggiori “fragilità” o svantaggi di vario genere. Sono peraltro considerate barriere architettoniche anche le circostanze che costituiscono “fonte di pericolo”, comprese quelle conseguenti ai rischi dovuti al fumo o al fuoco.

Criteri guida

Le barriere architettoniche sono, quasi sempre, create dall’uomo. Debbono essere considerate come caratteristica negativa dell’habitat, riguardante la generalità dei cittadini ma per alcuni costituiscono un vero ostacolo insormontabile. Di conseguenza, minore è la presenza di barriere architettoniche più risulta potenziata, con benefici generalizzati, l’accessibilità urbana. Quest’ultima intesa come benessere diffuso e possibilità concreta di accedere e fruire agevolmente spazi, edifici, attrezzature e sistemi di trasporto, da parte di tutti, comprese le “utenze deboli”. Sempre all’art. 2, punto g) del Decreto si legge: “Per accessibilità si intende la possibilità, anche per persone con ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale, di raggiungere l’edificio e le sue unità immobiliare e ambientali, di entrarvi agevolmente e di fruirne spazi e attrezzature in condizioni di adeguata sicurezza e autonomia”.

A questa caratteristica qualitativa dell’ambiente, urbano e edilizio, si collegano concetti importanti. Anche per il crescente numero di persone anziane, si sta sviluppando una maggiore consapevolezza del fatto che uno spazio urbano ed edilizio pieno di ostacoli architettonici ed ambientali sia scomodo ed insicuro per tutti, anche se in diversa misura. Per “accessibilità” deve quindi intendersi “comfort ambientale”, in situazione di sicurezza ed autonomia, anche per chi ha svantaggi di tipo motorio o sensoriale. Questi aspetti devono risultare compresenti nell’affrontare qualsiasi progetto per l’uomo e devono valere, a maggior ragione, per gli spazi più “significativi”, soggetti o meno a vincoli di tipo storico, archeologico o ambientale. Devono poter essere goduti dal maggior numero possibile di persone, in qualsiasi situazione psico-fisica si trovino. Proprio per questi motivi un progetto responsabile deve essere impostato, fin dalle sue prime fasi, tenendo anche conto delle reali capacità dei futuri utilizzatori. Questi rappresentano esigenze tra di loro molto variegate e non a caso si comincia ad avere come riferimento la cosiddetta “utenza ampliata” che comprende anche persone con difficoltà motorie o sensoriali. Tutto ciò in riferimento ai criteri del “Universal Design”, riconosciuto nei paesi più evoluti come base di riferimento per un corretto approccio alla progettazione “inclusiva” che deve costituire una buona opportunità per lo sviluppo di corrette soluzioni funzionali nonché per valide configurazioni formali ed estetiche.

Ampliamento del concetto

Negli ultimi anni la situazione è andata evolvendo, facendo emergere sempre più le esigenze delle persone reali. Si comincia a rifiutare il concetto che l’uomo debba adattarsi a una città piena di ostacoli (handicappata) e scomoda e cresce sempre più la richiesta di ambienti privi di barriere architettoniche, facilmente “accessibili”. Tutto ciò è anche collegato a quanto affermato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che definisce la Salute “non come assenza di malattia, ma come stato di completo benessere psico-fisico e sociale”. Tale concetto di salute è un equilibrio che non può essere raggiunto una volta per tutte, ma va ricercato, mantenuto e difeso giorno per giorno, tenendo costantemente elevato il livello di attenzione di ognuno. Il passaggio culturale che si deve favorire è quello di immaginare una corretta e “normale” progettazione di qualsiasi opera e di qualunque spazio per le attività dell’uomo senza ostacoli o barriere di alcun tipo per consentire, secondo le norme vigenti, una fruizione agevole e sicura da parte di tutti. Tale “maniera di pensare” dovrebbe caratterizzare l’architettura contemporanea, tenendo conto delle esigenze e delle aspettative della cittadinanza e non basando le scelte su intuizioni formali e “culturali” che hanno come conseguenza spazi scomodi ed insicuri non fruibili da parte di una consistente fascia di popolazione (oltre il 20 % del totale).

Il “diritto alla accessibilità” nell’ambito degli spazi urbani o del territorio antropizzato diventa sempre più pressante da parte di tutti. In modo particolare da chi, per differenti situazioni fisiologiche o patologiche, ha poca autonomia per limitate energie disponibili o per svantaggi dovuti ad una ridotta capacità motoria o sensoriale (anziani, obesi, incidentati, cardiopatici, artrosici, ipovedenti ecc.). Uno “sviluppo” corretto e responsabile del Paese, quindi, non può prescindere dal mettere in atto ogni tentativo per perseguire una “mobilità sostenibile”, intesa anche come fruibilità agevole del costruito. Occorre consentire a tutti di esercitare, in modo autonomo, le proprie scelte per poter raggiungere i diversi specifici obiettivi di tipo lavorativo, culturale, ricreativo o di partecipazione. Nell’ambito urbano e nelle strutture complesse tra i diversi “input” per una corretta progettazione occorre considerare quelli che rendono più facile l’orientamento. Quest’ultimo inteso come capacità di sapere dove ci si trovi nonché come possibilità di capire quali possano essere gli spostamenti da compiere per raggiungere un determinato obiettivo prescelto (wayfinding).

Questi aspetti assumono particolare importanza per tutti coloro che hanno una ridotta autonomia individuale in quanto devono utilizzare al meglio le limitate energie disponibili per raggiungere una determinata meta. Le incertezze dovute alla non conoscenza dei luoghi, delle attrezzature e dei sistemi di mobilità provocano in chiunque un aumento dell’ansia e dell’affaticamento psico-fisico.

 

Bibliografia

Arenghi A. (a cura), Design for all. Progettare senza barreire architettoniche, Torino, 2007.

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