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Betilo

Letteralmente “casa della divinità” (ebraico Beith-El, greco baitylos). Il sogno di Giacobbe si conclude con un monumento: “Surgens ergo Jacob mane, tulit lapidem quem supposuerat capiti suo, et erexit in titulum, … Appellavitque nomen urbis Bethel” (Genesi, 28, 18-19).
I riferimenti al Messia rientrano verosimilmente in questa tradizione: “Lapidem quem reprobaverunt ædificantes, hic factus est in caput anguli” (Salmi, 117, 22). Il termine, spesso con accezione diversa da quella originaria, indica statue aniconiche (come nei culti nabatei), assimilate in Occidente ai menhir pre-protostorici, ma in Oriente la tradizione permane fino all’era cristiana, e si può integrare all’architettura, con stele, guglie piramidali o coniche, setti o pilastri quadrangolari, come possiamo ad esempio vedere negli altari di Zeus Melichios a Selinunte o forse a Kommos (Creta). Pilastri rastremati, legati al culto di Dushara, appaiono in monete di età romana, quali simboli di città come Adra o Bosra.

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