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Braccio (costruzioni)

Dal greco brachìon, che ne richiama l’origine metrologica, il termine indica un unità di misura lineare che si ritrova, con valori diversi, in numerosi sistemi metrici, fino alla definitiva riorganizzazione nel Sistema Metrico decimale avvenuta nel 1775 (adottato in Italia nel 1861).
Sinonimo di cubito, unità di misura egizia che prendeva a riferimento la lunghezza della parte di braccio compresa tra gomito e dito medio, la sua misura varia dagli 0,64m del braccio bolognese, agli 0,583m di quello fiorentino. Un braccio milanese, equivalente a due palmi o a dodici once, misura 0,595m; il braccio veneziano vale 0,683m mentre a Napoli vale 0,5421m.
Tali valori hanno importanza nell’analisi metrologica degli edifici, utile per comprenderne il progetto originario, così come concepito dall’architetto, ma anche per spiegarne deformazioni e cinematismi. Il passaggio alle unità di misura originarie permette, con un margine di errore che tenga conto dei possibili scarti costruttivi nella traduzione di una geometria perfetta in realtà, di interpretare con maggiore facilità le geometrie e le proporzioni adottate come riferimento per la costruzione, e dunque di comprenderne i movimenti nel tempo.
Notevoli oscillazioni si rilevano in genere tra il “braccio a terra”, usato per misurare appezzamenti di terreno e architetture, e il “braccio a panno”, adottato prevalentemente per le pezze di stoffa.
Architettonicamente, il termine definisce una propaggine architettonica di un edificio che si distacchi da un nucleo in senso longitudinale e in cui la lunghezza supera di gran lunga l’altezza.
Inteso come “ala” o corpo solitamente laterale e spesso raddoppiato, connesso o raccordato (in questo caso galleria) ad un corpo o ad un avancorpo principale. Si intende anche come muro di sostegno trasversale su terrapieni, ponti ecc., la cui funzione è assimilabile a quella del contrafforte.

Bibliografia

Martini A., Manuale di Metrologia, Roma, 1881; Milizia F., Principi di architettura civile, Bassano, 1804.

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