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Buddista, architettura

Sommario: 1. La religione buddista2. ArchitetturaBibliografia

1. La religione buddista

La religione buddista si fonda sugli insegnamenti dati dal Budda storico, Gautama Siddharta (566 a.C.-486 a.C.). Egli predicò il rifiuto dell’attaccamento alla vita (samsara) considerata come sofferenza (duhkha) individuata, in particolare, nei quattro momenti della nascita, malattia, vecchiaia e morte. Il budda attraverso pratiche di condotta morale (vinaya) e di ascetismo meditativo (samadhi) propugnava il superamento dello stato transeunte dell’essere sino all’ottenimento della liberazione definitiva (nirvana).

Il buddismo (dharma) si divide in due principali correnti di pensiero: il theravada e il mahayana. Il primo ha come scopo la liberazione individuale e come idealità la figura dell’arhat, il secondo considera figura centrale quella del bodhisattva, colui che anela alla salvezza di tutti gli esseri. Ulteriori sviluppi di quest’ultima corrente furono il vajrayana o tantra che si diffuse in Tibet e lo zen (in Cina chan) che influenzò gran parte della cultura giapponese. Il buddismo si propagò in tutta l’Asia; seguendo la via marittima raggiunse Sri Lanka, Birmania, Thailandia, Cambogia, Laos, Vietnam ed Indonesia, mentre, per le carovaniere terrestri, si diffuse in Afganistan, Pakistan, Asia centrale (l’antico Turkestan, oggi regione autonoma cinese del Xinjiang), Cina, Corea, Giappone, Tibet e Mongolia.

2. Architettura

Il buddismo si è distinto da sempre per la grande capacità di adattamento alle varie forme di culture con cui andava a confrontarsi; questo è stata la ragione del successo che ne ha permesso la diffusione in aree del mondo di grande diversità etnica e linguistica e dalle caratteristiche morfologiche e paesaggistiche più disparate. Gran parte dell’architettura buddista, pertanto, venne mutuata dalle culture costruttive che di volta in volta tale religione andava ad incontrare. Nonostante ciò, alcune costruzioni come lo stupa emersero come esclusive e specifiche al buddismo.

Nei cullavagga, antichi testi canonici, era vietato ai monaci di apprezzare le pitture e si proibiva qualsiasi opera d’arte nei monasteri, per cui la primitiva arte buddista fu aniconica. Immagine fisica del dharma divenne così lo stupa, un monumento chiuso, tutto rivolto all’esterno, senza altra funzione al di fuori di quella meramente simbolica che, nato come reliquiario per le spoglie mortali del budda, si trasformò col tempo nel simbolo del nirvana e della stessa mente illuminata del budda.

Lo stupa ha una tipologia ben definita e codificata nel tempo. Esso sorge intorno ad un asse centrale (yai) simbolo dell’axis mundi attorno a cui si succedono una serie di elementi a partire da una terrazza quadrata (medhi) sulla quale, sopra un’ulteriore tripla base circolare, si erge una semisfera (aa) che ne è la parte più caratteristica e riconoscibile. Sull’aa c’è un elemento generalmente cubico, delimitato da una balaustra (harmika), da cui si alzano una serie di ombrelli (chatra), il cui numero varia a seconda delle differenti scuole buddiste. La struttura si conclude con un vaso per la pioggia (vara-sthala). Lo stupa è circondato da una balaustrata (vedika) che ne delimita lo spazio sacro il cui accesso è consentito attraverso portali monumentali (toraa) posti ai quattro punti cardinali.

Un testo buddista, il dighanikaya, classifica lo stupa in quattro tipologie: lo ´sarîriraka, eretto per contenere reliquie corporee appartenute al budda o ad un santo particolarmente venerato; il paribhogika in cui sono racchiusi oggetti personali del budda o collegati alle vicende storiche della sua vita; il dharma, in cui vengono custoditi i testi sacri contenenti insegnamenti e l’udde´sika eretto per commemorare luoghi dove si sono svolti grandi avvenimenti legati alla dottrina.

Gli stupa più antichi erano realizzati in mattoni e pietrisco racchiusi da un rivestimento di muratura, altri erano scolpiti in un unico blocco di roccia. Oggi sono ancora visibili quelli di Bharhut nello Stato di Nagodh del 150 a.C. e quelli di San-ci nello stato di Bhopal, tra i più completi esempi dell’antica architettura buddista in India, la cui costruzione va dal III secolo a.C. al I sec a.C. Nel tempo la base circolare dello stupa diviene cilindrica, mentre l’aa si alza e si allunga, come nel tipo del Gandhara, e le terrazze della base si moltiplicano. Un’ulteriore evoluzione dello stupa presenta un alto tamburo cilindrico o la cupola a bulbo.

Il primitivo stupa semisferico si diffuse nell’Asia meridionale e nello Sri Lanka. In Nepal lo stupa ha il caratteristico allungamento della serie di ombrelli (chatravali), che verrà esportato anche nel vicino Tibet. In Birmania e in tutto il Sud Est Asiatico, si sviluppò uno stupa molto allungato, in cui le differenze fra la base molto larga, l’aa e la cuspide diventano impercettibili. Un’ulteriore variante dello stupa è la Pagoda, struttura alta a più piani con cui tale monumento venne trasformato in Cina, Giappone e Corea. La tipologia della pagoda si può ritrovare in rilievi presenti a Mathura in cui sono raffigurati edifici del 100-150 d.C. a più piani con terrazze, inoltre un pellegrino cinese del VI secolo, Song Yon, descrisse lo stupa dell’imperatore Kanika a Peshawar come un’alta torre di 13 piani. La più antica pagoda ancora esistente in Cina è quella di Songyue Si nella provincia dello Henan del 520 d.C. In Cina le più famose sono la piccola e la grande pagoda dell’oca selvatica a X’ian, in Giappone e Corea le pagode sono costruite principalmente in legno e hanno piani con tetti spioventi dal grande aggetto.

I più antichi reperti buddisti pervenuti sino a noi sono le colonne (sthambha) su cui l’imperatore A´soka (273-232 a.C.), della dinastia Maurya (320-185 a.C.) fece incidere editti per diffondere il dharma. L’abaco di tali colonne è ornato da figure di animali, come l’elefante, il leone o il toro, resi con una forte connotazione realistica. La mancanza di altri resti architettonici ci fa supporre che la primitiva architettura buddista dell’India fosse costituita da elementi poco resistenti all’usura e particolarmente fragili come legno, terracotta e avorio.

Due tipologie architettoniche sviluppatesi nel buddismo sono i santuari (caitya) e i monasteri (vihara).Tutti gli esempi più antichi di tali edifici giunti sino a noi vennero scavati in grotte artificiali, mentre di quelli costruiti in legno o mattoni non ci restano che le fondamenta. Il Santuario di Bhaja del II secolo a.C., presso l’odierna città di Mumbay, ha la tipica pianta basilicale conclusa da un abside circolare che sarà ripetuta in tutti i caitya successivi. La navata del santuario, preceduta da un portico, ha una fila di colonne che si aprono sull’abside, il sancta sanctorum, dove vi è un piccolo stupa (dagoba) che è l’immagine simbolo da venerare. Nei primi santuari l’influenza dell’architettura in legno è molto evidente, per esempio nel portico monumentale ad arco carenato che ne sovrasta l’entrata reproducente quelli realizzati in legno per l’architettura urbana. Altro elemento derivato dall’architettura lignea è il kudu, motivo decorativo formato da piccoli abbaini che riprendono in scala la forma dell’arco d’ingresso, all’interno del quale vengono raffigurate piccole intelaiature in prospettiva. La struttura basilicale si ritrova anche nei caitya successivi scavati nella roccia a Kanheri, Karli e nell’importante centro di Ajanta, in cui le componenti dei santuari diventano più elaborate con capitelli a forma di vaso (ghata), mentre il dagoba principale, superata la primitiva fase aniconica, viene ornato con figure di budda e bodhisattva. Unico santuario del periodo Gupta (320-600 d.C.) non scavato nella roccia è il tempio n. 17 di San-ci del V secolo d.C. Esso ha struttura cubica, simile a quella di un tempio greco e poggia su una base a gradoni rettangolare con un portico sorretto da pilastri con abachi aventi leoni scolpiti e una cella per l’immagine sacra (garbhagrha).

L’architettura rupestre dei templi, abbandonata definitivamente in India dopo l’VIII secolo d.C., si era diffusa in altre aree dell’Asia. A Qyzyl e Qumtura in Asia centrale, nell’oasi di Kucha, vennero scoperte grotte decorate con meravigliosi affreschi del IV-VIII secolo d.C.; in Cina vi sono grandiosi complessi scavati nella roccia a Yung-kang nello Shanxi (V secolo d.C.) e Lung-men nello Honan (VII secolo d.C.).

La tradizionale struttura a caitya del santuario, pur con le necessarie variazioni, si diffuse in gran parte delle aree di tradizione buddista. I templi spesso vennero inclusi nella strutture dei grandi monasteri. In Tibet i grandi templi, divenuti vere e proprie cattedrali, mantennero la pianta basilicale con diversi piani sormontati da tetti di stile cinese con coperture di rame dorato. Tipico esempio è il Jo-Khang di Lha-sa dove ai lati della navata principale si situano cappelle di divinità varie e stupa, il tutto concluso nella parete di fondo dall’immagine gigantesca del budda principale (Jo-Bo) cui è dedicato il santuario. In Giappone, Cina e Corea i templi hanno caratteristiche strutture di legno con gli alzati sorretti da mensole e tetti spioventi con tegole di terracotta.

Un’ulteriore tipologia degli edifici sacri buddhisti è lo ´sikhara che accoglie elementi del caitya e dello stupa. Lo ´sikhara è un monumento a forma di piramide tronca molto allungata, generalmente fatto di mattoni che racchiude la cella della divinità (garbhagrha).Tale tipologia ebbe origine ad Aihole e a Pattadakal nella regione indiana del Deccan. Uno dei principali templi a ´sikhara è quello di Bodhgaya in Bihar, luogo in cui il budda ottenne l’illuminazione. L’edificio attuale è una ricostruzione moderna, ma molto simile all’originale ricordato in un medaglione scolpito del I o II secolo d.C. (oggi nel Museo di Patna). A parte alcune zone limitrofe all’India, come la valle di Katmandu nel Nepal, il tempio a ´sikhara nel buddismo, al contrario dell’induismo, non ebbe grande diffusione.

Alcuni edifici buddhisti vennero costruiti con singolari e grandiose costruzioni. Il Borobudur (IX secolo d.C.) nell’isola di Java si distingue per le sue dimensioni colossali, si erge come una collina artificiale, disposto a terrazze successive con camminamenti riccamente scolpiti che conducono allo stupa finale posto sulla sommità dell’edificio. Il monumento è orientato secondo i punti cardinali ed osserva una pianta a mandala, massima espressione simbolica dell’architettura sacra del buddismo mahayana. Lo scopo di tali costruzioni colossali è giustificato dalla teoria del merito (punya) secondo cui ogni fedele deve accumulare molto karma positivo per ottenere benefici nella vita attuale e in quelle future, per cui più grande è la costruzione, più tale merito si accresce. A tale concetto possono ricondursi altri singolari monumenti buddhisti come i giganteschi budda, oggi distrutti, di Bamyan in Afganistan, il Bayon di Ankor Thom in Cambogia o stupa giganteschi come il sKu-‘bum di rGyal-rtse in Tibet.

Da sempre il sostegno del clero (sangha) è stato essenziale per il successo del buddismo. Dovunque nel mondo vi è il dharma, inevitabilmente si incontra anche il sangha e la caratteristica costruzione che manifesta l’esistenza di quest’ultimo è il monastero (vihara).

Durante il periodo monsonico i monaci erano costretti ad una sosta nel loro vagabondare per radunarsi in luoghi riparati. Il budda stesso specificò che tale ritiro doveva essere fatto in comune con funzioni collettive chiamate vassavasa. Tale ritiro nel tempo venne a consolidarsi sempre di più e i monaci si stabilirono in padiglioni o giardini recintati nei pressi dei centri abitati. Tale ricovero fu la base per i primi monasteri chiamati sangharama. Questi erano composti da un muro di recinzione che racchiudeva le abitazioni dei monaci, che costituivano il vihara vero e proprio. Col tempo si aggiunsero ulteriori spazi funzionali, come le sale di riunione (upatthana sala), i mandapa, portici colonnati usati come riparo, camere (kotthaka), cucine, pozzi, luoghi per i bagni e piccole piscine. Come nel caso dei caitya, dei primitivi vihara costruiti in legno o mattoni nulla ci è pervenuto. I più antichi che oggi possiamo ammirare sono i monasteri scavati nella roccia detti anche guha, con una sala quadrata sui lati della quale si aprono le celle dei monaci.

Col tempo i compiti dei monasteri si ampliarono: i grandi complessi religiosi (mahavihara) dell’India del periodo Pala (750-1120 d.C.) Nalanda, Vikrama´sila e Odantapuri avevano le dimensioni di vere e proprie città e potevano contenere migliaia di monaci. Tali centri monastici sino alla loro distruzione causata dalle invasioni musulmane del XIII secolo, influenzarono culture al di fuori dell’India come il Tibet a Nord e Java e Sumatra ad Est. Nel Tibet sorsero centri monastici di grandi proporzioni come le tre università della valle di Lha-sa, ‘Bras-spungs dGa’-ldan e Se-ra, costruite nel XV secolo. Al contrario dei grandi centri monastici dell’India, da cui traevano origine, che avevano una struttura architettonica derivata dal simbolismo mistico delle piante a mandala, i monasteri del Tibet seguivano criteri costruttivi tipici della propria civiltà. Ispirandosi all’architettura del castello fortificato (rdsong), essi si sviluppavano costeggiando il dislivello dei pendii, acquisendo esteriormente l’aspetto di vere e proprie città fortificate.

Una tipologia architettonica peculiare al buddismo giapponese sono i “padiglioni” (shoin-zukuri) sorta di edifici laici residenziali per meditare, ascoltare musica e per la cerimonia del tè. Questa forma architettonica deriva dalla cultura del buddismo zen, che propugna una ricerca della semplicità nella vita ed un forte amore contemplativo per la natura. Tali edifici, di legno a più piani, sorgono in un giardino, solitamente in un’isola al centro di un laghetto. I padiglioni più celebri sono quello d’oro e quello d’argento di Kyoto del periodo muromachi (1334-1573 d.C.). Strettamente connessa a tale edilizia residenziale è l’arte della composizione del giardino. Tale arte, iniziata sotto il regno dell’imperatore Suiko (592-628 d.C.), venne formalizzata nel periodo fujivara in cui prese il nome di shinden-shiki. Nel Sakutei-ki, libro composto nel periodo kamakura, vengono descritti i principi generali di tale arte che prevedeva laghetti artificiali con anatre, cascate, rocce, alberi e isole. Un’importante variante è la creazione dei cosiddetti giardini “secchi” (kare-sansui), creazioni simboliche ispirate alle contemporanee pitture di paesaggio in bianco e nero su carta. Uno dei più famosi giardini di questo tipo si può ammirare nel tempio Ryuan-ji a Kyoto in cui su un letto di sabbia chiara che riproduce l’oceano si alzano 15 rocce ad imitazione di isole , mentre un muro sul fondo crea un finto orizzonte al di fuori del quale dei pini ad altezze decrescenti intendevano creare per l’osservatore una fuga prospettica.

Bibliografia

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