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Campagna

Nell’ambito degli insediamenti umani stanziali, sin dalla fase neolitica, la strutturazione della campagna, intesa come spazio destinato alle attività agricole, costituisce elemento rivelatore dell’organizzazione sociale e della relativa cultura insediativa. Questa fondamentale correlazione tra struttura, aspetto e funzionalità delle campagne, almeno sino a quando il contado ha rivestito un ruolo produttivo a servizio della città o del villaggio, ha consentito di indagare le relazioni tra episodi insediativi e trame del territorio aperto in funzione degli usi del suolo, delle economie rurali e degli storici modi di possedere, ponendo in luce le connessioni non sempre lineari tra condizionamenti ambientali, vocazioni produttive ed effettive attività di sfruttamento della terra, con i loro portati consuetudinari ma anche con gli avanzamenti tecnologici che aumentavano le rese alimentando gli scambi.

La produzione di un ager (campagna coltivata) in opposizione al saltus (selva) di cui parla Emilio Sereni si gioca sulle mobili frontiere nel tempo e nello spazio di una dimensione agricola che contende terreni alla pastorizia o all’incolto, e va letta in correlazione con i cicli di crescita e di stasi demografica, di espansione e di autarchia alimentare delle società rurali. Il rapporto tra paesaggi e modi di possedere e gestire i fondi agricoli apre direttamente alla dimensione della geografia umana, che interpella ricorrenze e dominanze nei pattern rurali alle varie latitudini. Gli studi di Lucio Gambi evidenziano una linea di demarcazione tra un’Europa atlantica di area prevalentemente francese, caratterizzata dalla presenza di bocages, campi chiusi da siepi vive associati a forme di insediamento sparso; un’Europa media continentale, caratterizzata da campi aperti (openfields) destinati prevalentemente alla cerealicoltura, in cui prevalgono insediamenti accentrati; e un’Europa mediterranea con i variegati paesaggi delle colture promiscue, intercalate di cereali, legumi, vigne e alberi da frutto, disposti a corona intorno agli abitati. Le rispettive tradizioni colturali e alimentari comportano ulteriori linee di demarcazione: cultura del vino vs cultura della birra; cultura del burro vs cultura dell’olio.

Per restare al caso italiano, le prime sistematiche indagini sui caratteri fondanti dello spazio agricolo attraverso la distribuzione delle colture avviate a scale geografiche (26 fogli in scala 1:200.000) risalgono agli anni Venti del XX secolo sotto l’impulso di Carmelo Colamonico. Questa lettura territoriale intercetta la grana fina e variegata dei tipi edilizi rurali, oggetto di una serie di studi monografici inaugurati in quello stesso periodo da Renato Biasutti, con un rilievo non tassonomico ma problematico delle varianti sincroniche e diacroniche. Del resto, così come la concentrazione di determinati tipi edilizi in alcune aree geografiche limitate depone per una lunga sopravvivenza di modi di costruire e stili di vita in condizione di relativa chiusura alle contaminazioni esterne, la grande diffusione di una tipologia come la corte, che assume valenza di archetipo, si spiega nella lunga durata con la persistenza di una particolare cultura dell’abitare dovuta alla koiné romana, e con la sua adattabilità a reimpieghi in funzione di emergenti utilità, combinata con i fattori localizzativi tradizionali legati all’approvvigionamento di risorse e materie prime. Così ad esempio, nei distretti subalpini, gli abitati fortemente concentrati derivati dalle corti, richiamati dalla presenza di falde acquifere, si ispirano a modelli di socialità nella gestione dei fondi rustici; nella pianura irrigua lombarda, veneta e d’Oltralpe, le corti composte di più edifici disposti intorno a uno spazio chiuso danno vita ad abitati dimensionalmente contenuti, talora formati dai membri di un’unica famiglia; nel Meridione, le tipologie delle corti pugliesi e campane, da originaria manifestazione di insediamento isolato, hanno successivamente favorito la concentrazione di una popolazione non più o non solo legata all’agricoltura, fungendo da nuclei di cristallizzazione di aggregati dimensionalmente consistenti. Queste e altre ricerche avviate nel secondo dopoguerra hanno posto in evidenza le trasformazioni di struttura e di senso operanti all’interno dei contesti territoriali per effetto di nuovi paradigmi di sviluppo legati all’ultima ondata della bonifica e all’industrializzazione delle fasce vallive, nonché all’espansione delle seconde case soprattutto lungo i litorali.

Le tre matrici fondamentali dello spazio agrario italiano – il sistema della cascina tipico della pianura padana, il modello della mezzadria nei territori dell’Italia centrale e nordorientale, le maremme e il latifondo dell’Italia meridionale – resistono con diversa forza a questi nuovi assalti, ma la subalternità delle economie rurali a quelle urbane costituisce un portato inevitabile di ogni paradigma di sviluppo. Non è certamente un fenomeno nuovo: già ai tempi delle libertà comunali, i territori dei contadi erano annessi alle città, di cui erano tributari in termini economici e per status giuridico. E progressivamente lo spazio rurale è stato plasmato da processi non agrari di lunga durata largamente dominati da capitali urbani: il periodo di massima fioritura dell’insediamento di villa risale al Cinquecento, quando il rifluire di capitali della classe mercantile dalla città al contado è favorito dallo sviluppo di nuove possibilità di conquista del paesaggio naturale e di controllo dei suoi elementi. Nuove tecniche idrauliche e costruttive consentono, infatti, la realizzazione di bonifiche e di opere di regimazione delle acque, di irrigazioni e di sistemazioni collinari.

Il controllo delle dinamiche dello spazio rurale, da forma di egemonia economica e culturale, conosce un nuovo impulso nell’Ottocento e soprattutto nel Novecento, epoca in cui la città, liberata dall’assillo dell’approvvigionamento alimentare, può proiettare la propria ombra minacciosa sulla campagna, destinandola in proporzioni inedite ad area di riserva per le proprie necessità di espansione. In situazioni di città diffusa o di campagna urbanizzata, dove gli stili di vita sono decisamente urbani, ma anche nelle residue campagne produttive, la sintassi tra spazio costruito e territorio aperto che nel passato era espressione di specifiche razionalità di funzionamento ha lasciato il posto a una sorta di paratassi, che riduce o annulla principi compositivi e gerarchie territoriali. Queste varie fenomenologie a bassa densità e alto consumo di suolo, tanto in continuità come in discontinuità rispetto ai territori urbanizzati, non possono essere lette come forme intermedie di transizione verso un assetto urbano per effetto di meccanismi di densificazione secondo sequenze del tipo disperso-diffuso-consolidato: i costi di conversione sarebbero elevatissimi. Si verificano invece propagazioni nel consumo di suolo in aree limitrofe più esterne e marginali, per onde successive, con polarizzazioni e specializzazioni funzionali e densità variabili. La condizione di campagna urbana rischia di proporre un modello insediativo difficilmente correggibile e assai meno stabile all’usura della città compatta.

Bibliografia

Berengo M., Nobili e mercanti nella Lucca del Cinquecento, Torino, 1974; Bevilacqua P. (a cura), Storia dell’agricoltura italiana in età contemporanea, Venezia, 1989-1991; Biasutti R., Ricerche sui tipi degli insediamenti rurali in Italia, Roma, 1931; Camporesi P., Le belle contrade, Milano, 1992; Colamonico C., Carta della utilizzazione del suolo d’Italia. Memorie illustrative, Roma, 1925; Desplanques H., Contribution a l’étude des paysages ruraux en Italie, Paris, 1969; Gambi L., Una geografia per la storia, Torino, 1973; Indovina F. (a cura), La città diffusa, Venezia, 1990; Palazzo A.L. (a cura), Campagne urbane. Paesaggi in trasformazione nell’area romana, Roma, 1995.

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