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Caratteri degli edifici

Pasquale Carbonara, schemi distributivi (da Architettura
pratica, vol. I, Torino 1954).
Pasquale Carbonara, schemi distributivi (da Architettura pratica, vol. I, Torino 1954).

Definizione – Etimologia

Dal greco charaktèr, impronta. Il complesso delle qualità che distinguono un insieme di edifici da un altro. Sempre presenti nella trattatistica di architettura, in particolare di stampo illuminista, all’inizio del XIX secolo i caratteri degli edifici sono divenuti disciplina autonoma, con il fine di identificare la parte oggettiva e razionale della progettazione distinguendola da quella soggettiva ed intuitiva. Gli edifici, individuati e ordinati spesso per il fine cui la loro costruzione è destinata, sono così studiati attraverso caratteristiche comuni dovute alla loro formazione oltre che alle peculiarità costruttive, distributive e stilistiche.

Le scuole di pensiero e l’insegnamento della disciplina

Il fine didattico e sintetico della disciplina di caratteri degli edifici era stabilito fin dalla sua introduzione negli ordinamenti delle scuole d’architettura italiane da parte di studiosi come Giovanni Battista Milani. Secondo l’interpretazione di uno dei suoi primi e più autorevoli docenti, Enrico Calandra, allievo di Ernesto Basile, la disciplina doveva costituire un’introduzione allo studio dell’intera composizione architettonica, non solo di una sua parte: anche se il corso che teneva nella Scuola d’Architettura di Roma riguardava insiemi di edifici suddivisi secondo la funzione svolta, esso non si interessava delle sole necessità funzionali ma anche di quelle relative all’intera progettazione “come le deve vedere chi sarà chiamato a fare sue queste esigenze, e le altre pure oggettive della costruzione, interiorizzandole e consociandole nel suo spirito con le esigenze soggettive”.

Sull’onda della progressiva specializzazione degli aspetti che concorrono al progetto di architettura, la disciplina di caratteri degli edifici si divideva, in seguito, nelle diverse componenti di cui era in origine costituita. Accanto a materie di studio rivolte ai caratteri stilistici e costruttivi, quella di “Caratteri distributivi degli edifici” sembrava ereditare, secondo accezioni pure molto diverse, la tradizione fondata da Milani e Calandra. La differenza tra le diverse scuole che coltivavano la disciplina consisteva proprio nella distinta interpretazione del termine “distribuzione” che, in origine identificato nel senso ampio di componente economica del costruire (in Vitruvio la distribuzione consisteva nell’opportuno impiego dei materiali e dello spazio e nell’oculata limitazione delle spese di costruzione), ha finito per indicare l’organizzazione funzionale, soprattutto planimetrica, delle parti di un edificio.

Alla fine degli anni ’30 l’insegnamento di Armando Melis al Politecnico di Torino costituisce forse l’esempio italiano più evidente dell’indirizzo funzionalista della disciplina nello spirito delle ricerche sull’ottimizzazione delle piante intraprese in Germania da Alexander Klein. Melis non corredava il suo primo testo di Caratteri degli edifici (1939) con illustrazioni perché riteneva inutile presentare esemplificazioni che “in poco tempo sarebbero apparse superate”. Le nozioni generali sui caratteri dovevano adeguarsi alle esigenze della società e della tecnica moderne in continua trasformazione, richiedendo una definizione flessibile dei requisiti funzionali da soddisfare. Nella seconda edizione del suo testo Melis introduceva schemi funzionali che, destinati a riassumere astrattamente gli aspetti fondamentali dell’organismo edilizio, rimanevano a lungo uno degli strumenti didattici d’elezione negli insegnamenti progettuali e nella pratica professionale d’indirizzo funzionalista.

Negli stessi anni ’30 la disciplina veniva sviluppata in area milanese con principi meno rigidamente funzionali. Mentre Enrico Griffini tentava una sistemazione della materia che, riconosciuta ancora in piena fase di evoluzione, doveva contenere uno studio del processo formativo degli edifici allo scopo di collocare storicamente il progetto contemporaneo, Ruggero Cortelletti proponeva un metodo generale basato, prima ancora che sulla classificazione degli edifici per funzione, sull’aggregazione di “corpi di fabbrica”.

Ma era soprattutto Pasquale Carbonara, docente della disciplina dal 1946 ed allievo di Calandra che, dopo la guerra, compiva il tentativo di riportare lo studio dei caratteri distributivi all’unità originale, proponendo anche, senza riuscirvi, un ritorno alla vecchia denominazione. Il suo insegnamento si svolgeva parallelamente alla produzione di un monumentale testo in molti volumi che ha costituito a lungo il riferimento dei progettisti italiani in tema di caratteri degli edifici. Sulla scia degli autori della grande manualistica di derivazione ottocentesca, da Gustav Breymann a Daniele Donghi, la sua Architettura pratica affrontava lo studio sistematico dei principali caratteri dell’edilizia contemporanea, condotto anche secondo una prospettiva storica, derivandone indicazioni concrete per la progettazione.

La condizione attuale

Il problema di riconoscere i caratteri comuni e trasmissibili di insiemi d’edifici al di là delle loro specificità funzionali ha dato luogo, segnatamente a partire dagli anni ’60, agli studi sulla nozione di tipo condotti, con diversi metodi, da progettisti come Aldo Rossi, Carlo Aymonino, Gianfranco Caniggia e, prima ancora, da Saverio Muratori, i cui lavori pionieristici, rivolti inizialmente al processo formativo degli organismi edilizi, si sono poi estesi alla scala dell’ organismo urbano e territoriale.

Gli studi sui caratteri degli edifici finiscono così per essere temporaneamente sostituiti, fino agli anni ’80, da quelli sulla tipologia che ne hanno determinato la crisi e, in seguito, la sostanziale scomparsa. All’abbandono di entrambi questi insegnamenti non ha corrisposto, tuttavia, alcuna reale alternativa che non si fondasse su ricerche individuali proposte in progetti di architettura e in corsi sperimentali. Solo negli ultimi anni, nel tentativo di colmare un vuoto evidente nella didattica di architettura, sono stati introdotti insegnamenti di “Caratteri tipologici e morfologici dell’architettura” con statuti disciplinari, tuttavia, ancora disomogenei. Giorgio Grassi ha di recente riproposto il problema, rilevando la necessità, per il progettista, di comprendere il carattere di un edificio riconoscendolo “nel lungo processo di definizione” che ha condotto alla tipicità della sua forma.

Bibliografia

Aymonino C., La formazione del concetto di tipologia edilizia: introduzione al corso di Caratteri distributivi degli edifici, a.a. 1964/65, Venezia, 1965; Carbonara P., Architettura pratica, voll. I-VI, Torino, 1954/1986; agg. voll. I e II, Torino, 1989; Cassi Ramelli A., Carattere degli edifici, Milano, 1946; Fabbrichesi R., Architettura tecnica. Carattere degli edifici, strutture statiche notevoli, fattori tecnici fisici ed estetici, esempi di composizioni elementari, Padova, 1944; Grassi G., Il carattere degli edifici, in «Casabella», 722, maggio 2004; Griffini E.A., Costruzione razionale della casa, Milano, 1931; Melis A., Caratteri degli edifici, Torino, 1939 (2a ed. 1943); Pevsner N., Storia e carattere degli edifici, Roma 1986; Strappa G., Unità dell’organísmo archítettonico. Note sulla formazione e trasformazione dei caratteri degli edifici, Bari, 1995.

 

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