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Cavea

Definizione – Etimologia

Nei teatri greco-romani, ma anche negli anfiteatri e nei circhi, indica l’insieme delle gradinate, perlopiù organizzate secondo una forma concentrica, che costituiscono il luogo dal quale il pubblico assisteva allo spettacolo.
L’origine del nome dà adito a ipotesi differenti. Il termine lat. căvĕa sta per “cavità”, con una derivazione assai dubbia da cavus, “cavo”, che avrebbe lo stesso etimo dell’omologo gr. κοῖλος (“cavo”, con il quale era indicata la cavea dei teatri greci), e farebbe riferimento all’incavo collinare al quale le gradinate dei teatri greci si appoggiavano. Secondo altri, cavea avrebbe indicato in origine le gabbie per le belve usate negli spettacoli degli anfiteatri; da lì sarebbe poi passato a individuare le gradinate degli spettatori che vi erano costruite sopra. Sarebbe questo il motivo per cui il termine cavea veniva spesso adoperato estensivamente per indicare l’anfiteatro.

Cenni storici

Rispetto ai precedenti modelli greci, i teatri romani presentano cavee sostruite e innalzate artificialmente, svincolate quindi dalle condizioni morfologiche del terreno. Inoltre la cavea greca, nei teatri più grandi, è divisa orizzontalmente in due parti (theatron e epitheatron), mentre quella romana era divisa in tre zone, ima, media e summa cavea, tenute separate da corridoi detti praecinctiones (diazomata per i greci). Le diverse sezioni (maenianae) erano riservate a classi sociali differenti, così che tale suddivisione costituiva uno specchio dell’organizzazione sociale romana.
Esistevano anche delle ripartizioni verticali a forma trapezoidale, i cunei (kerkides in greco), che erano tenuti separati da scale d’accesso (scalae o itinera secondo Vitruvio). L’ultimo livello della summa cavea poteva essere coronato da un portico. Famoso era il tempio di Venere Vincitrice in summa cavea nel teatro di Pompeo a Roma.

Bibliografia

Gros P., L’architettura romana. Dagli inizi del III secolo a.C. alla fine dell’alto impero. I monumenti pubblici, Milano, 1996; Sear F., Roman theatres. An architectural study, New York, 2006.

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