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Chiostro

Roma, pianta del chiostro di S. Maria della Pace, 1504, D. Bramante, (da Letarouilly P., Edifices de Rome Moderne, Bruxelles, 1849, pl. 63).
Roma, pianta del chiostro di S. Maria della Pace, 1504, D. Bramante, (da Letarouilly P., Edifices de Rome Moderne, Bruxelles, 1849, pl. 63).

Definizione – Etimologia

Dal latino claustrum, luogo chiuso, in origine indicava lo spazio recintato dentro il quale vivevano comunità religiose di clausura, in seguito passò a indicare lo spazio aperto di pianta quadrangolare circondato da portici che costituisce il principale elemento di distribuzione all’interno di un monastero.

Caratteristiche generali

Per quanto riguarda l’organizzazione spaziale, nei monasteri su un lato del chiostro si addossa la chiesa, mentre sugli altri lati si affacciano gli ambienti destinati alla vita dei religiosi. I portici sono dotati di accessi alla zona centrale scoperta, dove si può trovare un pozzo con cisterna per le acque piovane o una fontana. Di fronte al refettorio può essere presente un lavabo per le mani. In alcuni casi furono realizzati più chiostri, di cui uno maggiore a lato della chiesa e un altro dietro l’abside destinato all’abate.

Sviluppo storico

L’origine del chiostro è discussa: si è proposta la derivazione dai peristili delle domus romane o dall’atrium delle basiliche cristiane; in ogni caso si trattò della risposta alle esigenze pratiche della vita monastica di disporre gli edifici in maniera che fossero chiusi e protetti verso l’esterno, ma al tempo stesso dotati di aria e di luce, nonché di uno spazio destinato al movimento fisico sia pure in meditazione e preghiera.

Dal punto di vista cronologico i chiostri in Oriente risalgono alle origini stesse del monachesimo (ad esempio Shaqqa, Siria centrale, V secolo); in Occidente il primo chiostro citato dalle fonti è quello di Jumièges in Francia (655), mentre le poche testimonianze archeologiche partono dalla metà del secolo VIII.

Nell’Alto Medioevo, però, i chiostri, pur destinati a divenire una costante dell’architettura monastica, non erano ancora uniformemente diffusi: se infatti erano, ad esempio, presenti nelle grandi abbaziali carolinge del Nord Europa e se nella famosa pianta dell’Abbazia di San Gallo in Svizzera (830 circa) compare un’organizzazione razionale dei corpi di fabbrica articolati intorno a un grande chiostro quadrato e a due più piccoli appaiati, in Italia le abbazie più importanti ne erano prive.

Un periodo di fioritura dei chiostri in Europa si ebbe invece tra i secoli XI e XII. In particolare si diffuse un tipo che sembra avere avuto origine in ambito cluniacense, dotato di portici formati da arcatelle su colonnine binate, talvolta alternate a colonnine singole, arricchito da elementi scultorei con soggetti che inducevano alla meditazione e alla glorificazione di Dio. Tra le prime ad adottare il nuovo modello furono le abbazie della Francia meridionale, mentre in Italia esempio precoce fu il chiostro di Montecassino (1075).

Negli stessi secoli, la riorganizzazione dei canonici regolari secondo forme di vita monastica contribuì alla costruzione di chiostri di priorati, collegiate e capitoli di cattedrali, come in Francia Saint-Sernin a Tolosa (inizi XII secolo) o Saint-Trophime ad Arles (1170), in Italia San Rufino ad Assisi (1040) o più tardi Monreale (1180), di cui molti, come l’ultimo citato, splendidamente decorati.

Ben presto si manifestò una tendenza opposta portata avanti dall’Ordine cistercense, i cui chiostri si distinsero per la riduzione della decorazione scultorea, per lo più limitata a semplici capitelli a foglie lisce o a crochets, ma anche per l’uso di pilastri squadrati o polistili che inquadrano bifore o polifore, e di coperture a volta. Con i cistercensi si passò dalle formulazioni romaniche, ad esempio di Fontenay (1170 circa) o delle Tre Fontane a Roma (1140-1150), a quelle gotiche come Royaumont (1235 circa) e Santa Maria di Realvalle a Scafati in Calabria (1274).

A partire dall’XI secolo si sviluppò l’Ordine dei certosini, nei cui insediamenti si trova un sistema di doppio chiostro, in cui il maggiore (galilea maior), che rappresenta l’elemento di raccordo tra le celle singole dei monaci, è un elemento di novità.

Gli Ordini mendicanti per tutto il XIII secolo rifiutarono l’impiego dei chiostri, tranne che per le sedi femminili e rare eccezioni come il convento domenicano di Santa Sabina a Roma (1221 circa). Quest’ultimo esempio si inserisce nella particolare fioritura di chiostri a Roma nella prima metà del XIII secolo prodotti da maestranze cosmatesche (ad esempio San Paolo fuori le Mura, Santi Quattro Coronati, San Giovanni in Laterano), i cui modelli furono anche esportati a Santa Scolastica a Subiaco e a Santa Croce di Sassovivo presso Foligno mediante una vera e propria opera di prefabbricazione e montaggio in situ.

Solo dal XV secolo in poi, con la crescita degli impianti conventuali, i chiostri divennero parte integrante dell’architettura mendicante, spesso con declinazioni di estrema povertà negli insediamenti soggetti alle varie riforme degli Ordini come quella dell’Osservanza (XV secolo) o dei Cappuccini (XVI secolo). Ovviamente le caratteristiche delle singole regioni comportarono poi particolari soluzioni, come dimostrano i riflessi dell’arte siciliana e musulmana presenti, ad esempio, nel chiostro della cattedrale di Amalfi (1266-1269) o molto più tardi la proliferazione di decorazioni tardogotiche negli esempi inglesi o iberici (convento dei Gerolamini a Belém, Lisbona, secolo XVI). In ogni caso nel Rinascimento, come in tutti i periodi successivi, lo schema distributivo dei chiostri si mantenne in sostanza inalterato, anche se soluzioni tratte dall’arte classica sostituirono i partiti medievali, come nei chiostri progettati da Bramante a Milano o a Roma.

Nel barocco si elaborarono anche originali soluzioni planimetriche e decorative, come dimostrano sempre a Roma il chiostro di San Carlino alle Quattro Fontane di Francesco Borromini (1635-1644) o a Napoli il chiostro delle Clarisse di Santa Chiara dove l’originaria architettura trecentesca fu “invasa” da una decorazione su mattonelle policrome di gusto rococò (1742).

Durante il XVIII secolo nelle ricostruzioni di grandi abbazie dell’Europa centromeridionale, come Weingarten o Einsiedeln, si affermò una nuova organizzazione degli spazi monastici dove i chiostri vennero soppiantati da ampie corti comuni, che si ritrovano anche in Italia nell’abbazia di Superga a Torino, opera di Filippo Juvarra (1717-1731).

Nell’architettura moderna il chiostro è divenuto poi spunto per nuovi esperimenti formali, come nel convento de La Tourette di Le Corbusier a Eveux in Francia (1955-57).

Bibliografia

AA.VV., Certose e Certosini in Europa, Atti del Convegno, Certosa di San Lorenzo di Padula, 1988, Napoli 1990; Braunfels W., Monasteries of Western Europe, London, 1972; Claussen P.C., Magistri Doctissimi Romani. Die Römischen Marmorkünstler des Mittelalters, Stuttgart, 1987; Horn W., The origin of the Medieval Cloister, in “Gesta”, 12, 1973, pp. 13-52; Legler R., Der Kreuzgang. Ein Bautypus des Mittelalters, Frankfurt a.M., 1989; Legler R., Jacobsen W., Pistilli P.F., Chiostro, in Enciclopedia dell’Arte Medievale, vol. IV, 1993; Righetti Tosti-Croce M., Abbazia, in Enciclopedia dell’Arte Medievale, vol. I, 1991.

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