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Cinta (storia dell’urbanistica)

Figura 1 | Cinta | Storia dell'urbanistica

Definizione – Etimologia

Il termine deriva da cintus, participio passato di cingere, circondare o stringere attorno, ed è comunemente associato alle mura o alle opere di fortificazione di un centro abitato.

Generalità
Dal punto di vista urbanistico la cinta segna il limite della città, separandola dal territorio circostante al quale è collegata attraverso le porte urbane. Secondo l’epoca di costruzione e l’importanza dell’insediamento, essa presenta tipologie differenti, variando dal semplice terrapieno a opere più complesse, come nel caso delle mura bastionate.
Le cinte di antica origine spesso insistono su un tracciato tortuoso, generato dall’esigenza di seguire l’orografia e sfruttare le difese naturali dei siti, mentre quelle successive all’introduzione delle armi da fuoco, adottando i principi della fortificazione alla moderna, presentano un andamento più lineare; la rapida espansione di alcune città ha dato origine a più circuiti concentrici, come nel caso di Firenze che ha avuto ben quattro cinte, l’ultima delle quali dotata di bastioni.

Processo formativo
L’abbandono del nomadismo a favore di modelli sociali stanziali (4000-2000 a.C.) ha determinato la necessità di opere per la difesa dei nuclei abitati e già nel IV millennio a.C. in Egitto sono documentate grandi fortificazioni in mattoni di argilla cruda, come pure a Babilonia che nel 2000 a.C. era protetta da un doppio giro di spesse mura, dotate di torri e intervallate da un fossato; l’impiego di mattoni nelle parti superiori della cortina e di pietra in quelle inferiori si diffuse in Siria, Palestina, Persia e nell’area egea, sviluppando sistemi molto articolati.
Nelle città della Grecia antica la cinta generalmente si connetteva all’acropoli, presentando poche torri e un tracciato a dente di sega utile al fiancheggiamento; le fortificazioni di Rodi e le “lunghe mura” che congiungevano Atene al Pireo rimangono tra gli esempi più noti. Al secolo VI a.C. possono ricondursi le mura in blocchi squadrati che circondavano i centri etruschi, mentre in età romana, oltre alle cinte urbane, si svilupparono sistemi di difesa permanente con una o più linee fortificate lungo i confini dell’impero (Britannia, Germania, Africa).
Nell’Europa medievale la città cinta da mura ha rappresentato il modello urbano prevalente, sostituendo nel tempo le iniziali palizzate di terra e legno con costruzioni stabili in pietra; i centri abitati vennero racchiusi da cinte turrite, spesso connesse al castello del signore feudale, che costituirono un sistema difensivo efficace, tanto che di rado essi furono presi con sole azioni di attacco, quanto piuttosto dopo lunghi assedi o delazioni.
Negli ultimi decenni del XV secolo l’introduzione delle armi da fuoco determinò radicali trasformazioni nell’arte della guerra e di conseguenza nella morfologia della cinta: le mura furono ispessite e abbassate, le torri medievali vennero sostituite da rondelle e bastioni, mentre si adottarono schemi planimetrici per il circuito murario atti al controllo del tiro e al fiancheggiamento, anche ricorrendo a cortine scarpate e angolate a tenaglia.
Questi principi, prima di essere applicati a contesti urbani, furono sperimentati in rocche e fortezze, come San Leo (1475-1478), Sassocorvaro (1476-1478) e Ostia (1483-1484), i cui autori (tra cui Antonio e Giuliano da Sangallo e Francesco Di Giorgio Martini) si distinsero per la messa a punto della cosiddetta cinta bastionata all’italiana che avrebbe trovato applicazione, ad esempio, nell’addizione Erculea di Ferrara, realizzata dal 1497 dall’architetto Biagio Rossetti. Il fronte bastionato si diffuse rapidamente in tutta Europa: in area tedesca e francese vi si apportarono significative innovazioni, come l’introduzione del rivellino davanti alle cortine o della strada coperta contigua al fossato.
Il disegno delle nuove cinte doveva soddisfare i requisiti dell’antica triade vitruviana: funzionalità, solidità e bellezza, a cui poteva aggiungersi anche una intenzione simbolico-figurativa, talvolta con riferimenti di natura antropomorfa, secondo le indicazioni di Francesco di Giorgio Martini: «tutta l’arte e la ragione tratta essere dal corpo umano ben composto e proporzionato» (Trattati, I, 3). Nei trattati di architettura militare cinquecenteschi si impose un modello di città ideale contraddistinto da un impianto radiale, nel quale le strade sono subordinate alla forma di poligono regolare definito dalla cinta muraria.
L’evoluzione di tale sistema bastionato è rappresentato dalle piazzeforti messe a punto, dal 1673, da Sébastien Le Prestre de Vauban, di cui la più nota è Neuf-Brisach, nella regione dell’Alsazia, ma già nel tardo Settecento e soprattutto nel secolo successivo la cinta perse ogni funzione difensiva, permanendo solo quella daziaria per le merci in transito; a tale scopo si restaurarono gli antichi circuiti murari (Roma), oppure si eressero apposite cinte daziarie, come avvenne ad esempio nelle prime capitali del Regno d’Italia (Firenze e Torino). Perduto ogni valore simbolico, la vecchia cinta muraria finì con il divenire, per i criteri urbanistici ottocenteschi, una barriera all’espansione delle città, tanto da promuoverne la sistematica demolizione, lasciandone talvolta “memoria” nelle strade perimetrali alberate tracciate al loro posto (Ring di Vienna).

Bibliografia

Cassi Ramelli A., Dalle caverne ai rifugi blindati: trenta secoli di architettura militare, Bari, 1996;  De Seta C., Le Goff J. (a cura), La città e le mura, Roma, 1989; Guidone E., MARINO A., Storia dell’urbanistica. Il Cinquecento, Roma-Bari 1982; Maltese C. (a cura), Francesco di Giorgio Martini. Trattati di architettura, ingegneria e arte militare, voll. 2, Milano 1967.

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