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Claristorio

Colonia (Germania), coro lungo del duomo.
Colonia (Germania), coro lungo del duomo.

Definizione – Etimologia

Il termine claristorio (o cleristorio), probabile incerto adattamento dell’originario inglese clerestory o clear-story, composto di clere, lemma ant. clear (chiaro) e stoey o storey (piano di edificio), cioè “piano luminoso”, è da riferirsi al sistema d’illuminazione naturale presente negli edifici di grande dimensione, assicurato dall’organizzazione di finestre ricavate nella parte d’involucro soprelevata rispetto alla copertura dell’intero complesso. Entrato recentemente nel lessico architettonico, è particolarmente impiegato per definire la parete superiore finestrata della navata centrale di una chiesa innalzata rispetto alle navate laterali.

Origini e sviluppo

Sebbene una consolidata letteratura tenda a fare coincidere l’origine del claristorio con il sistema di luce naturale ricavato nei grandi edifici romani destinati ad uso collettivo, ammettendo tuttavia una matrice remota nell’architettura ellenistica, tracce di elementi a esso equiparabili potrebbero identificarsi nell’architettura templare egizia. A Karnak, ad esempio, il bisogno d’illuminare gli edifici di culto a sala ipostila sembra dimostrato dalla transitoria soluzione a finestre alte e pozzi di luce, adottata nel Tempio di Khons (1198 a.C.), che diventa sistema compiuto nel Tempio di Ammon (1530-323 a.C.). Il rialzo del claristorio in pietra, all’attraversamento centrale della sala ipostila, definisce una nuova nozione di “nodo” spaziale-monumentale, emergente e strutturalmente portato dalle adiacenti parti che lo servono funzionalmente.
Al contrario delle sporadiche manifestazioni del mondo classico, l’architettura romana, che nel frattempo aveva consolidato un’accezione di asse di percorrenza gerarchizzato e specializzato, con la conquista nella costruzione dell’organicità volumetrica e spaziale, mostra con assiduità l’uso del claristorio. Le basiliche civili di tipo forense, a elementi discreti e copertura a capriata (Traiano), o quelle derivate dagli organismi termali, costituite da ossatura muraria portante e sistema coprente voltato (Massenzio), presentano stabilmente il ricorso alla “navata” centrale rialzata per illuminare l’interno. Soluzione adottata nei maestosi complessi termali ma anche nei palazzi, come compare ad esempio nella dimora di Diocleziano a Spalato nel tablinum, nel triclinum, nell’atrium e nella basilica.
Regolarmente adottato ma del tutto privo di originalità, il claristorio permane nell’architettura paleocristiana delle chiese dei secoli successivi. Sarà solo l’architettura religiosa medievale, romanica e soprattutto gotica, che concorrerà a produrre importanti innovazioni e farne largo uso. Perfezionato dapprima in area nordeuropea, il sistema della copertura con volte a crociera preparerà la graduale conquista di un equilibrio statico caratterizzato dalla concentrazione di spinte e pesi su elementi discreti che, liberando dall’impegno strutturale le pareti sia esterne, sia quelle interne di separazione delle navate, permetterà più ampie aperture. Nelle grandiose cattedrali gotiche compaiono, infatti, claristorio molto ampi ricavati tra i pilastri polilobati che sostengono le volte di copertura (Exeter in Inghilterra; Notre Dame in Francia; Duomo di Milano).

Accezione moderna del termine

Pur se cautamente, ma senz’altro presente nell’architettura del XIX secolo, il claristorio è impiegato in modo discontinuo con la modernità, di cui è eccezione quella romana portatrice dei valori di continuità e di coerente aggiornamento. Opere come la Sala dei Ricevimenti del palazzo del Congressi e alcuni ambienti del Museo della Civiltà Romana all’Eur, ad esempio, ne sono viva testimonianza.
L’attuale irruzione dei sistemi d’illuminazione e aerazione artificiale ha impropriamente condannato il claristorio a un uso sempre meno regolare in quanto ritenuto espediente costruttivo e spaziale del tutto inessenziale, trascurando così il valore imprescindibile, pur subordinato, ma in ogni caso indispensabile, dell’identificazione gerarchica e proporzionale degli spazi nell’organismo.

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