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Colonia

Centuriazione Romana Model 1 | Colonia | Storia dell'urbanistica

Definizione – Etimologia

Il termine colonia viene utilizzato nel linguaggio corrente per indicare l’organizzazione territoriale che deriva dal trasferimento di un nucleo di persone – proveniente da una medesima zona geografica – in territori lontani dalla madrepatria.
La definizione semantica del termine colonia risulta particolarmente complessa sia per l’estrema varietà fenomenologica dei processi di colonizzazione nel corso dei secoli e nelle diverse aree geografiche, che per la mancanza a tutt’oggi di un’indagine sistematica esauriente del termine stesso. In ogni caso, sia che colonia si riferisca all’antichità che all’età moderna, contiene in sé il concetto di conquista e di espansione, e quindi di dipendenza, tanto da essere spesso utilizzata come sinonimo di “dominio” o di “possedimento”.
Dal latino colonia, derivazione di colonus (colono), dal verbo colere (coltivare, mettere a coltura).

Derivazione – Processo formativo

Nella Grecia antica l’insediamento di cittadini delle poleis in altre terre era definito apoikia, “fuori di casa”. Il termine indicava la formazione di nuovi centri completamente indipendenti – sia da un punto di vista politico che amministrativo – dalle città madri (metropoleis), che addirittura potevano respingere con le armi gli apoikiai che provassero a rientrare in patria. In età classica il termine venne sostituito da Tucidide con il verbo katoikizein, “andare a mettere casa” – più vicino all’odierno concetto di colonia – che sottintendeva lo sfruttamento agricolo del territorio, suddiviso in lotti assegnati a sorte ai nuovi abitanti.
Nel mondo romano le colonie – fondate nelle province – erano di due tipi: le coloniae civium Romanorum e le coloniae Latinae, a seconda che i coloni continuassero a mantenere o meno la cittadinanza romana. La fondazione di una colonia era deliberata dal Senato che, con decreto, stabiliva la condizione della colonia – se latina o romana – e il numero di persone che dovevano essere dedotte. I comizi tributi poi eleggevano tre commissari incaricati dell’attuazione della delibera mentre gli agrimensores studiavano l’area, definendo i confini della colonia, pianificando l’impianto urbano e procedendo infine alla centuriazione del territorio. Quest’ultimo, infatti, veniva organizzato secondo un reticolo formato da maglie quadrate (centuriae) di 20 actus per lato (710,40 m), che racchiudevano ciascuna una superficie di 200 iugera. L’impianto si sviluppava a partire dall’incrocio delle due strade principali: il decumanus maximus (di norma con andamento est-ovest) e il cardo maximus (ortogonale al primo), successivamente ai quali venivano tracciati i decumani e i cardini secondari, a intervalli di 100 actus (circa 3,5 km) gli uni dagli altri. All’interno di ogni centuria venivano poi ritagliate le parcelle (sortes), che erano assegnate per sorteggio ai coloni: gli abitanti delle colonie romane ricevevano lotti di piccole dimensioni – di norma pari a 2 iugeri – mentre i coloni latini ottenevano appezzamenti anche 10-20 volte più grandi.
La fondazione di colonie da parte dei Romani era dovuta essenzialmente a motivazioni di carattere economico, sociale e difensivo, tanto che Cicerone le definiva propugnacula imperii, sentinelle dell’impero. Nel I secolo a.C. il fenomeno del colonialismo cominciò a trasformarsi, divenendo l’assegnazione della terra il principale strumento attraverso il quale i comandanti ricompensavano i veterani di ritorno da una guerra. Al termine dell’età repubblicana, infine, nacque un terzo tipo di colonie denominata fittizia, che non comportava spostamento di popolazione, ma unicamente l’innalzamento di città già esistenti a rango di colonie.

Con riferimento all’età moderna, il termine colonia è passato a indicare il possedimento di uno Stato – perlopiù europeo – in altre parti del mondo (inizialmente l’America, e in seguito l’Africa e l’Asia), al fine di abbassare la pressione demografica dei paesi conquistatori (le cosiddette colonie di popolamento) e di sfruttare il territorio e le popolazioni indigene per il reperimento di materie prime e di manodopera a basso costo (colonie di sfruttamento). Da quest’ultima tipologia di colonia ebbe origine l’Imperialismo o Neo-colonialismo che, in seguito a conquiste militari, mirava alla creazione di nuovi mercati commerciali per le potenze europee e presupponeva anche forti istanze di civilizzazione delle popolazioni – considerate inferiori da un punto di vista culturale – e la loro conversione religiosa.
Solo alla fine della seconda guerra mondiale, con azioni quasi mai pacifiche, prese avvio il processo di decolonizzazione, che portò all’indipendenza – almeno formale – dei territori che le potenze europee (Regno Unito, Francia, Germania, Olanda, Belgio, Spagna, Portogallo e Italia) avevano colonizzato in Asia e Africa.

Per estensione, il termine colonia è stato utilizzato tra Settecento e Novecento per indicare una comunità di persone impegnate nella realizzazione di un medesimo progetto, sotto la guida di un sovrano “illuminato” o di un mecenate. Esempi significativi sono: la Real Colonia di San Leucio, nata negli ultimi decenni del XVIII secolo da un’idea di Ferdinando IV di Borbone, che impiantò in provincia di Caserta un insediamento produttivo per la lavorazione della seta, caratterizzato da una planimetria circolare con strade concentriche e radiali sulle quali prospettavano le case a schiera degli operai; la Künstlerkolonie di Darmstadt, sorta per volere del principe Ernst Ludwig von Hessen e ispirata all’ideale dell’opera d’arte totale e della fusione tra arte e vita, il cui progetto prevedeva la costruzione di edifici per abitazione, atelier e padiglioni espositivi, completi di tutti gli arredi interni, realizzato tra il 1899 e il 1901 dall’architetto Joseph Maria Olbrich.

Accezione contemporanea del termine

A partire dalla metà del XIX secolo cominciarono a sorgere anche in Italia – sulla scorta dell’esperienza inglese – edifici per l’accoglienza dei bambini durante i periodi estivi. Le cosiddette colonie di vacanza, balneari o estive favorivano, infatti, il contatto dei piccoli ospiti con la natura e, in particolare, con il mare, divenendo un efficace strumento per la prevenzione e la cura delle malattie connesse allo sviluppo della società industriale, e segnatamente della tubercolosi. I primi edifici sorgevano in località turistiche della costa e riproponevano la tipologia del palazzo urbano o degli edifici di abitazione collettiva, come ad esempio i conventi.
In Italia, dagli anni Venti del Novecento, la costruzione di colonie di vacanza s’inquadra nell’ottica delle riforme dell’assistenza sociale promosse dal regime fascista, che individuava proprio in questi edifici un efficace strumento di propaganda delle proprie istanze ideologiche. Dal punto di vista architettonico la loro realizzazione divenne un’occasione unica di sperimentazione per l’architettura razionalista, trasmettendo un’immagine forte di modernità e spesso riproponendo nelle forme i simboli del Regime, come la “M” di Mussolini (Colonia Ferrovieri a Bellaria, 1927) o il littorio (Colonia Fari a Chiavari, 1935).

Bibliografia

Asheri D., Colonizzazione e decolonizzazione, in S. Settis (a cura), I Greci, vol. 1, Torino, 1996, pp. 73-115; Asheri D., La colonizzazione greca, in Romeo R., Storia della Sicilia, vol. I, Napoli, 1979; Buccaro A., Matacena G., Architettura e urbanistica dell’età borbonica. Le opere dello stato, i luoghi dell’industria, Napoli, 2004; Di Maio G. (a cura), Colonie di artisti. Darmstadt, Hagen, Bergen-Binnen 1898-1918, Napoli, 1992; Finley M.I., Lepore E., Le colonie degli antichi e dei moderni, Roma, 2000; Laffi U., Colonie e municipi nello stato romano, Roma, 2007; Reinhard W., Storia del colonialismo, Torino, 2002.

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