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Colore

Un filtro giallo e uno blu, per sintesi sottrattiva di una luce bianca, lasciano emergere solo il verde.
Un filtro giallo e uno blu, per sintesi sottrattiva di una luce bianca, lasciano emergere solo il verde.

Definizione – Etimologia

Dal latino colere, nascondere, celare, ornare, in antico si attribuiva al colore la funzione di mascherare la vera essenza delle cose. È la sensazione visiva percepibile dall’occhio in risposta alle diverse lunghezze d’onda delle radiazioni luminose.

Generalità

I segnali cromatici percepibili dall’occhio umano sono onde elettromagnetiche, la cui lunghezza d’onda è compresa tra 400 e 700 nm. Nell’occhio umano i fotorecettori, disposti sulla retina, sono i coni e i bastoncelli. I coni sono responsabili della visione dei colori; ne esistono di tre tipi, sensibili alle lunghezze d’onda dell’azzurro-violetto, del verde e del rosso-arancio. La percezione degli altri colori, quali il blu e il giallo, è il prodotto di una sovrapposizione degli effetti. Dai coni gli stimoli sono inviati al cervello mediante reti neuronali e lì elaborati, insieme con molte altre informazioni di tipo ambientale, fino a pervenire alla sensazione cromatica.

Storia

Isaac Newton nel 1704 affermò per primo che la luce bianca è la sintesi dei colori dello spettro e avanzò anche l’ipotesi che la sensazione del bianco fosse prodotta dal cervello come sintesi dei segnali provenienti da sensori distinti per i diversi colori. Fu poi Thomas Young a spiegare in maniera definitiva il fenomeno, vale a dire che esistono solo tre tipi di recettori e che l’essenza del colore non sta nella natura fisica della luce, ma, come ricononobbe poi anche Clark Maxwell, nella natura dell’uomo che la percepisce. Goethe cercò relazioni profonde tra l’uomo e il colore, oltre le scienze naturali, ma aperte all’espressione artistica. Sulla quantità di recettori cromatici furono avanzate anche teorie diverse. Hering aveva supposto che i recettori fossero quattro, uno anche per il giallo, ipotesi poi smentita da Helmholtz, ma sopravvissuta in alcuni attuali criteri di classificazione cromatica (si veda più avanti il sistema NCS).

Non mancano anche ipotesi contemporanee di limitazione a due recettori, non sostenibili. Recenti ricerche evoluzionistiche portano a ritenere che la percezione dell’azzurro-violetto si sia aggiunta relativamente di recente nell’evoluzione del sistema visivo e sia in progressivo sviluppo. La sensibilità assai più ridotta di questo sensore, rispetto a quelli del rosso e del verde, sembrerebbe comprovarlo.

Caratteristiche e classificazioni

Tra le percezioni sensoriali quella cromatica è l’unica per la quale esistono tre percettori distinti per un fenomeno continuo, come quello della variazione della lunghezza d’onda elettromagnetica. In ogni altro caso, nell’ottica, nell’acustica o nel caso tattile, i recettori danno luogo a una scala con due soli estremi (chiaro-scuro, forte-debole, caldo-freddo), nella quale basta un solo valore per definire la misura ricercata. Nell’evoluzione della vita si è dunque presentato vantaggioso impiegare un terzo sensore per arricchire il campo informativo nell’ambito dei segnali cromatici, segno che si tratta di un ambito particolarmente utile alla sopravvivenza.
I colori sono normalmente classificati secondo tre proprietà: tonalità o tinta (in funzione della lunghezza d’onda), saturazione (purezza), luminosità o brillanza. Le prime due proprietà, insieme, definiscono quella che si dice qualità cromatica; la terza è influenzata dalla quantità di luce trasmessa.
Tutti i colori puri (generati da una sola lunghezza d’onda) sono compresi nello spettro solare, vale a dire nella scomposizione della luce solare effettuata con un prisma ottico che devia in misura disuniforme le diverse lunghezze d’onda, rendendole distinte.
La circostanza che i colori siano percepiti, come accennato, con tre distinti sensori fa sì che siano rappresentabili in uno spazio tridimensionale, ma le relazioni di continuità che li legano ne consentono anche la più comoda rappresentazione su un piano cartesiano all’interno di un triangolo che ha per vertici i colori corrispondenti ai tre sensori; ogni punto interno all’area rappresenta un colore composito (miscela ponderale dei tre colori ai vertici). Per comodità i tre vertici vengono posti in modo che uno sia all’origine degli assi cartesiani e due lungo essi a distanza unitaria dall’origine.
Alcune mescolanze di pigmenti o di luci producono colori che non corrispondono ad alcuna lunghezza d’onda elettromagnetica, e che sono detti porpore sature. Tali colori non possono essere rappresentati nel modo sopra descritto, pertanto in alcuni sistemi di rappresentazione tricromatica si sceglie la posizione dei vertici in modo da minimizzare i colori esclusi.
Il sistema RGB (red, green, blue) assume tre colori reali come vertici, tali che la massima parte dei colori percepibili resti all’interno del triangolo e non si abbiano coordinate negative.
Il sistema C.I.I. assume invece tre colori non reali (le cui coordinate non corrispondono a colori visibili). I colori puri risultano così allineati su una linea interna al triangolo (linea dei colori puri); su un’altra linea si trovano le porpore sature. All’interno della regione così definita si trovano tutti i colori percepibili; al suo centro (coordinate 1/3, 1/3) c’è il bianco (detto di uguale energia).
Per la “costruzione” di un colore vi sono due modi, a seconda che il colore sia prodotto da luci o da pigmenti. Nel sistema additivo i colori sono ottenuti dalla sovrapposizione di luci diverse, ciascuna delle quali fornisce il proprio contributo al colore e alla luminosità complessiva; la somma di tre luci monocromatiche idonee produce quasi tutti i colori, compreso il bianco. È questo il modo in cui si producono i colori sullo schermo televisivo. Nel sistema sottrattivo i colori sono ottenuti dalla mescolanza di pigmenti, ciascuno dei quali, a partire da una luce bianca, riflette o lascia trasparire solo i colori di cui è composto. La loro sovrapposizione può produrre la maggior parte dei colori, compreso il nero. È questo il modo in cui si producono i colori tipografici.
In realtà la percezione dei colori è un fenomeno percettivo più complesso, la cui riducibilità a un modello scientifico è solo parziale. Ne è prova la possibilità di costruire un bianco (imperfetto) per accostamento, senza mescolanza, di tre pigmenti colorati, vale a dire realizzando una sintesi additiva tra pigmenti invece che tra luci. La sintesi avviene direttamente nel cervello invece che nell’immagine. Nelle opere dei pittori divisionisti, dei puntinisti e dei macchiaioli fiorentini era utilizzato questo espediente.
Il sistema di catalogazione dei colori NCS identifica ogni qualità del colore (tonalità, saturazione e luminosità) attraverso la sua posizione all’interno di un ottaedro che ha in quattro vertici (a due a due opposti) coppie di colori puri la cui mescolanza produce il grigio (annullamento della saturazione) e negli altri due vertici il bianco e il nero. La distanza di ogni punto dai vertici descrive le qualità cromatiche del colore corrispondente.
I programmi di rappresentazione grafica dei computer usano comunemente il sistema additivo RGB (red, green, blue) o il sistema sottrattivo CMYK (cyan, magenta, yellow, black), nel quale viene aggiunto il nero per la sua non perfetta raggiungibilità come somma degli altri tre.

Valutazione percettiva

L’esigenza, particolarmente rilevante in architettura, di descrivere in modo analitico e scientifico il colore, vale a dire in modo che misurazioni diverse diano lo stesso esito, ha portato ad affidare la misurazione a strumenti particolari, detti fotometri o colorimetri. In essi la sorgente illuminante è rigidamente tarata secondo lunghezze d’onda standard in modo da non poter influire sulla riflessione cromatica della sostanza esaminata. Ciò nonostante la sensazione effettiva di un colore è ancora ampiamente influenzabile da altri fattori sia relativi al supporto (la qualità riflettente della superficie colorata, la sua scabrosità, la sua consistenza materica), sia relativi all’ambiente di osservazione (la qualità della luce, riflessi di superfici vicine, la qualità dell’aria, la distanza di percezione, l’effetto di campo da parte di dominanti ambientali), per cui un tema difficilmente affrontabile in termini solo scientifici è la valutazione della qualità dei colori in architettura, dove i soggetti da studiare sono immersi in ambienti ricchi di perturbazioni.
I piani del colore sono strumenti con valore anche giuridico per vincolare l’adozione di particolari colori a scopo di equilibrio estetico, ma sono anche strumenti ampiamente influenzabili da parte di fattori imponderabili e variabili: l’altezza del sole sull’orizzonte, il periodo dell’anno, le condizioni meteorologiche, la posizione dell’osservatore. Non a caso sono strumenti che non hanno ottenuto consensi unanimi. In ogni caso la valutazione percettiva di un colore o della sua luminosità si discosta in modo sorprendente dalla sua valutazione scientifica. Un foglio di carta bianca esposto alla luce della luna, ad esempio, può essere oggettivamente molto più scuro di un foglio di velluto nero illuminato dal sole.

Stili e mode cromatiche

Esistono accostamenti di colori e gamme cromatiche intere che vengono giudicati a livello individuale più piacevoli di altri. L’esistenza di tonalità dominanti e riconoscibili in un insieme di colori in genere contribuisce a creare accordi largamente accettati, ma talora anche contrasti violenti ottengono lo stesso scopo. Spesso gli accostamenti più graditi sono quelli riscontrabili in natura, ma un’influenza maggiore in questo giudizio è prodotta dalle mode cromatiche nelle quali si riconoscono le diverse culture. Determinati accostamenti sono segni epocali caratteristici e talora determinano giudizi opposti quando vengono decontestualizzati.

Il colore in architettura

In architettura il colore ha un ruolo importante, anche se non sempre primario. In particolari epoche storiche o in particolari ambiti geografici ha assunto e conserva valori simbolici e identificanti; spesso edifici o intere città sono contrassegnati da un colore dominante o da combinazioni cromatiche tipiche, che sono forti segni di riconoscibilità anche mnemonica. Allo scopo di tutelare queste specificità, sempre più spesso le amministrazioni comunali adottano un piano del colore che prevede l’impiego di determinate gamme cromatiche soprattutto per le facciate degli edifici.
In altri periodi il colore è stato come dimenticato. Agli inizi del Movimento Moderno, si dice anche per influenza delle immagini stampate che veicolavano un’architettura in bianco e nero, molti progettisti preferirono affidare la qualità delle proprie opere alle sole forme tridimensionali, generalmente bianche.
Differenti tendenze si distinguono anche nell’esaltare i colori naturali dei materiali o, per contro, nel coprirli con tinte aggiunte, fenomeno che si riscontra principalmente nell’architettura degli interni, ma non solo.
Ricerche in ambito psicologico hanno evidenziato una forte correlazione, anche se difficilmente generalizzabile, tra colori ambientali e stati d’animo. Si ritiene però che le associazioni siano determinate dai significati generalmente associati a ciò che il colore rappresenta, più che a sue proprietà autonome: rosso = pericolo (sangue, fuoco); verde = sicurezza (prato); blu = serenità (cielo). In ambito pubblicitario è notoriamente utilizzata una simbolistica molto precisa a scopo promozionale; in ambito sanitario si tenta di indagare l’eventuale ruolo curativo dei colori.

Bibliografia

Brusatin M., Storia dei colori, Torino, 1999; Goethe J.W, Della teoria dei coloriTübingen, 1810; Gregory R.L., Occhio e cervello, Milano, 1966; Oleari C. (a cura di), Misurare il colore, Milano, 1998.

I due sistemi di composizione dei colori.

I due sistemi di composizione dei colori.

 

 

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