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Conservazione (restauro)

Sommario: 1. Definizione2. Sviluppi ed enunciati concettualiBibliografia

1. Definizione

Il termine conservazione, riferito all’intervento sulle preesistenze, ha assunto nel tempo molti significati talora fra loro contradditori; in senso generico: volontà o uso di mezzi tecnici per tramandare al futuro un’architettura, a prescindere dal riconoscimento di valore e da scelte operative.

2. Sviluppi ed enunciati concettuali

Nella pratica italiana della tutela istituzionale del secolo XIX è frequente la prescrizione d’interventi conservativi, in attesa e come premessa del restauro: consolidare lo stato presente per evitare un aggravamento del degrado, prima di interventi risolutivi. In epoca più recente, si sono definite “conservative” pratiche di mantenimento generalizzato dell’esistente nei centri antichi, ma nell’ambito di un concetto della città come monumento unico, ponendo quindi in atto interventi distruttivi o ricostruttivi per singoli edifici cui si applica un concetto proprio del restauro filologico che lo consente nel monumento per parti ritenute ripetitive, prive di individualità: ciò appare conservativo da un certo punto di vista, distruttivo con l’uso di diversi parametri di giudizio. Analogamente un restauro che recuperi la forma originaria sostituendo quanto deteriorato (accantoniamo per ora il problema della stratificazione storica) può essere dichiarato conservativo in riferimento al dato formale, distruttivo in rapporto al dato materiale, e, viceversa, quando si tratti di aggiunte rilevanti e spazialmente incisive che non intacchino la consistenza materiale. Si noti infine che nell’uso comune il termine, indica “mantenere in buono stato”; in questa accezione la conservazione coinciderebbe con la manutenzione.

Dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso il termine indica anche un orientamento molto critico verso la tradizione teorica ed operativa del restauro fondato sul riconoscimento di un valore storico-artistico che appartiene a taluni oggetti i quali, sottoposti ad un giudizio qualitativo, vengono ricondotti ad una situazione considerata migliore di quella storicamente datasi, con modalità variamente definite: mutamento per giungere ad una ideale perfezione (restauro stilistico); ritorno al valore documentario originario (con uno studio storico e/o la ripresa per analogia da edifici coevi) o della pluralità delle epoche che hanno prodotto modifiche se considerate esse stesse di rilevanza storico artistica (filologismo); distinzione tra opere d’arte ed oggetti che pur avendo qualità espressive non raggiungono la qualità di realtà spirituale autonoma, abbandonando queste al filologismo per riservare alle prime un intervento restituivo delle potenzialità espressive dell’immagine (restauro critico).

Queste posizioni, ciascuna suscettibile di molte declinazione, sono giudicate frutto di una concezione della storia come fonte di certezze, basata sull’analisi dei dati emergenti, i grandi avvenimenti, dell’apparire delle personalità eccezionali, e, nell’ultimo caso, di una concezione dell’arte come “creazione” di oggetti la cui natura è ontologicamente distinta da quelli degli altri prodotti, cui al più si riconoscono qualità testimoniali. Non si considera quindi la pluralità del significato testimoniale di ogni oggetto e di ogni evento, la relatività della sua importanza in rapporto alla prospettiva storiografica i cui esso è inserito, alla natura ed allo scopo dell’indagine in cui rientra, alle qualità ed agli interessi del ricercatore. Ogni restauro che abbia alla propria base una lettura indirizzata di valori è inaccettabile distruzione di quanto non sia stato preso in considerazione: peraltro la storia di quelli eseguiti è un continuo tradimento dei principi affermati: le ricostruzioni dichiarate inammissibili da ogni documento ufficiale, quanto meno dal 1913, sono largamente presenti tutt’oggi.

Non meno relativi e provvisori i giudizi estetici: interi periodi o modi di produzione sono stati considerati a lungo arte degenerata e poi rivalutati, straordinarie costruzioni mentali hanno qualificato e definito “arte” sulla base di presupposti rivelatisi falsi, eppure sono dati ineliminabili della nostra cultura; oggetti d’uso prodotti in un luogo sono stati percepiti esteticamente in altri. “Arte” è un campo mutevole di oggetti, nella coscienza individuale come in quella della collettiva, popolare o elitaria. Essa è un valore per l’esperienza umana, con diversi livelli di intensità e qualità, che si genera per opera dei produttori e dei fruitori, in rapporto alle modalità materiali e mentali di esecuzione e di sperimentazione; l’emozione estetica è frutto di condizioni esistenziali, dipende della complessità culturale del rapporto tra soggetto ed oggetto.

Appare dunque infondata la pretesa del restauro di formulare un giudizio che si cala irreversibilmente su di un opera per condurla ad una condizione definita, conclusiva, alla sua “realtà”, “braccio secolare della storia”; neppure viva l’idea che l’opera d’arte sia realtà ontologica distinta da quella dei comuni oggetti dell’esperienza. Anche l’estensione della tutela non consente l’applicazioni di concetti formulati quando i vincoli si riferivano a poche centinaia di architetture e non alle molte migliaia di oggi, il che esclude una impostazione del problema che prescinda dalla dimensione economica e dalla funzione sociale.

Non è più possibile pensare ad una prassi in cui un’accantonamento di denaro serva per la tutela di un ristretto parco di beni, occorre fare riferimento piuttosto ad una condizione generale che favorisca la conservazione dell’esperienza storica, che utilizzi il lascito del passato, il destino che non abbiamo scelto, per il progetto del futuro, consapevoli che ogni perdita è riduzione delle risorse, distruzione di un’entità il cui valore potenziale è ignoto, può essere offesa per la memoria, e quindi per la cultura, di qualcuno. È questa l’impostazione che si definisce “conservazione”, con il rischio di creare un nuovo equivoco semantico; non una teoria preordinata: non si pretende di definire un “restauro” al di fuori dell’atto del “restaurare”; ci si pone in un ottica di continua sedimentazione, di aggiunta, di studio dell’esistente che suscita interesse, quindi appropriazione e desiderio di conservazione, che vede nell’analisi un accrescimento di conoscenze che incrementa le possibilità di comprensione in un inesauribile circolo ermeneutico; si rispetta il valore di autenticità materiale, l’ineluttabilità del trascorrere del tempo e si tende piuttosto ad accettare, quando non siano fattori di degrado, i segni del suo trascorrere in tutta la loro ampiezza. Si rifiutano le concezioni metafisiche o aprioristiche del restauro, ogni riferimento ad un sistema di idee che si presuma possa dare spiegazione totale del reale e renda operative valutazioni critiche inevitabilmente parziali.

Poiché non è possibile conservare tutto ciò che esiste, se la selezione non può fondarsi sui giudizi inappellabili di chi violentemente fa prevalere le proprie ideologie storiografiche od estetiche, essa è ineluttabile soltanto per impossibilità tecnica, opportuna a fronte di sacrifici inaccettabili di qualità della vita. Il giudizio si sposta sul piano etico, senza maggiori certezze ma in termini più consoni ai problemi che si devono affrontare.

La conservazione è quindi una prassi d’intervento sulla preesistenza che adegua ai bisogni sociali, pone rimedio alle deficienze strutturali o di dotazione, massimizzando la permanenza, operando per aggiunta e non per sottrazione con un progetto di architettura, non separato da quello del nuovo, ma con limiti severi alla libertà “creativa” del progettista. In questa visione di continuità il progetto si pone come un momento della vita dell’edificio, non conduce ad alcuna situazione definiva, trova la sua migliore applicazione nella manutenzione.

Bibliografia

Bellini A., A proposito di alcuni equivoci sulla conservazione, in «TeMA», 1, 1966, pp. 2-3; Della Torre S., La conservazione programmata del patrimonio storico architettonico, Milano, 2003; Dezzi Bardeschi M. (a cura), Firenze. Il monumento e il suo doppio, Firenze, 1981; Restauro punto e da capo, Milano 1991, pp. 53-58; Restauro due punti e da capo, Milano, 2004, pp. 31-41, 220-226; Torsello P. (a cura), Che cos’è il restauro, Venezia, 2005.

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