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Convento (progettazione)

Roma, Casa dei padri Scolopi,  G.B. Milani, 1933.
Roma, Casa dei padri Scolopi, G.B. Milani, 1933.

Matrici di riferimento e sviluppo del tipo

La matrice di derivazione iniziale del tipo è da ricercarsi in quella vasta esperienza dell’architettura monastica e abbaziale di cui il convento rappresenta, pur con le distinzioni temporali e di organizzazione cui si è accennato, la naturale prosecuzione. Sebbene le primitive manifestazioni sembrino comparire solo con la sistemazione in grotta o ripari naturali tra il III e il V secolo d.C., in luoghi romiti e deserti (laure del deserto egiziano e in Siria, da cui si è evoluta gradualmente un’organizzazione regolare sotto la guida dell’abate), il tipo che segna l’origine del filone monastico è da identificare nel sistema aggregativo elementare dei monasteri occidentali della Gallia e dell’Inghilterra (molto più regolari degli orientali), qualificati dall’unione di edifici distribuiti lungo un confine a delimitare lo spazio della chiesa detto katholikòn. La mutazione in organismo unitario potrebbe coincidere con l’evoluzione avviata dall’aggiunta del cortile, poi divenuto chiostro, a somiglianza dei modelli romani a peristylium. Degli ingredienti principali del filone monastico provenienti dall’esperienza dei tipi antichi e responsabili della specializzazione spaziale e funzionale del complesso si può ipotizzare una correlazione più o meno diretta con:

  • la domus per l’analogia atrium – chiostro, tablinum – sala capitolare, cubicula – dormitori;
  • l’insula romana per l’affinità con il tessuto di unità abitative;
  • la basilica cristiana per il grande atrium;
  • la villa rustica, descritta da Vitruvio, per la grande corte con cucina e vani, trasformata in complesso ecclesiastica agricolo a servizio di una comunità rurale.

Il concetto di aggregazione di ambienti variamente gerarchizzati intorno a un chiostro, confortato dalla Regula Sancti Benedicti e in seguito evoluto con l’esperienza delle abbazie carolingie e cluniacensi del secolo XI, definirà l’originario processo formativo della tipologia monastica matura i cui caratteri risulteranno, pur in presenza di numerose varianti, definitivamente assestati con l’esperienza dell’edilizia conventuale (XIII secolo). Mutando il concetto di luogo di isolamento autosufficiente (da mónos, unico, solitario) per una vita di preghiera, la nuova accezione conventuale sarà del tutto complementare, integrata e, per molti versi, dipendente dalle comuni e complesse attività della vita urbana.
La nozione base del tipo conventuale, autentico portato della comunitaria vita cenobitica, è di conseguenza riconducibile alla legge iterativa di elementi seriali, costituiti da una sequenza di ambienti in stretto rapporto di organicità con l’edificio di culto. Gerarchicamente e cronologicamente, in successione ordinata si riconosce la primigenia importanza del percorso originato dal presbiterio/altare, che preannuncia la struttura organizzativa del complesso conventuale, da cui si è generato il corpo di fabbrica opposto al fianco della chiesa e poi quello ortogonale a definire un chiostro di forma tendente al quadrato. Spazi collettivi e privati a servizio della comunità religiosa, reciprocamente correlati, come in un tessuto edilizio si distribuiscono in rapporto alla chiesa determinando un “modello di comportamento” declinato in alcune varianti che, se non direttamente (e raramente) influenzate dall’assetto del tessuto, scaturiscono dalla Regola dei vari Ordini.
Le distinzioni tipologiche manifestatesi con il filone monastico (ad esempio cistercense ad assetto derivato dall’impianto benedettino-cluniacense e certosino per la presenza di due chiostri: minore con gli ambienti comuni e maggiore con le abitazioni dei monaci) non sembrano manifestarsi nel successivo processo di sviluppo del convento. Sia la trasformazione in collegio, seminario e ospizio per lo svolgimento di attività finalizzate alla conversione e all’insegnamento nel XVI secolo, sia la cospicua proliferazione di congregazioni e istituti religiosi (Salesiani, Figlie di Maria Ausiliatrice ecc.), che andrà a colmare in pieno XIX secolo le incombenti necessità sociali di assistenza, insegnamento ed espansione missionaria, pur determinando apprezzabili variazioni planimetriche e dimensionali non implicheranno nessuna trasformazione sostanziale alla legge di comportamento del tipo conventuale.

Accezione moderna del termine

Le realizzazioni moderne, non molto numerose e talvolta iniziativa di organizzazioni paraclericali, manifestano una disposizione dell’insieme generalmente adeguata alle esigenze funzionali delle singole organizzazioni o comunità religiose.
Particolarmente cospicua appare la sperimentazione delle case generalizie, mutazione diacronica dell’edilizia conventuale, in cui permane la nozione di tipo specialistico costituito dalla disposizione ordinata di ambienti seriali nell’organica configurazione dell’unità (cappella) chiesa-complesso claustrale.
Esempi significativi nel panorama italiano sono, ad esempio, le opere di G.B. Milani e G. Muzio nella città di Roma. La casa dei padri Scolopi di Milani (1933), priva dell’edificio di culto e dunque variante dell’ordinaria articolazione di tali complessi, presenta una disposizione a due bracci con corpo di fabbrica doppio definito da un corridoio di distribuzione delle aule seriali, sul fianco, e degli ambienti collettivi più grandi, sul fronte principale. L’assenza del cortile, a causa della sistemazione a L della costruzione, favorisce la totale partecipazione dell’edificio alla città tramite le facciate che rievocano la consueta stratificazione architettonica del palazzo rinascimentale romano con l’aggiunta dell’altana angolare che sovrasta il vano scale. La chiesa di Santa Maria Mediatrice e casa generalizia dei francescani, costruita tra il 1942 e il 1947 su progetto di Muzio, del tutto analoga alla matrice del tipo conventuale nella sua più completa accezione, propone un assetto dell’insieme coerente con il carattere organico-murario dell’area romana. Gli ambienti si distribuiscono intorno a un chiostro trapezoidale delimitato, sul lato corto, dalla chiesa configurata con un impianto polare complesso incrementato lungo l’asse di accesso, sul lato lungo a essa contrapposto, dalla struttura della curia generalizia che riprende anche in questo caso, sia pure vagamente, i caratteri del palazzo romano.
Tra le architetture recenti e anche più celebri in area mitteleuropea, La Tourette a Eveux (1952-1960) nei pressi di Lione. L’opera di Le Corbusier, pur mostrando un’interpretazione soggettiva del tipo conventuale, sembra richiamare apertamente la tradizionale articolazione degli ambienti cenobitici. Pregevoli le opere del monaco architetto Dom Hans van der Laan, tra cui predomina l’austero ampliamento dell’abbazia di San Benedetto a Vaals in Olanda (1956-1986), secondo lo spirito della Regola Benedettina, e alcune sperimentazioni progettuali di Gabetti e Isola sull’architettura religiosa, tra cui emerge il non realizzato convento di Chieti (1957), disposto su un costone roccioso in forte pendenza, che pare aver ispirato alla lontana alcune soluzioni del costruito monastero delle Carmelitane a Quart (1984-1989) presso Aosta.

Bibliografia

Chiolini P., I caratteri distributivi degli edifici antichi, Milano, 1959; López Amat A., La vita Consacrata. Le varie forme dalle origini ad oggi,  Roma, 1991.

 

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