Copta, architettura | Wikitecnica.com

Copta, architettura

Definizione – Etimologia

Il termine ‘copto’ origina da alcuni dialetti e lingue del passato (principalmente il greco e l’arabo) denotanti l’Egitto in generale. In seguito il termine si è ristretto a indicare il cristianesimo monofisita di ambito egiziano che, oltre a elementi gnostici (Filone), si collega in ispecie alle posizioni di Ario, di Origene e di altri, dichiarate eretiche dai Concili di Nicea, di Costantinopoli e poi di Calcedonia: quello cui è conseguita la scissione della cristianità copta.

Generalità

Centro di irradiazione del cristianesimo copto è la città di Alessandria dove, secondo tradizione, l’evangelista Marco ha avviato la cristianizzazione dell’Egitto, e dove si è impiantato un autonomo patriarcato (tuttora esistente) poi entrato in conflitto con quello di Costantinopoli. Dalla fine del IV secolo nel mondo cristiano e, soprattutto, dal VII secolo nell’ambito geopolitico islamico, la chiesa copta è divenuta minoranza religiosa (anche se numericamente consistente). Ad esempio nella città del Cairo la componente copta si è ristretta entro aree marginali (Masr al Qadima). Influenze dell’architettura copta egiziana sono state però rilevate anche nell’architettura islamica egiziana. A partire dai secoli XIII-XIV, la religione copta entra in una duratura crisi recessiva dalla quale si è ripresa soltanto dal XIX secolo. Sono di questa fase al Cairo il rifacimento dell’antica cosiddetta Chiesa sospesa del Cairo, ad Alessandria la rinnovata cattedrale di San Marco.

Oltreché in Egitto, il cristianesimo copto è presente in più contesti. Molto presto si è diffuso in area siriaca e in Etiopia, qui secondo una linea teologico-rituale inizialmente in parte autonoma cui consegue anche una parzialmente autonoma edilizia chiesastica, ma che dal XIX secolo riconosce il primato del patriarca di Alessandria. Dal XIX secolo (sotto la spinta riformatrice di Cirillo IV), e poi dal XX secolo (dal 1959 la chiesa copta fa parte del Word Council of Churches) è presente anche in Europa e in America: in entrambe le aree sono state realizzate alcune chiese copte.

Caratteristiche tipologiche e sequenza cronologica

Nell’architettura copta delle origini si trovano echi delle multiformi radici dell’architettura cristiana, forse per l’influenza delle locali preesistenze architettoniche e di fattori localistico-ambientali di matrice tardoromana (siriaca), protocristiana e poi protobizantina. A seconda delle fasi cronologiche sono adottati: il tipo basilicale con terminazione triabsidata e, talvolta, triconca; i sistemi cupolati di ampia dimensione; l’impiego di marmi (anche colorati) per colonne, capitelli (talvolta pulvini), architravature e altri elementi decorativi; strutture con mattoni cotti. Fino al X secolo le coperture sono in genere di tipo ligneo.

Di matrice africana (sia romano-imperiale, sia araba, sia autoctona) sono invece il ricorso a strutture in mattoni crudi, l’uso di impasti di argille e altro, i sistemi cupolati di piccola dimensione e di ulteriorispeciali strutture verticali in terra cruda e altro.

Nell’edilizia chiesastica copta, tanto del passato quanto contemporanea, prevale il riferimento a quella protocristiana. Ne è elemento caratterizzante la separazione liturgica della parte sacrale dal resto dell’edificio chiesastico. A partire dal X secolo compare in Egitto il cosiddetto khorus: cioè uno spazio a sé stante che comprende anche tutto, o gran parte, del corpo longitudinale (pertanto talvolta viene paragonato al coro di cattedrali o chiese medievali) destinato a speciali funzioni liturgiche dalle quali sono esclusi i fedeli. Molto frequente, a partire da una certa fase in poi, la presenza, come nelle chiese ortodosse, dell’iconostasi. Soprattutto nell’edilizia monastica copta si osservano. inoltre. riferimenti al cristianesimo dell’eremitismo desertico (Monasteri Bianco e Rosso e di Wadi en Natrun, ricchi anche di pregevoli affreschi medievali e di preziose raccolte di testi antichi e rari) con impianti situati in luoghi distanti dai centri abitati.

Con riferimento alle tipologie egiziane, la sequenza cronologica convenzionale è la seguente.

  • Secoli IV-VI, chiese su pianta rettangolare, a tre o cinque navate ed eccezionalmente una a sette. La navata centrale è generalmente di modesta ampiezza. Inoltre un tipo di chiesa è a tre navate con ulteriore stretto ambulacro che corre lungo i quattro lati delle navate. Esempi: Antinoopoli, Mediner Madi, Pbow, Hermontis.
  • Secoli V-VI, pianta basilicale riferibile a modelli costantinopolitani e con transetto di forma variabile. Esempi: Santa Barbara al Cairo, Santuario di San Mena, Ermopoli, Hauwariya.
  • Secoli V-VII, chiesa a pianta rettangolare. Nella parte orientale è presente un’abside in genere semicircolare, talvolta quadrata, inoltre un corpo longitudinale, privo di transetto, suddiviso in tre navate delle quali la centrale molto più ampia delle altre. In alcuni casi la parte presbiteriale si prolunga con transenne nella navata principale. Ma nell’Egitto interno vi è talvolta una navatella occidentale che funge da sostegno e raccordo tra le gallerie superiori.
  • Secoli V-VII, chiesa su pianta rettangolare. È articolata in una autonoma zona sacrale a impianto triconco o tricoro, considerata evoluzione della parte presbiteriale di chiese a impianto basilicale, e in una zona a sua volta organizzata secondo un vasto spazio centrale marcato da serie di colonne disposte lungo tre lati (il quarto è quello che confina con la parte sacrale prolungata con transenne). All’interno ecclesiale si accede mediante uno stretto nartece nel quale si entra dall’esterno tramite ingressi laterali e che è preceduto a sua volta da altri piccoli ambienti di varia natura funzionale. Esempi: Monastero Bianco, Monastero Rosso, Monastero di Apa Bane, Monastero di San Pacomio, Deir Abu Matta.
  • Secolo VI, chiese a pianta centrale. In genere sono riferite a impianti monastici e sono rare perché riscontrate solo nella regione del Delta. L’impianto è tetraconco, forse influenzato da modelli siriaci, le cui rispettive parti absidate (a esedra perché precedute da colonne) sono intersecate da quattro parti a impianto stellare. Ne risulta uno spazio interno di forma quadrata, che si amplia poi verso le quattro esedre, delimitato da pilastri a croce e altri brevi tratti murari. All’interno si accede o mediante ingressi aperti nei lati stellari, o mediante una corte quadrata e porticata. Esempi: Basilica orientale e Martyrium del Santuario di San Mena.
  • Secoli VII-XII, introduzione del khorus, schema planimetrico già indicato, di probabile origine monastica, talvolta modifica di precedenti edifici. Esempi: chiese del Vecchio Cairo, Monasteri di Scete, Antinoopoli, El Hayz, Monastero di Ain Saaf, Monastero dell’Arcangelo Gabriele, Monastero di Sant’Antonio.
  • Secoli X-XII, chiese con navate a volta, nel Basso Egitto del tipo a botte (navata centrale e khorus), nell’Alto Egitto del tipo a due cupole, poi evoluto in quello a una sola cupola sorretta da poderosi pilastri. Esempi: Monastero di San Simeone, Monastero dei Martiri, Monastero del Vasaio, Monastero di San Vittorio.

Bibliografia

Atiya A., The Coptic Encyclopedia, New York, 1991; Habib R., The ancient Coptic Churches of Cairo, Cairo, 1967; Kamil J., Coptic Egypyt-History and Guide, Cairo, 1987-1997; KHS-Burmester O.H.E., A Guide to the Monasteries of the Wadi’N-Natrun, Le Caire, 1954; KHS-Burmester O.H.E., A guide to the ancient coptic churches of Cairo, Cairo, 1955; Monneret de Villard U., Les Eglises du Monastère des Syriennes en Wady en Natrun, Milano, 1928; Tousson O., Etude sur le Wadi Natrun, ses Moines et ses Couvents, Alexandrie, 1931.

Copyright © - Riproduzione riservata
Copta, architettura

Wikitecnica.com