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Crematorio

Brescia, tempio della cremazione, particolare dell'ingresso con le grandi vele orientabili rivestite in bachelite e legno. R. Ciravolo, con J.C. Dall'Asta, L. Lanzone, 2002-2004.
Brescia, tempio della cremazione, particolare dell'ingresso con le grandi vele orientabili rivestite in bachelite e legno. R. Ciravolo, con J.C. Dall'Asta, L. Lanzone, 2002-2004.

Definizione

Dal latino cremare, bruciare, distruggere con il fuoco. Edificio che ospita gli impianti preposti alla cremazione dei defunti e contiene strutture in cui svolgere cerimonie di commiato, giardini in cui disperdere le ceneri e colombari in cui deporre le urne.

Generalità

Della cremazione, pratica bandita dal cristianesimo sin dal IV secolo d.C., in Europa si torna a parlare nel XIX secolo nella ricerca di forme alternative ai vecchi sepolcreti urbani, già prossimi all’abitato, e sulla spinta di una positivistica concezione della morte e di istanze massoniche.
All’interno di questo dibattito l’Italia assume un ruolo di particolare rilievo, sia per le sperimentazioni sugli impianti (quali il “Gorini”, o “crematorio lodigiano”, il “Venini”, lo “Spasciani-Mesmer”, significativamente conosciuti con il nome dei loro ideatori), sia per le soluzioni architettoniche adottate. Il 22 gennaio 1876 nel Cimitero Monumentale di Milano viene inaugurato il primo crematorio italiano (uno tra i primi d’Europa) su progetto di Carlo Maciachini; seguono Lodi (1877), Roma (1883) e Torino (1887-88), solo per citarne alcuni.

Se i crematori del XIX secolo, nel riferimento a una sacralità laica, recuperano stilemi del passato (Milano, Livorno, Perugia, Lugano sono impostati sulla declinazione del tempio greco; i crematori di Roma e di Torino traggono citazioni dall’architettura funeraria egizia; il tempio di Dresda offre una suggestiva rivisitazione del mausoleo di Teodorico a Ravenna) e con la loro architettura, solenne e austera, esaltano la presenza della macchina crematoria, gli impianti realizzati nel secondo dopoguerra, in particolare nei paesi nordeuropei, celebrano invece l’estrema unione dell’uomo con la natura e pongono l’accento su una rinnovata ritualità del commiato: ne è esempio significativo il complesso di Stoccolma progettato da Erik Gunnar Asplund tra il 1935 e il 1940.

I valori e i miti ottocenteschi sono ora decisamente superati: la laicità del crematorio non si contrappone più alla religiosità del recinto cimiteriale. La macchina crematoria non costituisce più il nucleo dell’organismo edilizio, che è spesso di tipo nodale, costruito intorno alla sala per le cerimonie. In molti episodi, anzi, essa finisce per occupare una posizione del tutto periferica e complementare. Oggi i crematori non sono più oggetti isolati, maestosi e solenni, ma ampi complessi, spesso immersi nella natura, in cui possono coesistere diverse funzioni. Non tutte le nazioni impongono infatti, come avviene in Italia (art. 78, d.p.r. 285/1990), la presenza del tempio all’interno del recinto cimiteriale; al crematorio extra cimiteriale spesso si associano, ad esempio, le sale autoptiche, le camere mortuarie, i depositi e gli obitori a servizio dell’intera comunità, andando a costituire un centro funerario polifunzionale secondo il modello delle Funeral Home americane.

Esempi

XIX – prima metà XX secolo: Milano (Italia), 1876; Roma (Italia), 1883; Torino (Italia), 1887-1888; Delstern, Hagen (Germania), 1906-1908; Dresda (Germania), 1907-1912; Westerveld (Olanda), 1913; Nymburk (rep. Ceca) 1922-1924; Graz (Austria), 1931-1932; Stoccolma (Svezia), 1935-1940, Larvik (Norvegia) 1950.

Contemporanei: Berlino-Treptow (Germania), 1992-1998; Nakatsu (Giappone), 1993-1997; Locarno (Svizzera), 1997-2001; Brescia (Italia), 2002-2004, Parma (Italia) 2009.

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