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Criptoportico

Definizione – Etimologia

Dal lat. cryptoporticus, composto dall’aggettivo greco κρυπτòς (nascosto) e dal sostantivo latino femminile porticus, in età classica risulta utilizzato solo da Plinio il Giovane (Epistole, II, 17, 16-17 e 19-20; V, 6, 27-31) con riferimento a parti delle sue ville di Laurento e della Tuscia, e da un suo tardo imitatore Sidonio Apollinare (Epistole, II, 2, 10-11), per indicare un tipo di porticato chiuso e finestrato, ma non esplicitamente sotterraneo. Col termine italiano criptoportico, invece, si indica qualsiasi vano con funzione distributiva, interrato o seminterrato, che funga o meno da ampliamento basamentale di un terrazzo o piazzale posto al disopra del suo estradosso, o da sostruzione per un edificio (spesso un porticato) che lo ricalca più o meno sostanzialmente. Tale polisemanticità ricalca piuttosto quella del termine latino crypta, attestato epigraficamente con una certa frequenza, per indicare però, ove è stato possibile una verifica, edifici ancora più disparati. Sembra, infatti, che a un tipo architettonico riconoscibile de facto, non corrispondesse una destinazione tipica, ma, fatte salve le esigenze statiche e distributive, i criptoportici potessero assolvere le funzioni più disparate: commerciali, auliche, cultuali, di servizio.

Generalità

Il criptoportico, inteso come ambiente semisotterraneo e con funzioni di sostruzione, sembra aver avuto origine nella Pergamo degli Attalidi, ove costituiva parte integrante di un’architettura pubblica monumentale e terrazzata. È però in ambito romano e con l’affermazione del cementizio e della volta a botte, che la sua fortuna crebbe fino a diventare elemento costituente dell’architettura romana. Nei santuari del Lazio tardo repubblicano, e specialmente a Tivoli e a Terracina, il suo ruolo strutturale e compositivo è pienamente delineato. P. Gros ne sottolinea la pertinenza all’ambito degli edifici pubblici, ma praticamente contemporanea ne è l’affermazione nell’architettura privata: valga per tutti il caso della Villa dei Misteri a Pompei, ove il criptoportico ha un ruolo determinante nella definizione della basis villae.
L’evoluzione del tipo segue diverse strade: partendo dall’elemento longitudinale voltato a botte, si può passare a un’articolazione a squadra, a π, a un quadriportico, ponendo interessanti problema di cerniere architettoniche. La soluzione angolare comportò l’adozione di incastri che portarono all’invenzione della volta a padiglione e della volta a crociera. Dall’accostamento di due o più bracci di criptoportico deriva la possibilità di fondare al piano superiore doppi porticati, o addirittura basiliche: numerosissimi sono gli impianti forensi che presentano tali caratteristiche, e sono estesi a tutto il mondo romano (da Conimbriga in Portogallo fino a Petra nella Nabatea, dove è venuto alla luce uno spettacolare complesso, di discussa destinazione, circondato da un doppio porticato fondato su un criptoportico a due navate), con importanti implicazioni anche nel campo del miglioramento del comportamento sismico dell’edificio (Smirne, basilica dell’Agorà). Mentre il suo impiego in ambito pubblico sembra declinare con l’avanzare dell’impero, il criptoportico trova ancora importanti esiti nell’architettura privata (Palatino, Villa di Domiziano a Castelgandolfo, Villa Adriana) ma con funzione distributiva o, più spesso, aulica e ludica. Funzione ripresa peraltro nel Rinascimento (villa d’Este a Tivoli), quando il criptoportico conosce una nuova fortuna come pars pro toto evocativa dell’Antico, valenza apprezzata anche da Robert Adam, che verso il 1770 ne realizza un’estrema, immaginifica versione nel basamento dell’Adelphi Terrace a Londra.

Bibliografia

Gros P., L’architettura romana. Dagli inizi del III secolo a.C. alla fine dell’Alto Impero, Milano, 2001.

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