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Sommario: 1. Definizione – Etimologia2. Filologia e critica3. Giudizio ed esegesi criticaBibliografia

1. Definizione – Etimologia

Per valutare il ruolo che l’esercizio della critica può e deve svolgere nell’ambito della ricerca storiografica sull’architettura resta ineludibile partire dal postulato della canonica distinzione tra res gestae e historia rerum gestarum. Per quanto possa apparire evidente tale assunto, ormai culturalmente acquisito, non è irrilevante ribadire la differenza tra l’accadimento degli eventi storici e l’interpretazione storiografica degli stessi. Ciò che nel linguaggio comune chiamiamo “storia” rappresenta, a ben vedere, solo una possibile lettura del passato che, anche quando ambisce a ridursi a racconto oggettivo dei fatti avvenuti, resta ineluttabilmente una visione astratta e parziale desunta dalla poliedrica complessità della realtà evocata.

Parafrasando il titolo del celebre quadro di René Magritte, “Ceci n’est pas une pipe”, si può insomma affermare che come la raffigurazione – benché verosimile – di una pipa non coincide con la realtà dell’oggetto ritratto, così la delineazione storiografica – benché attendibile – del passato non ha fondamento ontologico, ma tutt’al più un convincente grado di verificabilità del disegno interpretativo della vicenda indagata. Tant’è che il passato resta immutabile, ma infinite sono le riscritture della storia. Il fascino della ricerca storiografica si rivela proprio nell’interminabilità dell’ermeneutica degli eventi accaduti, le cui vicende possono essere ri-analizzate da un diverso punto di vista problematico, anche quando sembrerebbero definitivamente acclarate in un récit accreditato dalla tradizione accademica e largamente condiviso dalla pubblica opinione. Non solo il rinvenimento di documenti inediti, ma anche una diversa maniera di interrogarsi sui dati comprovati può produrre nuove acquisizioni critiche. Torna alla mente, a tal proposito, la sagace metafora di Edward Carr: “il fatto che una montagna assuma forme diverse, a seconda dei punti di vista dell’osservatore, non implica che essa non abbia una forma oggettiva, oppure un’infinità di forme”.

Com’è noto, si deve ad Immanuel Kant la reiterata adozione del termine “critica” per designare, in vari saggi, l’attitudine della ragione a riflettere sui limiti della ragione stessa. Nella prefazione al celebre libro sulla Critica della ragion pura (1781), il grande filosofo tedesco definì tale distacco autoanalitico della mente umana come “critica della facoltà della ragione, in generale, riguardo a tutte le conoscenze alle quali essa può aspirare indipendentemente dall’esperienza”. E non a caso il titolo che in un primo momento aveva concepito Kant per distillare la tesi di tale dissertazione era I limiti della sensibilità e della ragione. E, tra i limiti della mente, c’è anche la memoria, parola che nel lessico comune viene associata, quasi come sinonimo, alla storia. Si tratta di un’analogia suggestiva, purché si aggiunga che non si dà vera memoria senza dimenticanza. Come ha chiarito la scienza psichiatrica, una mente incapace di dimenticare produrrebbe aberrazioni e disorientamento nel comportamento di un individuo. Tutt’altro che sottovalutabile resta tuttavia la profonda diversità tra la rimozione attuata “inconsciamente” nella memoria individuale, e la selezione operata “consapevolmente” dalla storiografia sui dati del passato da analizzare e da correlare.

Pertanto, tra i principi basilari della storiografia in ogni campo di ricerca, e non solo nell’ambito specifico dell’architettura, enucleati con nitore teoretico da Renato De Fusco nel saggio Storia e Struttura si staglia il criterio della “selettività” critica. Di fronte all’impossibilità di conoscere tutto il passato nella sua complessità si impone allo storico la scelta “critica” di una metodologia di indagine. È l’etimo stesso del verbo greco krino – che significa scegliere, selezionare, setacciare, prima ancora che giudicare – che deve indurci alla consapevolezza dei limiti del “taglio” attraverso il quale possiamo provare a studiare il passato; “taglio” relativo non solo e non tanto ad un ben definito arco cronologico (a quo e ad quem), quand’anche e soprattutto ad un’enunciata motivazione esplorativa.

2. Filologia e critica

La relatività intrinseca nel fondamento stesso dell’epistemologia storiografica non deve tuttavia indurre all’equivoco dell’arbitrarietà del giudizio interpretativo. Anzi, fin dal pionieristico saggio che Giambattista Vico dedicò ai Principj di una Scienza Nuova (1725) – vale a dire alla storiografia intesa quale “scienza umana” per eccellenza, in quanto indagine della mente sull’avvicendamento dell’agire umano – il filosofo enunciò l’indissolubile correlazione tra giudizio critico e analisi filologica. “La filosofia contempla la ragione, onde la scienza del vero; la filologia osserva l’autorità dell’umano arbitrio, onde viene la conoscenza del certo”. Al di là della datazione storica, o proprio in forza della precocità teoretica, questa considerazione del celebre filosofo napoletano pone a fondamento della moderna “scienza” storiografica la duplice valenza interpretativa della filosofia e della filologia, sintetizzando con icasticità la differenza tra i due approcci conoscitivi, tendenti l’uno ad indagare sul “senso” autentico degli eventi accaduti e l’atro sulla “certezza” dei documenti comprovanti l’umano agire (verum ipsum factum). Nonostante l’evidente alterità delle finalità cognitive, le due diverse angolazioni analitiche non solo sono compatibili, ma anzi strettamente complementari nell’ottica di un’ermeneutica critica. In altri termini, per una corretta interpretazione delle res gestae, la storiografia – intesa quale epistemologia “critica” – deve saper coniugare l’occhio alato del filosofo con la sguardo da talpa del filologo. La pura e semplice ricerca dei dati e dei documenti “certi” risulterebbe miope senza una preliminare elaborazione prospettica relativa agli interrogativi dell’indagine. Così come, all’inverso, si ridurrebbe a mera tautologia una lettura degli eventi predeterminata deduttivamente dai “pre-giudizi” dello storiografo. La dialettica tra il metodo di indagine prescelto e la verifica disincantata sul campo resta dunque ineludibile per comprovare l’attendibilità dell’interpretazione, che – come ha ribadito Umberto Eco – ha dei “limiti”.

Alla luce delle considerazioni fin qui sinteticamente enucleate, va conseguentemente sfatata anche la pretesa oggettività della wirklichen Geschichte di ascendenza positivistica. Com’è noto, nella polemica contrapposizione concettuale verso la visione teleologica hegheliana della “filosofia della storia”, Leopold von Ranke giunse a sostenere che il passato vada semplicemente descritto “wie es eigentlich gewesen ist” (“così come veramente è”). È ben vero che si perde nella notte dei tempi l’equivoco che la storia – per essere autentica – debba limitarsi alla mera narrazione di ciò che davvero è accaduto. Già Erodoto supponeva di aver tramandato ai posteri “ta eonta legeim”, ovvero il racconto di ciò che fu. E molti secoli dopo, Tommaso d’Aquino, nelle sue dotte considerazioni filosofiche sulla ricerca della “verità”, sostenne la necessità di attenersi al principio della stretta aderenza alla nuda realtà dei fatti e dunque “manifestare ea quae sunt sicut sunt” (“le cose che sono come sono”). Tuttavia, nonostante le lunghe radici della pur legittima aspirazione alla rigorosa imparzialità analitica, il paradosso di Ranke sta nell’aver estremizzato l’ambizione di pervenire ad un’assoluta coincidenza tra l’esegesi storiografica e l’ontologia del fenomeno indagato. Benché motivata dalla condivisibile antitesi all’ipostatizzazione dello Zeitgeist hegeliano – vale a dire all’idealizzazione dello Spirito del Tempo che muoverebbe i fili dell’evoluzione storica conducendola verso una “meta” predeterminata – la tesi che la narrazione storica debba limitarsi a mera descrizione dei “fatti” accaduti resta non convincente, per la già accennata ragione che il compito dell’esegesi critica sta nell’analizzare i dati certi rintracciandone però il senso in una correlazione interpretativa tra gli eventi. Va ribadito pertanto che il rigore filologico rappresenta solo uno strumento della finalità interpretativa, e non una notarile attestazione fine a se stessa.

Se ciò è vero in linea di principio, resta altresì innegabile che la storiografia dell’architettura ha una sua specificità rispetto alla storiografia degli eventi politici, sociali, economici e di altri ambiti dello scibile. La specificità dal punto di vista teoretico deriva dall’oggetto stesso dell’analisi, prima ancora che dalle metodologie esegetiche. E ciò non foss’altro perché non di rado le architetture pervenuteci dal passato si mostrano in presenza, nella loro tangibile conformazione materica, suscettibile in quanto tale di dirette valutazioni estetiche, nonché di decodifiche sulle implicite valenze semantiche e sulle relative tecniche costruttive. Insomma il manufatto architettonico realizzato è in se stesso un documento, oltre ad essere un testo che “si significa” per dirla alla Henri Focillon.

3. Giudizio ed esegesi critica

Non è superfluo in tal senso sottolineare la necessità di non trascurare la lettura ravvicinata e attenta del manufatto architettonico, che può dirimere dubbi o confermare ipotesi interpretative nell’assoluta evidenza della sua muta eloquenza. D’altronde non sempre i documenti filologicamente analizzabili relativi ad incarichi, pagamenti e quant’altro sono stati custoditi negli archivi storici. A volte le carte si sono perse per negligenza, altre volte per una deliberata volontà di damnatio memoriae o talvolta, finanche, per nascondere un dato allo scopo di depistare le indagini. Al di là delle attestazioni cartacee, resta insomma necessario verificare l’attendibilità dell’attribuzione dell’opera ad un presunto diverso autore o l’inedita scoperta di una diversa datazione della stessa con la cartina di tornasole della concreta re aedificata.

È noto peraltro che nello specifico ambito disciplinare della storiografia architettonica sono rintracciabili variegati filoni metodologici, che vanno dal positivismo, all’idealismo, allo storicismo, al purovisibilismo, ad iconologismo, al sociolgismo, allo strutturalismo, per citare solo alcuni tra i più accreditati alvei di ricerca. Non di rado tali ottiche esegetiche sono risultate concettualmente antitetiche per questioni connesse alla dichiarata “selettività” aprioristica del campo d’indagine. Senza giungere a teorizzare l’eclettismo metodologico, restano tuttavia legittimi – in alcuni peculiari oggetti di studio – i tentativi di pervenire ad una correlazione e ad una integrazione tra le diverse angolazioni di lettura nel cono prospettico, indicato da Edgar Morin, sull’opportunità per l’ermeneutica contemporanea di “relier les connaissances”.

Certo, un altro carattere peculiare della storiografia architettonica deriva dall’imprescindibile selettività delle opere da indagare in base a un “giudizio critico” sulla loro valenza estetica – più o meno paradigmatica – o sul loro valore di emblematica testimonianza epocale. Si tratta di una questione tutt’altro che sottovalutabile in chiave metodologica, che legittima la pluralità delle ottiche interpretative. Fermo restando il rigore di un pre-definito metodo d’indagine, non si può tuttavia in linea di principio escludere l’allargamento dell’orizzonte ermeneutico. Se è vero infatti che ogni singola opera di architettura si colloca nell’unicità dell’intenzione poietica espressa dall’autore in uno spazio-tempo storico definito dalle due coordinate dell’asse diacronico e dell’asse sincronico, resta altresì innegabile che all’effettivo processo realizzativo concorrono le attese della committenza, la mentalità epocale della società e la peculiarità del luogo nel quale la costruzione si sedimenta. Per decodificare il senso e il valore di un’architettura non è dunque irrilevante leggere da varie angolazioni l’opera, al di là della peculiare e irripetibile microstoria del manufatto, estendendone la disamina in dialettica con le acquisizioni critiche di altri ambiti storiografici, dall’economia alla politica, fino alla cultura in senso lato.

Un altro dei capisaldi della teoria storiografica di validità generale, ma che ricopre una particolare rilevanza nello specifico campo analitico dell’architettura, è il principio della “contemporaneità” dell’esegesi critica. Anche quando lo storico si occupa di periodi e di fenomeni antichi, in quanto tali notevolmente distanti in senso cronologico dal momento in cui redige l’indagine conoscitiva, lo fa pur sempre a partire dagli interrogativi ermeneutici del proprio tempo. È dalla finestra del presente che noi valutiamo il passato. Muovendo da tale incontrovertibile constatazione, Benedetto Croce ne ha tratto le conseguenze logiche nel suo contributo alla delineazione dello statuto metodologico della storiografia, a partire dalle riflessioni sul tema pubblicate dapprima nella rivista «La Critica» (1903-1944), riflessioni poi confluite nel più sistematico saggio sulla Teoria e storia della storiografia (1917). Il principio della “contemporaneità” dell’esegesi critica non va tuttavia confuso con la malintesa “attualizzazione”, largamente perseguita dalla cosiddetta “storia operativa”. E ciò non solo perché è concettualmente fuorviante utilizzare terminologie “attuali” – ignote nel periodo nel quali si svolsero gli eventi e del tutto estranee alla mentalità epocale – solo al fine di rendere più seducente la narrazione del passato, ma anche e soprattutto perché traspare nella forzatura lessicale la faziosità militante e preconcetta della cosiddetta “critica operativa”. D’altronde il fine esplicito verso cui tende tale impostazione metodologica è quello di orientare le poetiche contemporanee offrendo agli architetti i modelli della “storia sul tavolo da disegno” o, per aggiornare lo slogan, manipolando le icone del passato nella simulazione virtuale dei renders computerizzati. Consapevolmente, dunque, la critica operativa mira a deformare la storia per proiettarla nel presente, rinunciando proditoriamente al rigore della verifica filologica delle asserzioni interpretative.

In conclusione – anche alla luce delle acquisizioni logiche sui limiti dell’umana conoscenza enucleate nella celebre trilogia che Immanuel Kant ha dedicato alla Critica della ragion pura (1781), alla Critica della ragion pratica (1788) e alla Critica del giudizio (1790) – non si può che ribadire che in ogni metodologia storiografica teoreticamente fondata le due distinte categorie gnoseologiche della ricerca del “certo” e della interpretazione del “senso” sono non solo compatibili, ma sotto molti aspetti strettamente complementari. Quel che conta è raggiungere, in entrambi i campi dello scibile, un elevato livello di verificabilità delle asserzioni, congruente ai principì prescelti a fondamento della propria esegesi. E ciò non foss’altro perché la “storia” è nata nell’età antica come logos, vale a dire come discorso razionale finalizzato a tramandare ai posteri la pregnanza delle cose e degli eventi memorabili, e resterà pur sempre un esercizio di scrittura “critica”.

Bibliografia

Abbagnano N., voce Critica in Dizionario di filosofia, Torino 1964; Bloch M., Apologia della storia o Mestiere di storico, Torino 2009; Brandi C., Struttura e architettura, Torino 1967; Carr H., Sei lezioni sulla storia, Torino 1966; Croce B., Teoria e storia della storiografia, Bari 1954; De Fusco R., Storia e Struttura. Teoria della storiografica architettonica, Napoli 1970; De Fusco R., L’idea di architettura. Storia della critica da Viollet-le-Duc a Persico, Milano 1968; Eco U., I limiti dell’interpretazione, Milano 1990; Kant I., Critica della capacità di Giudizio, Berlino 1790 (3° edizione 1799), Milano 1995; Vico G., Principj di una Scienza Nuova, Napoli 1725 (3° edizione, 1744).

(Benedetto Gravagnuolo)

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