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Decorazione

Definizione

Si può considerare decorazione architettonica tutto il repertorio di forme tipico degli edifici di ogni epoca e materiale che non rivesta connotato strutturale. Non costituiscono decorazione architettonica i dipinti murali, anche a soggetto architettonico, lo sono solo per estensione del termine le sculture acroteriali, e vengono considerati tali, a puro fine classificatorio, anche i materiali costituenti gli ordini architettonici, quando al di fuori del loro compito statico.

Generalità e sviluppo storico

La decorazione architettonica è uno dei primi settori artistici in cui si può osservare la tipizzazione di determinati motivi e l’elaborazione di particolari forme, motivi e forme che diverranno caratteristici del momento storico che li ha prodotti, soggetti a una evoluzione che può essere analizzata e sistematizzata scientificamente. 
Nel mondo occidentale si può parlare di decorazione architettonica già con riferimento al periodo miceneo, in cui un motivo di origine struttiva (decorazione lineare a dischi, allusiva a un solaio, probabilmente importata da Creta) occupa il posto corrispondente a quello del solaio nei portali monumentali, anche dove il solaio effettivamente non c’è; colonne rastremate verso il basso presentano motivi decorativi tratti dal repertorio dell’intaglio ligneo, e fa la sua comparsa in architettura il motivo a cani correnti, molto più probabilmente una stilizzazione delle onde marine, già noto alle popolazioni cicladiche. Motivi zoomorfi o fitomorfi sembrano essere presenti in quanto allusivi a decorazione in metalli preziosi applicati a strutture effimere: alla fine del II millennio a.C. i criteri formativi della decorazione architettonica sono praticamente definiti. 
Dopo la pausa del medioevo ellenico, è nel VII secolo a.C. che, a seguito del gigantismo di alcune costruzioni lignee e della “scoperta” dell’Egitto, inizia l’epopea degli ordini architettonici (ordine architettonico), il dorico e lo ionico, che fino a tutto il V secolo a.C. si costituiranno in un linguaggio architettonico rigoroso, sintatticamente e intimamente connesso al significato religioso degli edifici di cui erano parte essenziale. 
Eppure è proprio nel V secolo che si affermano alcune contaminazioni dello stesso linguaggio (lo ionico attico, il capitello corinzio), destinate ad avere vita lunga e prospera. In particolare la decorazione acantiforme, sia nel già citato capitello corinzio che nei fregi a girali, costituirà la base degli esperimenti tardoclassici (Skopas a Tegea, Policleto il giovane a Epidauro) e del linguaggio ellenistico, che a sua volta colonizzerà il mondo romano, fino a quel momento ancora culturalmente influenzato da modi etrusco-italici. 
Nella penisola italica, infatti, la rarità delle pietre da taglio, e in particolare del marmo, aveva determinato un perpetuarsi dell’uso del legno e di materiali effimeri, protetti da elementi di terracotta, che in parte si strutturano con un linguaggio tipico dell’architettura, in parte mostrano libertà naturalistiche proprie delle arti figurative. Tegole, antefisse, gronde, lastre protettive non danno luogo a linguaggi coerenti, ma lasciano all’architetto o al coroplasta un larghissimo margine inventivo. Alla terracotta si affianca lo stucco, non più a rivestire pedissequamente forme precostituite, ma spesso liberamente modellato con fini espressamente scultorei.

È da questa situazione che nasce il primo contributo italico al linguaggio ellenico: nella Magna Grecia, e in particolare a Taranto, si sviluppano i capitelli corinzieggianti figurati, destinati a diffondersi in tutto l’Occidente romanizzato (Gallia, penisola iberica) e nell’Oriente ellenistico. 
Nella Roma augustea l’ordine dorico conosce gli ultimi sprazzi di vitalità, prima di essere assorbito dal tuscanico; si formalizzano l’ordine corinzio, caratterizzato dalla cornice a modiglioni, e la sovrapposizione degli ordini secondo la sequenza stabilita nel Teatro di Marcello, che diverrà canonica con il Colosseo. In età claudia compare il bugnato rustico, che verrà ciclicamente riutilizzato nell’architettura dell’impero, e poi riscoperto nel Manierismo e nel Barocco. Nonostante la vitalità formale e l’abbondanza di opportunità, il lungo impero romano porta più stilemi del momento che novità sintattiche nella decorazione architettonica (il barocco flavio, il classicismo traianeo, la scuola di Afrodisias per Adriano ecc.), ma è in età tetrarchica che si assiste all’adozione di lemmi innovativi come l’arco su colonne e, dall’età costantiniana, del pulvino tra il capitello e l’arco, che diverrà usuale in età giustinianea. 
Con Teodorico si assiste alla prima penetrazione in monumenti ufficiali di motivi barbarici, che diverranno usuali in età longobarda e carolingia; nella Costantinopoli di Giustiniano, forse a partire dal cosiddetto acanto spinoso in voga nelle provincie orientali dell’impero dal II secolo, si affermano i capitelli a traforo, che riconducono la plasticità del capitello corinzio a una stereometria semplificata, ancorché decoratissima. 
L’Islam, dopo un breve periodo di reimpiego di pezzi e forme del mondo romano, introduce il capitello a stalattiti o a muqarnas, ma tende a imporre anche sulle superfici architettoniche una decorazione ricchissima e aniconica, che si esprime in modo supremo con la calligrafia cufica (islamica, architettura). 
In periodo carolingio si assiste a un primo deliberato revival, per quanto mutuato da grafici e non da esempi tridimensionali, del linguaggio imperiale romano (Torhalle di Lorsch), mentre l’Ottoniano e il Romanico non formulano coerenti sistemi innovativi, ma attingono liberamente al repertorio di forme preesistenti. 
Diverso è il contributo del Gotico che, con moderni metodi struttivi, crea nuovi elementi architettonici da decorare, eliminando il binomio visivo struttura portante-struttura portata (colonna, pilastro, trabeazione) nonché le relative tripartizioni (base, fusto e capitello; architrave, fregio e cornice) in nome di una continuità che sembra alludere al fluire delle forze all’interno delle membrature. Così i pilastri diventano rigati, polilobati, fascicolati; i capitelli marcano il punto di flesso, piuttosto che assorbire e concentrare le forze trasmesse dall’alto; i costoloni ripropongono la sezione dei pilastri, o parte di essa. Guglie e pinnacoli sostituiscono gli acroteri nello skyline degli edifici, come le balaustre frangineve in luogo delle antefisse, e le gargouilles riportano forti accenti immaginifici ove l’architettura aveva sclerotizzato in protomi umane o ferine gli scarichi delle gronde. 
Pure, in esatta contemporaneità con l’affermarsi del Gotico maturo, nell’Italia federiciana inizia una ripresa cosciente degli stilemi imperiali romani, comprensiva delle forme della statuaria, destinata a rimanere, se non episodica, quanto meno locale, fino alla trionfale ripresa quattrocentesca. A Firenze guardando a Roma, e a Urbino guardando a Spalato, nel quindicesimo secolo il linguaggio antico si riafferma su basi critiche e metodologiche, mettendo le premesse per un revival che, in varie forme e con più o meno rigorosa osservanza, si protrarrà per tutto il Rinascimento, il Manierismo e nel Barocco classicista. L’anima più innovativa del Barocco, però, produce forme decorative inedite, ove la voluta perde qualsiasi connotato classicheggiante, e si fa struttura formante; elementi vegetali ipertrofici aprono la via al Rococò, che connoterà in tutta Europa (con scarso successo a Roma) la metà del XVIII secolo. La rocaille distrugge l’impalcato tradizionale e la logica tettonica della decorazione architettonica, sostituendole la libera incrostazione su pareti e soffiti, e non risparmiando talvolta pavimenti in marmi e legni intarsiati. 
A seguito di fortunate coicidenze (scoperta di Paestum ed Ercolano, J. J. Winckelmann a Roma), in piena temperie Rococò si offre agli architetti la nuova evidenza di un sistema codificato e dimenticato, ovvero, di nuovo, l’Antico: con rinnovata attenzione alla regola, il Neoclassico riporta in auge l’ornamentazione architettonica classica, che si arricchisce di tutto il repertorio egizio (non più egittizzante) in età napoleonica. 
Altra risposta, curiosamente per attinenza e non per opposizione al Rococò, è il Neogotico: la ripresa di motivi architettonici originariamente limitati ai grandi cantieri ecclesiali si espande fino ai minimi dettagli dell’ornato civile, religioso, domestico e cimiteriale di una borghesia in via di affermazione. 
Il XIX secolo, pertanto, concede agli architetti la massima libertà sia formale che decorativa: solo nella seconda metà il secolo dell’eclettismo produce stilemi propri e vitali con l’Art Nouveau (Liberty, Jugendstil, Floreale). Su questo sfondo si leva l’anatema di A. Loos: “ornamento è delitto”, a segnare, se non la fine della decorazione architettonica, la fine della sua necessità.

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