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Decostruzione

P. Eisenman, House III, 1972.
P. Eisenman, House III, 1972.

Definizione

Con il termine “decostruzione” si intende la riflessione filosofica inaugurata da J. Derrida (El Biar, Algeria, 1930 – Parigi 2004) che, sviluppando il problema heideggeriano della “differenza ontologica fra essere ed ente”, propone una critica radicale della metafisica e del postulato di una gerarchia fondante di significati (pensiero e verità, ragione e logos).
Alla decostruzione del logocentrismo metafisico si accompagna la revisione del fonocentrismo, con la rivalutazione nel linguaggio della scrittura sulla voce: non più semplicemente funzionale alla parola “parlata” (qualcosa che “sta per” il significato, che a sua volta sta per altro), la scrittura, intesa come la traccia in generale, comincia a debordare “l’estensione del linguaggio”, esibendo la “differenza” dell’essere e l’impossibilità di qualsiasi progetto di totalizzazione del sapere.
Tutta la filosofia di Derrida, quale compare nelle opere degli anni Sessanta – in particolare La voix et le phénomène, De la grammatologieL’écriture et la différance (testi pubblicati nel 1967), cui seguono nel 1972 La dissémination, Marges – de la philosophie e Positions – parte dunque da questa necessità: tentare di decostruire la “metafisica della presenza” attraverso la filosofia del linguaggio che sempre apre una spaziatura, una “differenza” fra le parole e le cose. Non solo le parole, infatti, non riescono a rendere presente la cosa stessa, ma niente per Derrida può essere completamente presente senza rinviare ad altro da sé.

Il concetto di différance

Centrale nella sua riflessione è proprio il concetto di différance, che include i due significati del verbo “differire”: da un lato, in senso ancora strutturalista e saussuriano, implica che il segno è differente da ciò di cui prende il posto, per cui fra il testo e l’essere cui esso rinvia c’è sempre una differenza, uno scarto, che non può essere colmato; dall’altro, introducendo il senso del “rimandare a”, indica un differimento senza fine del significato lungo la catena delle sostituzioni linguistiche e degli spostamenti che intervengono ogni volta che tentiamo di stabilire cosa significhi un termine in un dato contesto. Di qui la rivalutazione della scrittura sul discorso, costituendo – essa soltanto – il luogo nel quale si manifesta quel processo di disseminazione del significato nella sua circolazione da un lettore a un altro, senza la possibilità di attingere l’intento originale dell’autore.
Decostruire significa perciò mostrare l’energia dirompente della scrittura attraverso un procedimento il cui valore “macchinino” non ne esaurisce tuttavia le connotazioni.
Come Derrida chiarisce nella famosa Lettre à un ami japonais, sorta di manifesto della decostruzione e al tempo stesso bilancio parziale sull’argomento: “Bisognava disfare, scomporre, disedimentare delle strutture (di ogni tipo: linguistiche, ‘logocentriche’, ‘fonocentriche’ […] politiche, culturali, anche e anzitutto filosofiche)”. Ma questa operazione “non era una operazione negativa. […] Piuttosto che distruggere si trattava di capire come un certo ‘insieme’ si fosse costruito e pertanto ricostruirlo”.

Una strategia filosofica

Enunciata la grande ambiguità del tema e il duplice rapporto che la decostruzione intrattiene sia con la filosofia che con la critica letteraria, essa appare perciò come una strategia filosofica tendente allo “spiazzamento” di categorie consolidate e al tempo stesso come una modalità d’interpretazione dei testi (e quindi di una loro “ri-costruzione” parziale e arbitraria), dove il testo – al contrario del libro quale presenza, totalità chiusa in sé, delimitata da un origine e un compimento – costituisce, come chiarisce R. Diodato, “una cornice che ospita […] uno spettacolo, una finzione capace di crescere e proliferare nelle letture, nelle interpretazioni, cioè di configurarsi come storia dei suoi effetti”.
Smontando e rovesciando le gerarchie di significato che la metafisica della presenza tende a privilegiare, problematizzando le opposizioni, svelando le costruzioni latenti e giocando sulle somiglianze casuali, su ciò che sta ai margini del testo, la decostruzione – come sottolinea A. Van Sevenant – pone l’accento sugli spostamenti e sui cambiamenti, ma soprattutto sul fatto che spostamenti e cambiamenti avvengono: è dunque un modo di pensare (un “pensiero all’opera” lo definisce Derrida), che muovendo dalla nozione di différence affida alla scrittura una dimensione performativa, irriducibile alla constatività teoretica.
In tal senso essa mostra una trasversalità disciplinare, rendendosi applicabile anche all’architettura, la cui assunzione dell’opera come testo – inteso con P. Eisenman quale termine in grado di “destabilizzare sempre la relazione fondamentale tra la forma e il suo significato” – si inscrive nella concezione più generale della filosofia come scrittura conseguente a quel mutamento d’indirizzo della filosofia contemporanea nei confronti della “presenza”, della “coscienza” e della “voce”, che costituisce uno dei temi portanti della riflessione di Derrida.

Decostruzione e rchitettura

La riflessione specifica sull’architettura si sviluppa dai primi anni Ottanta in Nordamerica, quando P. Eisenman e B. Tschumi si interessano per primi alla filosofia di Derrida, che, a partire dalla fine degli anni Sessanta, insegnava in diverse università degli Stati Uniti. Invitato da Tschumi a collaborare con Eisenman per un piccolo “giardino artificiale” all’interno del Parc de La Villette (opera dello stesso Tschumi), nasce il progetto Choral Work (1986-87), insieme a una serie di scritti sull’architettura volti a destabilizzarne le strutture “solide”, intese non solo quali “strutture materiali” bensì soprattutto “culturali, pedagogiche, politiche, economiche”.
Nel saggio Point de Folie – Maintenant l’architecture (pubblicato nel 1986 sul progetto di Tschumi per La Villette), Derrida affronta il tema dell’architettura e dei suoi principi storici fondamentali, esaminati – come sottolinea C. Roseti – “nella qualità di valori metafisici di tipo generalizzabile ai più vasti e molteplici campi dell’attività e del pensiero dell’uomo”. Sottolineando come il concetto di architettura, concepita quale “ultima fortezza della metafisica”, sia da sempre connaturato in ogni sede fisica e attività dell’uomo, Derrida intende decostruirne i valori fondamentali, individuati in “quattro punti d’invarianza” che, come gli angoli di una cornice, “tengono” insieme tutte le opposizioni tradizionali della metafisica come dell’architettura.
Finalizzate al senso e alla significazione, queste costanti determinano anche simbolicamente “la struttura e la sintassi, la forma e la funzione dell’architettura”. E poiché tali invarianti sono: la legge dell’oikos, che in greco sta per casa o focolare come centro e fondamento del costruire; il carattere celebrativo e commemorativo che dispone l’architettura alla “anamnesi dell’origine e alla posizione di un fondo”, non solo come fondazione sul suolo, ma come principio – arché – giuridico-politico; il telos, che indica lo scopo, sia esso etico-politico, utilitario o funzionale, sempre e comunque tale da “mettere l’architettura in servizio e al servizio” e infine il valore estetico della venustasconcinnitas-bellezza, come armonia delle parti e di queste con il tutto, decostruire l’architettura significherà innanzitutto decostruire queste quattro “convenzioni-coartazioni”. Non però attraverso una semplice negazione, opponendo a quei valori un’architettura inabitabile, brutta, inutile e senza memoria, bensì – e qui sta la pars construens della sua decostruzione – inventando una “architettura dell’evento” (maintenant significa “ora, subito, adesso”) capace di problematizzare le opposizioni, di dislocare i significati e i sensi stabiliti, aprendo al differimento che questo processo comporta: un’architettura perciò che mantenga (maintenant significa anche “che mantiene o mantenendo”) “lo spazio per l’altro al quale fa appello”, in cui gli assunti tradizionali della disciplina – quali ad esempio l’egemonia dell’estetico, del bello, dell’utile, della funzionalità, dell’abitare – siano ri-tracciati attraverso nuove forme, nelle quali le componenti decostruite saranno riscritte e in qualche misura leggibili.
Da quanto precede emerge l’importanza del carattere “evenemenziale” quale componente peculiare dell’architettura della decostruzione. Sottolineato nei Cinquante-deux aphorismes pour un avant-propos (prevalentemente dedicati all’architettura) – dove con tale termine Derrida indica un elemento “dissociato e a-sistematico”, frammentario, ben distante dall’ordine rigidamente strutturato dell’architettura e tuttavia in sé concluso – l’evento implica una trasformabilità dell’architettura contrapposta al carattere statico e monumentale proprio della tradizione disciplinare: una “transarchitettura” (cui sono riferibili le Folies di Tschumi a La Villette) aperta a permutazioni e variazioni di significato e d’uso entro interpretazioni multiple e ogni volta diverse.
In tutti i casi l’architettura della decostruzione rifiuta una lettura lineare, univoca, sequenziale dell’opera, minando dall’interno le opposizioni cruciali e le strutture binarie su cui essa si è fondata – tra le altre, struttura/decorazione, astrazione/figurazione, forma/materia, unità/molteplicità, spazio/azione, figura/sfondo, esterno/interno, forma/funzione – e privilegiando metodologie progettuali tese a de-centrare, dis-giungere, dis-sociare, de-stabilizzare dall’interno la forma, la struttura, la gerarchia: sia incrementando il ruolo delle interrelazioni, quella tonalità interstiziale che si esplica nello spazio (fisico e concettuale) del between (o in-between), quale luogo di tensione, commistione, innesto, disseminazione di usi e significati; sia alterando la regolarità delle forme tramite deformazioni e distorsioni, piegature e capovolgimenti, esiti della ricerca di un’intrinseca instabilità (quale manifesto azzardo contro la gravità); sia attuando procedure di montaggio, giustapposizione, stratificazione, dislocazione fisica di elementi, volti a rileggere e ridistribuire il sistema delle sovrapposizioni di una realtà non più concepibile come un insieme unitario.

Decostruzionismo – Decostruttivismo

A questa proliferante disseminazione di senso si riferiscono tanto il decostruzionismo quanto il decostruttivismo, intendendo sottolineare con il primo la “legittimazione culturale e storica” di una “pratica di pensiero” che investe dall’interno lo stesso apparato teorico-operativo della disciplina, facendo innanzitutto crollare la distinzione fra oggetto architettonico e testo critico; con il secondo l’esegesi “de-costruttiva” sostenuta da P. Johnson e M. Wigley nella famosa Mostra Deconstructivist Architecture del 1988 al MoMA di New York, in cui l’opera di alcuni architetti o gruppi – Coop Himmelblau (W.D. Prix e H. Swiczinsky), P. Eisenman, F.O. Gehry, R. Koolhaas, D. Libeskind, B. Tschumi e Z. Hadid – appare esibire una comune capacità “di disturbare il nostro modo di pensare [la forma]”. “Ciò non deriva – continua Wigley nel catalogo che accompagna la mostra – dalla moda della filosofia contemporanea conosciuta come ‘decostruzione’ […] piuttosto [i progetti selezionati] emergono dall’interno della tradizione architettonica, esibendo alcune qualità decostruttive [che] sfidando i valori dell’armonia, dell’unità, della stabilità, [propongono] una diversa visione della struttura secondo la quale le incrinature sono intrinseche alla struttura stessa”. Ne nasce una forma d’interrogazione che, “psicanalizzando” l’architettura, “identifica i sintomi di una repressa impurità”.
La destabilizzazione della purezza formale risulta quindi il tema fondamentale di questa ricerca, la cui genealogia è riportata da Wigley all’avanguardia russa degli anni Venti, che per prima si era imposta come “punto di svolta critico” rispetto alla tradizione disciplinare. È da questa “instabilità”, rimasta però marginale nella produzione architettonica, e dalle sue relazioni con la “stabilità” della ricerca del Movimento Moderno, che muovono i progetti riuniti nella Mostra, la cui estetica decostruttiva esplora una “sovversione ancor più radicale”, partendo dalle “distorsioni” apportate al Costruttivismo: “questa distorsione è il de del decostruttivismo”.
Rispetto a questa interpretazione, che intende privilegiare aspetti linguistici interni alla disciplina, sebbene, come sottolinea Roseti, in una forte ambiguità e contiguità con la decostruzione di cui Wigley continua a enumerare temi e figurazioni – quali “l’attacco programmatico alla tradizione, la deformazione strutturale, l’impurità latente […] la frammentazione ‘come tale’ antiunitaria, antitotalizzante e tendenzialmente aperta” – il richiamo all’opera di Derrida attraverso il decostruzionismo – termine con cui si intende una “metodologia critica” di lettura dei testi che in Nordamerica coincide di fatto con il post-strutturalismo (movimento poi riverberatosi in Francia e in Europa) – induce nell’architettura un atteggiamento prevalentemente concettuale, che sposta l’identificazione dell’oggetto architettonico da un modo di percezione estetico “verso strutture ‘testuali’, risonanze e giochi di significato molteplici e differenziati”, “eccedenti – come scrive M. Hays – il significato estraibile dall’oggetto”.
Metominie, scaling, testualizzazioni plurisignificanti messi in atto da Eisenman sono – ad esempio – pertinenti trasposizioni di concetti derridiani, volti alla destabilizzazione dei valori assiomatici della tradizione architettonica, a partire dall’antropocentrismo e dalla conseguente “metafisica della scala” da sempre riferita alla dimensione umana. Allo stesso modo le “teorie costruite” o “costruzioni teoriche” di Tschumi, con l’attenzione ai temi della “disgiunzione” e dell’in-between quale spazio dell’evento, come anche la rigorosa iconoclastia praticata da Libeskind nei suoi disegni-testo – dove la linea tracciata-costruita-decostruita diviene luogo di un programmatico scardinamento delle regole costituite – indicano in modo esplicito il ruolo prioritario del decostruzionismo nel mostrare le possibili costruzioni latenti, la pluralità incontenibile delle differenze sublimate attraverso processi teorico-operativi suscettibili di infinite interpretazioni.
Il decostruttivismo sarebbe dunque una delle possibili attualizzazioni della decostruzione, certamente quella che ha avuto in architettura maggior respiro e risalto, laddove il decostruzionismo – ponendosi come “metodologia critica” – ne rappresenterebbe l’alveo concettuale generale. Come ha scritto F. Purini, infatti – uno dei pochi architetti italiani a essersi interessati alla decostruzione – essa si configura nell’“allestimento di forme tridimensionali delle motivazioni di un processo conoscitivo che s’interroga attorno alla struttura di un manufatto e a quella dello spazio che lo contiene”, ovvero traduce in termini architettonici l’interrogazione continua di Derrida sul testo che sempre produce “altro testo”: un’interrogazione che tocca il pensiero stesso dell’architettura, non si aggiunge dopo bensì ne costituisce l’oggetto.

Bibliografia

AA.VV., Deconstruction. Omnibus Volume, London, 1989; Bottero B. (a cura di), Decostruzione in architettura e in filosofia, Milano, 1991; Derrida J., Lettre à un ami japonais, in Id., Psyché. Inventions de l’autre, Paris, 1987, pp. 387-393; Derrida J., Point de Folie – Maintenant l’architecture, in Id., Psyché, cit., pp. 477-493; Derrida J., Cinquante-deux aphorismes pour un avant-propos, in Id., Psyché, cit., pp. 509-518; Diodato R.,Decostruzionismo, Milano, 1996; Johnson P., Wigley M., Deconstructivist Architecture, New York, 1988; Norris C., Benjamin A., What is Deconstruction?, London, 1988; Roseti C., La decostruzione e il decostruttivismo. Pensiero e forma dell’architettura, Roma, 1997; Van Sevenant A., La decostruzione e Derrida, in “Aeshetica Preprint”, n. 36, dic. 1992; Vitale F. (a cura di), Jacques Derrida. Adesso l’architettura, Milano, 2008.

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