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Degrado

Dilavamento, depositi, macchie di ossido e vegetazione su un pilastro del Colosseo a Roma.
Dilavamento, depositi, macchie di ossido e vegetazione su un pilastro del Colosseo a Roma.

Definizione

In linea generale, il degrado di un edificio si rapporta agli aspetti della conservazione tecnologica e materiale, alle problematiche dei dissesti strutturali e alla tenuta della compagine costruttiva nel suo complesso. Se gli ultimi due aspetti rimandano a questioni di ordine architettonico e sono particolarmente legati all’intima natura costruttiva di ogni singola fabbrica, il primo riguarda più specificamente le caratteristiche delle superfici materiche. In questo ambito è stata particolarmente sentita la necessità di procedere a una codificazione del lessico relativo alle diverse patologie esistenti e alla sistematizzazione delle cause e dei meccanismi che governano i fenomeni degenerativi.

Cause e manifestazioni

Il degrado, o degradazione, di un materiale indica perciò le modifiche da questo subite che determinano un suo peggioramento sotto il profilo conservativo e si distingue dall’alterazione che, viceversa, non compromette la conservazione dell’opera (Nor.Ma.L. 1/88; lessico UNI 11182:2006). Gli effetti visibili di questo degrado variano a seconda del tipo di materiale, dell’esposizione e delle condizioni ambientali e climatiche. Da essi si risale normalmente alle possibili cause (intrinseche o estrinseche all’edificio, di origine antropica o naturale, ad azione improvvisa o prolungata del tempo). La presenza di umidità e, in generale, di acqua è molto spesso un fattore condizionante significativo, sia per la sua azione meccanica diretta (per ruscellamento o per formazione di cristalli di ghiaccio) sia per la sua capacità di veicolare all’interno delle murature sali e altre sostanze pericolose, sia per la sua proprietà di attivare deboli reazioni chimiche nei materiali.

I meccanismi responsabili del degrado possono avere natura fisica e chimica. Rientrano nel primo gruppo le sollecitazioni tensionali dovute a carico o a dilatazione termica e quelle micromodificazioni che generano stress all’interno dei pori del materiale, dovuto alla formazione di cristalli di ghiaccio (in pietre o mattoni gelivi) o di sali. Le alterazioni chimiche principali consistono, per il materiale a composizione calcarea, nei processi di carbonatazione, che favoriscono il deposito di carbonato di calcio eventualmente già solubilizzato nell’acqua, e nella solfatazione dello stesso carbonato di calcio, che si trasforma così nel fragile e solubile solfato di calcio biidrato; l’argillificazione del materiali silicatici può intaccare tufi, arenarie e graniti mentre l’ossidazione, in presenza di aria e, specialmente, di acqua, condiziona soprattutto il degrado dei metalli.

I materiali organici, principalmente il legno (ma anche colle animali e altre componenti che possono essere state utilizzate per la costruzione o la protezione di una muratura), sono particolarmente vulnerabili agli attacchi biologici. Il legno, in particolare, soffre dell’azione aggressiva condotta da parte di batteri, animali marini, funghi e tarli, ma subisce anche un degrado abiotico dovuto ad agenti chimici, mineralizzazione, idrolisi, aggressione termica.

Dal punto di vista degli effetti del degrado si sono distinti i fenomeni che determinano la perdita di materiale (alveolizzazione, disgregazione, distacco, erosione, esfoliazione, lacuna, pitting, scagliatura) da quelli che comportano invece l’accumulo di nuova materia (colatura, colonizzazione biologica, crosta, deposito superficiale, efflorescenza, incrostazione, graffito, macchia, patina biologica, pellicola, presenza di vegetazione) e quelli che non variano la presenza materica (alterazione cromatica, deformazione, degradazione differenziale, fratturazione o fessurazione, fronte di risalita, rigonfiamento). L’ultima versione del lessico (lessico UNI 11182:2006), che ha revisionato il lavoro elaborato in due documenti Nor.Ma.L. (del 1980 e del 1988) per uniformare la lettura del degrado sui materiali lapidei (e in seguito anche su malta, intonaci e laterizi), presenta ancora alcune ambiguità e difficoltà applicative, soprattutto in riferimento al degrado degli intonaci, materiale dalla composizione pluristratificata e variabile. 

Specificità analoghe sono presenti in altri materiali costruttivi, come le terrecotte decorative smaltate (che possono essere interessate da varie forme di distacco dello smalto e della vernice dal biscotto), i vetri (che si opacizzano, per devetrificazione e, in presenza di rivestimento a grisaille, possono perdere la smaltatura), i metalli (con l’ossidazione), la terra cruda (particolarmente vulnerabile all’azione dell’acqua piovana e di condensa) e, come si è detto, il legno.

Al di là dell’indiscutibile necessità di varare codici standardizzati e condivisi, l’interpretazione del degrado presente in un’architettura richiede una preliminare conoscenza approfondita della fabbrica, che consenta di focalizzare gli effettivi problemi esistenti e di calibrarli sulle pressoché costanti stratificazioni costruttive. La fase di ‘mappatura’ e censimento delle tipologie di degrado deve infatti essere accompagnata da un’esauriente illustrazione della loro distribuzione sugli elevati, attraverso precise e chiare graficizzazioni in grado di orientare il successivo progetto di restauro delle superfici.

Bibliografia

Fiorani D., L’invecchiamento e il degrado, in Carbonara G., Trattato di restauro architettonico, Torino 1996, 2° vol., pp. 295-416; Torraca G., Lezioni di scienza e tecnologia dei materiali per il restauro dei monumenti, Roma 2002; Bartolomucci C., Cantalini L., Tecnologie per la conservazione delle superfici materiche, in Fiorani D. (a cura), Restauro e tecnologie in architettura, Roma 2009, pp. 285-354.

 

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