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Diradamento

Definizione

Il “diradamento urbanistico ed edilizio” si afferma in un articolo di Gustavo Giovannoni del 1913 come risposta meditata e ponderata alla prassi degli “sventramenti” della città storica.

Generalità

La riflessione dell’autore procede di pari passo con la sistematizzazione di una teoria del restauro che approderà nel 1931 alla celebre Carta italiana del Restauro, basata sulla conservazione di “tutti gli elementi con carattere d’arte o di storico ricordo, senza il desiderio dell’unità stilistica” (art. 5), e sul rispetto delle condizioni ambientali in cui l’intervento si colloca, “le quali non debbono essere alterate da inopportuni isolamenti, da costruzioni di nuove fabbriche prossime, invadenti per massa, colore, stile” (art. 6).
Tale attenzione al “contesto”, al “volto delle città”, costituisce il filo conduttore della intensa attività di Giovannoni come restauratore e urbanista, pur nel riconoscimento della difficoltà di promuovere un’ autonoma estetica della città moderna capace di un dialogo aperto con l’antico. In questo senso, il diradamento giovannoniano ricorre a un linguaggio volutamente “neutro”, per così dire neutrale, con un mimetico e accorto innesto del nuovo nei risarcimenti delle parti liberate o demolite, e a una composizione urbana affidata all’uso sapiente dei contrasti (pieno-vuoto, aperto-chiuso, grande-piccolo): “Non unità regolare di nuove vie, ma allargamento irregolare: demolizione qua e là di una casa o di un gruppo di case e creazione in lor vece di una piazzetta e di un giardino…, poi la via si restringa per ampliarsi di nuovo tra poco, aggiungendo varietà di movimento, associando effetti di contrasto al tipo originario edilizio che permarrà così in tutto il suo carattere d’Arte e d’ambiente. Solo vi si farà strada qualche raggio di sole, si aprirà qualche nuova visuale e respireranno le vecchie case troppo strette tra loro”.
Al di là di ogni concezione estetica, una forte motivazione al diradamento è postulata dalle condizioni igienico-sanitarie, spesso insostenibili anche in rapporto alle elevate densità insediative, come dimostrano gli interventi effettuati a partire dagli anni Venti, ad es. a Roma nel noto Quartiere Rinascimento.
Marcello Piacentini, paladino di soluzioni assai più radicali di intervento nella città esistente, proporrà nel 1937 un bilancio di questa cauta stagione di risanamento urbano, portando all’attenzione il tema della sua effettiva fattibilità in relazione a costi sociali, economici e umani estremamente elevati e difficilmente computabili. Per l’autore, a differenza del diradamento urbanistico condotto “dall’autorità con i poteri ad essa conferiti dalla legge”, quello edilizio “deve eseguirsi in profondità e nel particolare, si deve effettuare soprattutto dalla iniziativa privata” anche attraverso interventi in profondità indispensabili “per dare a queste vecchie costruzioni le volute condizioni di abitabilità. Si tratta in una parola di ricostruire interamente gli edifici, con un costo anche maggiore di quello che sarebbe necessario se si dovessero erigere ex novo. Orbene tutti questi lavori devono essere condotti a termine dalla iniziativa privata: ma è noto che l’iniziativa privata interviene soltanto quando sia ben certa del rendimento economico”.
Questo “principio di realtà” nelle pratiche di risanamento urbano, pur fornendo indicazioni preziose sulle problematiche dell’intervento nelle “città vive”, si presterà inevitabilmente a travisamenti e ad alibi di comodo negli anni della ricostruzione del secondo dopoguerra nei frequenti casi di radicali demolizioni e ricostruzioni.

Bibliografia

Giovannoni G., Vecchie città ed edilizia nuova, Torino, 1931, p. 249; Giovannoni G., Il quartiere della Rinascenza in Roma, in «Nuova Antologia», n. 997, XLVIII, luglio 1913, pp. 53-76; Palazzo A.L., Denkmalpflege in Italien: Gustavo Giovannoni und die historische Stadt, in «Die alte Stadt», Heft 3, 2007, pp. 181-190; Piacentini M., Risanamento e diradamento, in «La Casa», XVIII, agosto-settembre 1937, pp. 7-9.

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