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Domus

Olinto (Grecia), rilievo murario di un tessuto di domus e schema di lettura della prima edificazione dove si evidenziano orientamento e accessi.
Olinto (Grecia), rilievo murario di un tessuto di domus e schema di lettura della prima edificazione dove si evidenziano orientamento e accessi.

Definizione-Etimologia

Dalla radice indoeuropea dem nel significato di casa. Abitazione unifamiliare contenuta all’interno di un perimetro murato di dimensioni variabili, composta da vani aggregati lungo il perimetro stesso e distribuiti da spazi porticati interni che svolgono anche il ruolo di illuminare e di aerare gli ambienti. L’etimologia del termine testimonia la massima diffusione della domus soprattutto nei territori facenti parte della koiné romana.

Generalità

In epoca preistorica e protostorica si riscontrano, a livello archeologico, altre, diversificate accezioni dello stesso tipo di abitazione: la casa danubiana del II millennio a.C., il sistema miceneo-cretese a megaron, il sistema prostàs-aulé (a Priene) o le più recenti case italica, falisca ed etrusca, che dimostrano come la domus costituisca lo sviluppo consolidato della strutturazione protostorica della casa propria delle diverse popolazioni autoctone europee. Infatti con le diverse fasi di migrazione avvenute nel corso del I millennio a.C. le popolazioni indoeuropee hanno determinato la conformazione e contemporaneamente la diffusione di questa casa definita da caratteri sinteticamente omogenei. Concettualmente la matrice della domus era costituita da un recinto quadrangolare, con un solo accesso dall’esterno, di dimensione riferibile al clima, 17,70 x 35,40 m, come sottomultiplo dell’actus quadratum, superficie tipica della suddivisione agricola della centuriazione territoriale romana. All’interno di questo recinto venivano edificati gli ambienti della casa con il fronte interno principale esposto con un medesimo orientamento solare, variabile da luogo a luogo, ma preferibilmente rivolto a sud.
Le domus urbane potevano essere aggregate in successione lungo i percorsi di adduzione in serie chiusa o in serie aperta, con una fascia di edificazione sui due lati del percorso o su uno solo. La diversa direzione e l’orientamento dei percorsi stessi generava la dialettica tra recinto, accesso e posizione del costruito al suo interno. All’interno del recinto della domus, infatti, la posizione del costruito si differenziava, dovendo mantenere lo stesso orientamento, con il formare un certo numero di varianti sincroniche che determinavano diversificazioni significative nel tessuto originario. Spesso tra i recinti limitrofi era interposto uno stretto spazio libero, ambitus, che serviva per lo smaltimento delle acque reflue. Pur nella sua diffusione generalizzata, questo tipo di casa conservava comunque caratteri differenziati, tra le domus rurali e quelle urbane, nell’adeguamento alle diverse funzioni cui doveva corrispondere: una maggiore dimensione della domus rurale era conseguente alla possibilità di ricoverare nel recinto anche gli animali e di poter coltivare una parte dello spazio a orto. Nelle costruzioni di dimensioni maggiori, nelle ville rustiche repubblicane e imperiali, centri di amministrazione dei latifondi agricoli, la strutturazione tipica si è conservata a lungo e le modificazioni successive (come le masserie pugliesi o le grandi corti padane) rappresentano il consolidarsi di comportamenti edificatori tipici delle diverse aree italiane derivanti comunque dalla matrice comune della originaria domus rurale antica.

Caratteri della domus

La forma documentata più diffusa della domus urbana presentava una porta esterna, ostium, da cui si accedeva a un corridoio scoperto, fauces, e poi all’atrium. Quest’ultimo era costituito da un cortile coperto sui quattro lati con tetto a falde displuviate verso l’interno: l’acqua piovana era raccolta nell’impluvium, vasca da cui veniva convogliata in una cisterna per essere utilizzata per gli usi domestici. L’atrio era detto tuscanico se le falde della copertura erano a sbalzo, tetrastilo se il tetto poggiava su quattro colonne, e corinzio se l’atrio presentava un numero maggiore di appoggi per l’accresciuta dimensione del porticato. L’atrium centrale distribuiva lungo le due alae i vani minori laterali, i cubicula, che vi si affacciavano, mentre davanti all’ingresso si trovava al centro il tablinium, che costituiva la sala principale di soggiorno e rappresentanza, e altri spazi laterali aperti che consentivano, con l’andron, l’accesso e il passaggio alla zona posteriore della domus dove si trovava lo spazio aperto dell’hortus. Gli influssi ellenistici, dopo il II secolo a.C., arricchirono la domus di ulteriori spazi porticati retrostanti come il peristilium, con esedre e giardini, e il viridarium, da cui si accedeva ai vani adibiti ad attività specializzate e alle zone di servizio.
Negli scavi di Pompei, distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., sono evidenti le modificazioni apportate alle domus a seguito del precedente terremoto del 62 a.C.: la ricostruzione dovette tenere conto del massiccio aumento di popolazione conseguente alle assegnazioni ai veterani della guerra mitridatica, che provocò un infittimento delle domus e la riduzione della loro superficie proprio nei tessuti dove, tra il II e il I secolo a.C., erano presenti ampie domus a “palazzo” che potevano anche occupare un’intera insula urbana, come nella sopravissuta Casa del Fauno.
Un insieme di grandi domus costituiva il complesso del palazzo imperiale sul colle Palatino a Roma distinto, per le diverse fasi edificatorie, proprio con i nomi di Domus Flavia, Domus Transitoria, Domus Augustana e che con la Domus Aurea si estendeva fino ad arrivare al colle Oppio con uno sviluppo planimetrico di quasi due ettari. La sublimazione delle componenti architettoniche, indicata dalla grandiosità dei vani di rappresentanza, dal moltiplicarsi dei vani specialistici, dalle diverse edificazioni spesso sovrapposte anche su più livelli, non contraddice, tuttavia, la matrice riconducibile a uno schema compositivo analogo a quello descritto.
In aree urbane a maggiore densità abitativa, come Ercolano o Napoli, la domus poteva avere superficie planimetrica contratta, di solito ottenuta per dimezzamento e/o risuddivisione delle domus precedenti, con un conseguente incremento del costruito e uno sviluppo in altezza con piani sovrapposti.
Infine, negli organismi urbani più estesi e di massima densità di popolazione, come Roma e Ostia, si edificano insulae pluripiano con abitazioni bicellulari (cellula) distribuite da ballatoi intorno ad uno spazio aperto. Questa trasformazione tipologica della domus è utilizzata anche in altre mutazioni diacroniche, anche molto distanti nel tempo, come nei palazzi cinquecenteschi di Napoli o nelle case di ringhiera edificate a Milano nel periodo della rivoluzione industriale: da un medesimo tessuto originario si possono avere, nel tempo, differenziate mutazioni tipologiche, i cui caratteri risultano comprensibili come trasformazioni coerenti con la specifica storia civile che differenzia le aree culturali italiane.

Processo formativo e trasformazioni

Nel processo formativo e nelle successive trasformazioni della domus occorre evidenziare due fenomeni che, nel tempo, tendono a modificare tanto l’edificio quanto il tessuto cui appartengono, rendendo ragione delle successive modificazioni le quali, diversificate nel tempo e nello spazio, si sono prodotte nelle strutturazioni edilizie degli aggregati storici: la “tabernizzazione” e la “insulizzazione”.
La tabernizzazione (taberna) è già presente nella domus urbana antica e si manifesta nell’occupazione parziale del fronte ai due lati dell’accesso – le fauces – per ricavarne botteghe artigiane e negozi: inizialmente poteva essere il luogo dove il proprietario della domus svolgeva la propria attività lavorativa, ma in seguito, concessa in affitto o ceduta a un diverso proprietario, la nuova bottega determina la plurifamiliarizzazione dell’edificio. Inoltre la taberna poteva essere incrementata in profondità, occupando parte dell’atrio della casa, e poteva anche essere sopraelevata giungendo a creare quindi un’unità edilizia distinta e “intrusa” nello spazio della domus precedente. Numerosi esempi di questo fenomeno sono già leggibili nei tessuti urbani sia di Pompei che di Ercolano.
Il processo di insulizzazione costituisce il fenomeno più importante del consumo progressivo della domus Avviene con la formazione di una serie di abitazioni monocellulari con un solo affaccio che occupano i vani della casa precedente e utilizzano gli originari spazi distributivi – l’atrium, l’andron – come percorsi interni separati dalle strade esterne così da diventare un’area di pertinenza indivisa, in condominio tra le diverse proprietà che si vanno formando all’interno della domus. I due fenomeni sono associabili e possono anche derivare l’uno dall’altro, potendosi verificare un’insulizzazione successiva alla tabernizzazione o viceversa.
Nel tempo l’unità edilizia originaria a domus si trasforma in un modulo di abitazioni aggregate, ragione per cui nei tessuti storici delle città di antica fondazione romana la domus non si presenta più come concetto di casa vigente o come costume del costruire, ma permane come traccia nella lottizzazione, come tipo di sostrato nella struttura del tessuto edilizio tanto da condizionarne gli ulteriori sviluppi edilizi. In epoca altomedioevale all’interno degli aggregati della maggior parte delle città italiane il processo di addensamento e di frantumazione del tessuto precedente della domus è proseguito con edifici costituiti da case monocellulari a più piani con scala esterna a profferlo che occupavano serialmente gli spazi della domus Tuttavia queste trasformazioni non intaccano le originarie perimetrazioni della domus, vincolate dai confini dell’antica proprietà, e restano per la maggior parte efficienti, risultando ancora oggi leggibili. Il consolidamento di questa forma di casa produrrà, nei nuovi tessuti urbani di espansione, prodotti in grande quantità nel XIII-XIV secolo a seguito di una rinnovata spinta demografica e, per un esteso fenomeno di inurbamento, la successiva formazione della casa a schiera vera e propria che costituisce il tipo edilizio storico di più larga diffusione nelle città europee (abitazione).

Bibliografia

Buti G., La casa degli indoeuropei, Firenze, 1962; Caniggia G., Strutture dello spazio antropico, Firenze, 1976; Paoli U.E., Vita romana, Roma, 1951.

 

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