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Fatiscenza

Alterazione più o meno profonda del manufatto, cui il termine si riferisce, se confrontato con la sua condizione iniziale, assunta per convenzione come ‘perfetta e ideale’. Quando l’oggetto dell’alterazione è un solido murario, si parla di “fatiscenza muraria”. Qualsiasi struttura, intesa come l’insieme di parti vitali di un organismo edilizio, quando è sottoposta, anche in un solo punto, ad una sollecitazione superiore al proprio limite elastico, assume una “nuova forma di equilibrio”, visibile e permanente, che conduce l’intero sistema costruttivo verso fasi sempre più precarie di stabilità le quali si manifestano con evidenti lesioni definite ‘caratteristiche’ perché corrispondono chiaramente al dissesto che le ha generate.

Da questo momento per la struttura esiste ‘un solo percorso’ inevitabile, che può essere interpretato solo dalla Fatiscenza Muraria perché il suo comportamento, ormai fuori dal regime elastico, non ha più corrispondenze con la Scienza delle Costruzioni.

Questo contributo scientifico è il risultato di una ricerca che coinvolse l’intera vita dell’ingegner Sisto Mastrodicasa, artefice di questa disciplina, che egli raccolse in un trattato con l’intento di codificare scientificamente le sue ricerche empiriche per divulgarle a tutti i tecnici interessati alla durabilità del ‘già costruito’. La fatiscenza muraria applica il principio fisico della corrispondenza biunivoca tra causa (dissesto) ed effetto (lesione), analizza la genesi di questa correlazione e osserva le proprietà caratteristiche delle linee fessurative che si manifestano sotto forma di lesioni caratteristiche, sintomi inequivocabili che la struttura manifesta per indicare la sua malattia (dissesto).

I suoi tre principi fondamentali definiscono l’approccio metodologico per una perfetta diagnosi. Il primo si articola in due enunciati:

  1. “Affinché il comportamento di una struttura permanga in ogni punto all’interno del proprio campo elastico, l’entità delle tensioni agenti su ciascuna membratura deve essere sempre inferiore alla corrispondente tensione di rottura. Se in un punto della struttura tale condizione viene meno, in quel punto ha origine una trasformazione (insorgenza del dissesto) che si completa sfociando in un nuovo stato di equilibrio, che volge il sistema verso fasi di sempre maggior precarietà.
  2. Per garantire stabilità e durabilità ad una struttura è necessario che: a) la distribuzione delle tensioni agenti sulle sezioni orizzontali delle membrature sia uniforme; b) l’entità delle tensioni agenti sulle membrature sia inferiore di ‘s’ volte alla corrispondente tensione di rottura, dove ‘s’ è il coefficiente di sicurezza adottato in fase di progetto.”

Il coefficiente di sicurezza è un numero e rappresenta la ‘capacità’ della struttura intesa come contenitore di forze. Esso è riconoscibile attraverso l’osservazione degli stati tensionali nei vari punti della struttura, mentre il rilievo delle tecniche costruttive e delle caratteristiche dei materiali ci fa ripercorrere la sua storia (anamnesi) così da identificare le alterazioni avvenute nel tempo, che possono aver invalidato il coefficiente di sicurezza adottato in fase di progetto.

Il secondo principio afferma che: “Ciascun dissesto genera sempre una manifestazione esteriore sensibile, la sua lesione caratteristica; ciascuna lesione caratteristica è sempre la manifestazione dell’unico possibile dissesto corrispondente”. Osservando la geometria e la dinamica delle lesioni caratteristiche, esaminate nel ventre, corpo e cuspide, si risale al dissesto, ma non alle sue cause perturbatrici che possono essere conseguenza di più fattori correlati.

Obiettivo del terzo principio è: “Individuare le cause perturbatrici, rimuoverle totalmente e rivitalizzare la struttura per riportarla al suo stato iniziale di perfetta efficienza statica”, sì da operare nuovamente in regime di proporzionalità elastica.

Bibliografia

Mastrodicasa S., Dissesti statici delle strutture edilizie, Milano, 1943.

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