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Fiancheggiamento

Definizione – Etimologia

Derivato da fianco, parola di etimo controverso e indicante la parte laterale molle dell’addome, il termine è riferito, nel campo dell’architettura militare, alle modalità di difesa di una fortificazione basate sul tiro incrociato effettuato da elementi – prima torri da cannone e puntoni, poi baluardi e bastioni angolari – opportunamente disposti a coprire l’intero fronte della cortina.

Derivazione – Processo formativo

Se già nelle fortificazioni di età antica e medievale la necessità di difesa del fronte di mura di castelli e città aveva implicato l’adozione di cortine dal profilo seghettato e di torri aggettanti rispetto ad esse, dotate sui fianchi di feritoie, arciere e sagittarole, sarebbe stato solo con l’introduzione delle armi da fuoco e la conseguente scomparsa dei tradizionali apparati a sporgere, che si sarebbe giunti a sempre più sofisticate modalità di fiancheggiamento Proprio il perfezionarsi di queste tecniche, nella prima età moderna, avrebbe condotto alla messa a punto di modelli di bastione sempre diversi e sempre più complessi, collocati ai vertici del perimetro murato, in un continuo processo di rielaborazione formale che avrebbe visto la definitiva affermazione del bastione lanceolato su quello pentagonale, che a sua volta aveva già soppiantato torrioni circolari, rondelle e baluardi a forma di mandorla.

Tra la fine del Quattrocento e il primo quarto del secolo successivo, in quello che viene generalmente indicato come “periodo di transizione”, ingegneri militari, maestri di artiglieria e uomini d’arme si cimentarono, in questa fase soprattutto per via empirica, nella definizione geometrica “ideale” della cinta e dei suoi elementi costitutivi. É in questo modo che vengono realizzate strutture fortificate dalle straordinarie caratteristiche morfologiche e dimensionali, da subito oggetto dell’ammirazione dei contemporanei: solo per citare alcuni esempi, la fortezza di Ostia, la Rocca Sinibalda e quella di Civita Castellana, il forte di Civitavecchia, quello di Sant’Elmo a Napoli o il Castello dell’Aquila, ma anche la fortezza spagnola di Salsa o le proposte quasi “oniriche”, di ambiente germanico, formulate da Albrecht Dürer nel suo trattato militare.

Va poi evidenziato come, proprio per meglio rispondere alle esigenze del fiancheggiamento, in questo periodo venissero spesso avanzate proposte incentrate su complesse, se non persino ardite, soluzioni geometriche, generalmente derivate dalle sperimentazioni condotte in guerra con opere campali e fortini, anche di notevoli dimensioni, costruiti in terra e fascine: è il caso, ad esempio, dei diversi progetti elaborati a più riprese per La Goletta di Tunisi, di cui il più celebre resta, per via del suo vigore geometrico, quello di Antonio Ferramolino da Bergamo per un forte triangolare con bastioni ai vertici, in qualche misura precursore di quel vasto campionario di forme più tardi offerto dalla trattatistica, che si sarebbe spinto sino a elaborate forme stellari.

É grazie a questo genere di esperienze progettuali che vennero messe a punto quelle soluzioni a puntoni, tenaglie o forbici – macchine belliche di eccezionale impatto sull’aggressore e più di ogni altra condizionate nella loro forma dalle necessità della rispondenza incrociata dei tiri – che avrebbero più tardi trovato largo spazio nell’architettura militare della seconda metà del Cinquecento. Inoltre, sempre le medesime ragioni di potenziamento della capacità di difesa garantita da un sistema fortificato implicheranno l’abbandono dei cosidetti bastioni a fianchi diritti a favore di quelli a fianchi ritirati, nascosti dietro prominenti spalle ricurve o orecchioni, sovente articolati su più livelli di tiro o dotati di micidiali cannoniere traditrici casamattate, per meglio fiancheggiare la cortina.

Ulteriore espediente, codificato già da Francesco di Giorgio Martini nel suo Trattato di Architettura civile e militare (1490 ca.) e da questi adottato nella fortezza di San Leo, fu quello di introdurre cortine murarie angolate anziché diritte, ripiegate verso l’interno, talvolta anche con angolazioni assai marcate; queste offrivano una ulteriore possibilità di difesa della cortina muraria in caso di perdita dei fianchi dei baluardi, consentendo, come chiarito da Girolamo Maggi nel suo Della Fortificatione delle città (1583) che “le mura che se stesse fiancheggiano, benchè siano disarmate delle loro braccia, cioè dè balluardi, nondimeno si mantengono sicure dal nemico”.

Analogamente vennero formulate proposte, di ben più rara attuazione, che contemplavano, al posto di cortine a forbice, «mura co’ risalti», ossia con andamento seghettato a più fianchi per incrementare di molto la capacità di fuoco, in particolare lungo i fronti più esposti all’attacco nemico. Infine, sempre per ottenere un ottimo fiancheggiamento, nel caso di cortine murarie già esistenti e troppo lunghe rispetto alle possibilità di fuoco, si introdussero in mezzeria di queste rivellini o piattaforme avanzate (ma anche rovesce, ossia ottenute con un rincasso delle mura), dotate di cannoniere, che di fatto interrompevano la tratta.

Non va, infine, dimenticato come proprio le molteplici linee di tiro, tracciate a determinare l’impianto della fortificazione – dalla forma dei bastioni all’andamento della cinta muraria – segnino in maniera appariscente molti fra disegni, trattati e codici di architettura militare di età moderna, dai celebri schizzi michelangioleschi per le fortificazioni fiorentine alle incisioni a corredo di testi di straordinario successo editoriale, come quelli di Francesco de Marchi o di Giacomo Castriotto, sino giungere alle algide geometrizzazioni delle tabelle di calcolo delle angolazioni contenute nel secondo tomo del seicentesco Les Travaux de Mars di Alain Manesson Mallet.

Bibliografia

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