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Futurismo

E. Prampolini, progetto per sala decorata e ammobiliata per Ente aeronautico, studio per allestimento, V Triennale di Milano,1932- 1933.
E. Prampolini, progetto per sala decorata e ammobiliata per Ente aeronautico, studio per allestimento, V Triennale di Milano,1932- 1933.

Definizione

Il Futurismo italiano è il più importante movimento artistico d’avanguardia che il nostro paese abbia generato nel secolo XX. La sua influenza nel sistema culturale italiano, dirompente fin dagli esordi, che non cessò di esercitarsi nel corso di tutto il secolo, si rileva sia nella necessità di contrastarne la forza creativa radicale e potentemente utopica, negli anni fra le due guerre, sia nella volontà, emersa nell’ambito degli astrattisti italiani del secondo dopoguerra di riallacciarsi alle originali ricerche futuriste non figurative, come nello spirito delle neo-avanguardie, di recuperarne l’impeto di rottura antiaccademico e antiautoritario.

Origine e sviluppo storico

Nato come è noto in ambito letterario dal Manifesto (1909) scritto dal poeta Filippo Tommaso Marinetti (la “caffeina d’Europa”), non tarderà a diffondere le sue parole d’ordine per tutta la penisola, sfruttando la forza di penetrazione dei moderni mezzi di comunicazione di massa, impiegati in modo innovativo per diffondere una rivoluzionaria idea artistica.
La necessità di abbattere in ambito letterario, filosofico e artistico qualsiasi dogmatismo legato al passato, potenzia nei primi manifesti programmatici la celebrazione generosa di ogni forma creativa rivolta al futuro, sostenuta dalla fiducia nel progresso e nelle nuove tecnologie, dall’esaltazione della nuova dimensione metropolitana, della macchina e della velocità, dall’intuizione del dinamismo universale derivata dalla divulgazione delle nuove scoperte scientifiche (trasmissione elettrodinamica, relatività einsteiniana, raggi X).
Il generoso impulso di radicale trasformazione del Paese da poco Nazione solo successivamente sarà in grado di generare nelle arti visive (le prime interessate dopo la letteratura), un vero linguaggio espressivo riconoscibile e originale, alla cui genesi danno il loro contributo il Divisionismo italiano prima, il Cubismo francese subito dopo.
Il secondo e il terzo decennio del Novecento sono dominati dall’attivismo febbrile di Marinetti, del pittore e scultore Umberto Boccioni, dei pittori Giacomo Balla, Gino Severini e Carlo Dalmazzo Carrà e del pittore musicista Luigi Russolo. La loro rappresentazione del mondo inteso come spazio-ambiente scomposto dal dinamismo universale e attraversato da linee-forza, si associa e si interseca con l’aspirazione a innovare potentemente la pagina scritta, la scena, il teatro, e ogni altro settore dell’attività umana, aprendo la strada a quella dimensione d’intervento globale che è il tratto distintivo della nostra contemporaneità.
Nonostante si possa affermare incontestabilmente che l’esplosione del movimento è legata all’espansione delle metropoli e all’estetica del paesaggio urbano, già affermatasi nell’ambito del simbolismo di fine secolo, di architettura futurista non si può cominciare a parlare che a partire dal 1914, allorché ha inizio la breve avventura teorico progettuale dell’architetto comasco Antonio Sant’Elia (1888), purtroppo bruciata sul Carso nell’ottobre del 1916. Prima di quella data, una accurata rilettura critica di testi rimasti all’epoca quasi sconosciuti o del tutto inediti, ha messo in rilievo l’apologia del paesaggio industriale proclamata da Marinetti nel 1911, le riflessioni molto avveniristiche di Enrico Prampolini, la bozza rimasta inedita fino al 1972, di un manifesto di Boccioni (1914) che applica all’architettura i principi di compenetrazione dinamica e di dinamismo plastico pensati per la scultura (“… la facciata di una casa deve scendere salire scomporsi entrare o sporgere secondo la potenza di necessità degli ambienti che la compongono. È l’esterno che l’architetto deve sacrificare all’interno come in pittura e scultura”).
Benché si sia a lungo dibattuta l’influenza di Marinetti o Boccioni su Sant’Elia e sul suo manifesto L’architettura futurista, non c’è dubbio che l’immaginario futurista della metropoli si salda alle straordinarie tavole della Città Nuova (1913-1914), potentemente proiettate verso un futuro allora inimmaginabile. La sua visione di città, certamente ispirata a quelle americane ma così stupefacentemente vicina alle megalopoli del secolo XXI, è immaginata come una rete di connessioni infrastrutturali nella quale l’indagine tipologica, pure coerentemente affrontata (nelle restituzioni prospettiche delle stazioni ferroviarie e aeree, delle centrali elettriche, delle case a gradoni) è tuttavia riassorbita nell’idea di gigantesca scala metropolitana pensata per una società di massa.
Molto vicino al linguaggio santeliano è agli inizi quello di Mario Chiattone, poi orientato verso una ricerca originale con significative influenze sugli architetti del razionalismo. Ancora agli inizi della guerra si registra a Roma l’apertura dell’immaginario futurista verso nuove direzioni creative e operative: il manifesto della Ricostruzione futurista dell’Universo (1915), firmato da Balla e Fortunato Depero dilata l’orizzonte operativo del movimento oltre il confine assegnato alle arti.
L’invenzione futurista può spingersi a rivoluzionare interamente l’ambiente dell’uomo (includendo l’abbigliamento, l’arredo urbano, il paesaggio e soprattutto lo spazio dell’abitazione) mettendo a fondamento l’idea base del “complesso plastico”, organismo cinetico astratto e polimaterico la cui applicazione può essere estesa dal costume teatrale alla scenografia all’architettura. Lo scarto immaginativo dalla realtà conduce i due artisti a immaginare un edificio di “stile rumorista trasformabile” ispirato alle nuvole, e contemporaneamente Prampolini a concepire un’architettura dinamica con facciate mobili avanzanti e pareti variabili mosse da congegni meccanici; tuttavia l’applicazione pratica di questo slancio progettuale febbrilmente esteso a 360° si registra nella scenografia e nei costumi per il teatro (Depero, Balla, Prampolini) e nel settore dell’interior design.
In alcuni progetti di interni di Balla disegnati dal 1912 alla metà degli anni Venti motivi compositivi astratti presi dalla pittura investono l’intera decorazione degli interni (pavimenti, soffitti, mobili) per alterare visivamente la staticità dello spazio, mentre i suoi arredi in legni poveri sono ricchi di imprevedibile fantasia. Per sostenere la diffusione del mobilio futurista, arricchitosi ai primi anni Venti delle suggestioni di Francesco Cangiullo (mobili “parlanti e a sorpresa”) e di Marinetti (camere tattili) si aprono a Roma le “Case d’arte”, veri studi d’arredamento d’interni cui si debbono soprattutto le realizzazioni di vari locali e teatri d’avanguardia (Bal Tic Tak, Cabaret del Diavolo, Casa d’Arte Bragaglia) purtroppo andati tutti perduti.
La realizzazione nelle antiche terme romane in via degli Avignonesi della Casa d’Arte Bragaglia si segnala per l’approccio compiutamente architettonico del progettista Virgilio Marchi e per l’apporto collettivo dell’intera pattuglia futurista (Balla, Depero, Ivo Pannaggi, Giuseppina Bragaglia). Fortunatamente conservata è invece l’”ambientazione futurista” progettata da Ivo Pannaggi per Casa Zampini a Esanatoglia (MC, 1925/1926) rivelatrice della capacità di assorbire nel movimento sollecitazioni provenienti dalle avanguardie internazionali. Nel terzo e quarto decennio il Futurismo manifesta la sua vitalità nel settore delle architetture pubblicitarie ed effimere (Depero, Prampolini) mentre nuove riviste rilanciano e allargano le tematiche futuriste contribuendo a far emergere una nuova generazione di architetti (Nicola Mosso, Fillia pseudonimo per Luigi Colombo, Nicolaj Diulgheroff, Giuseppe Oriani, Alberto Sartoris), teoricamente agguerrita e in fertile polemica con il Novecento e il Razionalismo italiani.

Bibliografia

Godoli E., Il futurismo, Bari, 1983; Patetta L., Vercelloni V. (a cura), Futurismo Architettura, numero speciale di «Controspazio», 1971.

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