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Giardino (storia)

Kyoto, tempio Ryoan-ji, giadino zen, 1450.
Kyoto, tempio Ryoan-ji, giadino zen, 1450.

Definizione – Etimologia

Dal ted. ant. garto; lat. med. gardinium; fr. jardin; persiano paradeisos. Terreno sottratto alla spontaneità della natura e organizzato principalmente per il godimento estetico, spesso con finalità simboliche di contenuto cosmologico, filosofico e religioso.

Evoluzione del genere

Il giardino nell’epoca antica

In Mesopotamia il giardino affianca i templi o costituisce il sontuoso cuore dei palazzi reali (giardino pensile) con piante da fiore, palme, cipressi e pini. Gli alberi possono formare filari o riserve di caccia e boschi sacri.
Le rappresentazioni del giardino egiziano testimoniano spazi rettangolari cinti da mura che proteggono dai venti del deserto, con filari di palme e alberi da frutto, papiro e fiori, verdure e pergolati di vite domestica organizzati intorno a una vasca centrale che funge da cisterna.
Nel mondo greco il giardino è un sito dedicato agli dei e agli eroi, libero da esigenze produttive ma spontaneamente fecondo di fiori e frutti, permeato della sacralità dovuta alla presenza del genius loci. Le prime scuole filosofiche ospitano giardini funzionali a ispirare riflessione e dialogo, mentre con l’Ellenismo si emulano i giardini di piacere persiani e orientali.
Questi ispirano anche il giardino romano, che giunge a una sintesi originale attraverso due principali tipologie: l’ambito intimo contenuto nelle residenze aristocratiche (hortus) e i magnifici, articolati spazi delle ville, noti attraverso le parole di Varrone e Plinio il Giovane, che cita boschi, colline, canali e bacini con pesci. Fortemente ‘architettonico’, il giardino romano (Horti luculliani, mecenatiani, sallustiani e Domus Aurea a Roma; Villa Adriana a Tivoli) sfrutta l’andamento naturale del sito e le visuali sul paesaggio offrendo il luogo ideale per l’otium.

Il giardino in epoca medievale

Il giardino islamico (Spagna, Sicilia, Nordafrica) – erede di quello persiano e debitore delle civiltà conquistate fra VII e X sec. – ha un forte valore mistico. Chiuso da un recinto che allontana il caos e garantisce l’armonia, si identifica con il Paradiso promesso dal Profeta: due canali perpendicolari, originati da una fonte centrale, dividono lo spazio in quattro aree allusive delle parti del mondo (chahar bagh), vivificate dal dono divino dell’acqua che – procurata con notevole impegno tecnico – favorisce una rigogliosa vegetazione (Generalife e Alhambra a Granada). In Europa, nel Medioevo, il giardino sopravvive all’interno dei monasteri nelle forme del giardino chiuso (hortus), denso di simboli mariani e di anelito al divino, a cui si contrappone l’hortus deliciarum, luogo di piaceri terreni legato all’amor cortese.

Il giardino in epoca moderna

Con l’Umanesimo e il Rinascimento, seguendo le indicazioni di Vitruvio, Plinio il Giovane e Alberti, si recuperano modelli classici via via più maestosi. Dai misurati giardini segreti (hortus) delle ville medicee di Michelozzo (Trebbio, Cafaggiolo, Careggi, Fiesole) si passa alla grandiosa sistemazione bramantesca del vaticano Cortile del Belvedere, ispirata ai terrazzamenti dei santuari antichi, a sua volta modello per numerose ville del ‘500: Villa Madama a Roma di Raffaello, Villa d’Este a Tivoli di Ligorio, palazzo Farnese a Caprarola di Vignola, Villa Lante a Bagnaia, le ville Medici di Castello, Boboli e Pratolino di Tribolo e Buontalenti.

Dai giardini antichi si mutuano padiglioni di verzura, ninfei e grotte da usare come diaetae e coenationes (per dedicarsi all’otium classico) e come fuoco alla prospettiva dei viali e dei pergolati del giardino formale. Alle sue limpide geometrie – affidate all’uso dei sempreverdi – fa da contrappunto la spontaneità del ‘salvatico’, la parte rustica della sistemazione, spesso usata come ‘barco’ per la caccia o funzionale al programma simbolico (Villa Aldobrandini a Frascati): il vivace gioco fra natura e artificio mira a dilettare e sorprendere creando armonia tra villa, giardino e paesaggio, legati da un calibrato uso delle visuali. La complessa struttura del giardino trova il suo filo conduttore nell’impianto simbolico, teso a celebrare il potere e la magnificenza del committente con immagini tratte dalla mitologia classica.
La lezione del giardino italiano riscuote grande successo in tutta Europa e in Francia produce esiti originali. A servizio del Barocco, l’orografia più piana e la ricchezza d’acqua ispirano composizioni proiettate all’infinito, dove l’architettura ridisegna il territorio a perdita d’occhio e ne altera la percezione giocando con gli effetti ottici: esplorando il giardino, canali e specchi d’acqua possono apparire all’improvviso o rivelare dimensioni inaspettate destando meraviglia e ammirazione; dalla villa, invece, si possono ammirare i raffinati parterres de broderie, dove il bosso forma complessi ricami su fondi colorati da terre, sabbie o ciottoli (Vaux le Vicomte e Versailles, opera di Le Nôtre). Codificato da Dezallier d’Argenville, il giardino francese viene emulato da Caserta a San Pietroburgo, mentre nel nord Europa l’influenza dell’Olanda produce un gran diffondersi di piante fiorite nei parterre arabescati.
All’inizio del ‘700 l’artificiosità del giardino francese desta in Inghilterra una reazione che si avvia fra i letterati (Addison e Pope), per poi prendere forma nel giardino paesistico (Stowe, Rousham, Stourhead, Blenheim): le composizioni di Bridgeman, Kent, Brown e Repton si ispirano alla pittura di paesaggio e dissimulano l’intervento del progettista componendo quadri apparentemente generati dalla sola varietà della natura. Percorsi, vie d’acqua e vegetazione appaiono del tutto casuali, nascondendo un disegno accuratamente calibrato che sfrutta le irregolarità del terreno. Il giardino si fonde col paesaggio eliminando le recinzioni (sostituite da fossati) mentre le visuali sono catalizzate da eye-catchers costituiti da templi classici, ville palladiane e chiese neo-gotiche, cui si aggiungerà la passione romantica per le finte rovine e il gusto esotico delle cineserie.

I giardini in Asia

La passione per la natura incontaminata e il legame con la pittura e la poesia caratterizzano già dal III sec. a.C. il giardino cinese, che mira a riprodurre un paesaggio in miniatura usando laghetti e alture artificiali, forme libere e imprevedibili, per suscitare sorpresa e senso di naturalezza. In questo scenario, le architetture segnano i punti di vista preferenziali da cui godere dell’armonia del giardino e comprendere, così, le regole della natura: un senso di sacralità che deriva dal pensiero taoista.
Il senso del sacro connota ancor più fortemente il giardino giapponese, dove ghiaia e rocce di forme e significato particolari compongono immagini fortemente concettualizzate che simboleggiano scenari naturali: la perfezione immutabile di questi quadri ispira tranquillità favorendo la meditazione zen.

Bibliografia

Fagiolo M., Giusti M.A., Lo specchio del paradiso, Cinisello Balsamo, 1996-98; Fagiolo M., Natura e artificio, Roma, 1981; Gothein M.L., Storia dell’arte dei giardini, Firenze, 2006; Grimal P., Les jardins romains, Parigi, 1944.

 

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