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Hortus

Maestro di Francoforte, Giardino del Paradiso, 1410 ca. (Francoforte sul Meno, Städelsches Kunstinstitut).
Maestro di Francoforte, Giardino del Paradiso, 1410 ca. (Francoforte sul Meno, Städelsches Kunstinstitut).

Definizione – Etimologia

Lat., dalla radice car o gar, comune a corte, a indicare luogo cinto, chiuso.
Noto soprattutto grazie alle descrizioni di Vitruvio, Columella, Varrone e Plinio il Giovane, l’hortus romano nasce come luogo fecondo di frutti, dal valore spiccatamente produttivo.

Generalità

Spazio prediletto per l’otium, si evolve in senso decorativo grazie all’apporto delle culture con cui Roma entra in contatto: la varietà di piante, spesso esotiche e non commestibili, diviene funzionale a un godimento che evolve in senso sempre più eminentemente estetico.
Cinto da portici ispirati ai peristili del ginnasio greco, ma contenuto all’interno della domus (Casa del Fauno e Casa delle Nozze d’argento a Pompei), l’hortus è un ambito gelosamente privato, preposto a rivelare agli ospiti la raffinatezza del padrone di casa, decorato da sculture, fontane e pitture che dilatano la percezione dello spazio evocando scenari fantastici con l’ars topiaria, l’arte di ricostruire paesaggi e situazioni della mitologia e della letteratura. La sua funzione sacra è legata al culto degli dei familiari, i lari, cui sono dedicati altari o piccole edicole che talvolta si trasformano in ninfei rivestiti di mosaici policromi resi brillanti e preziosi dall’acqua. Questa, con la frescura del fogliame e l’ombra del portico, crea le condizioni propizie per pranzare all’aperto all’interno di triclini estivi collegati al peristilio. In piccole voliere vengono allevati animali, mentre nella vegetazione predominano i sempreverdi, scelti per il valore simbolico (lauro sacro ad Apollo, mirto sacro a Venere ecc.) o l’attitudine a formare ghirlande e rivestire pergolati, come l’edera e la vite domestica, componendo quadri che evocano scenografie teatrali.
Nel Medioevo l’hortus conclusus è soprattutto il cuore dell’architettura monastica, cui garantisce l’autarchia: portici o recinti in muratura proteggono aiuole spartite da vialetti ortogonali, in cui si coltivano piante da fiore ed erbe officinali, mentre al centro – coperti talvolta da pergole con rampicanti – sono la fontana o il pozzo. Da qui sgorga l’acqua necessaria all’irrigazione che – vera linfa vitale del giardino – assume significati battesimali e viene associata alla figura di Maria, emblema di purezza e dispensatrice di vita, simbolo delle virtù evocate dalla coltivazione di gigli e rose: in aperta contrapposizione con il caos del mondo esterno, l’hortus conclusus protegge uno spazio di ordine e armonia in cui ricrea l’ideale del giardino dell’Eden e ripropone la struttura della Gerusalemme Celeste.
Nel Rinascimento e oltre, l’hortus conclusus diviene ‘giardino segreto’: mantiene il significato di spazio protetto e riservato, sottratto alle regole del mondo esterno, ma i contenuti simbolici assumono connotati laici. A garantire armonia e ordine è il ‘buon governo’ di pontefici, cardinali e granduchi, che ostentano magnificenza e cultura classica: l’hortus conclusus è il locus amoenus delle rispettive corti, separato dalla realtà e spesso trasposto nella dimensione della favola e del mito.

Bibliografia

Fagiolo M., Giusti M.A., Lo specchio del paradiso, Cinisello Balsamo, 1996-98; Gothein M.L., Storia dell’arte dei giardini, Firenze, 2006; Grimal P., Les jardins romains, Parigi, 1944.

 

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