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Incastellamento

Figura 1  | Incastellamento | struttura

Definizione – Etimologia

Il termine deriva da castello, dal latino castellum o castrum (fortezza, accampamento militare), termini, questi ultimi, usati per indicare dapprima, nei secoli X e XI, un villaggio fortificato e quindi, dal XIII-XIV secolo, una dimora signorile munita. Il verbo incastellare, diffusosi dal XI secolo e in uso corrente già dal XII, è adoperato con il significato preciso di “circondare di recinto fortificato”, “trasformare in fortezza”.

L’incastellamento è uno dei processi insediativi di lunga durata che hanno interessato tutti i paesi dell’Europa occidentale in età medievale, dal secolo X in poi; si tratta di un fenomeno essenziale sia per la storia insediativa, sia per quella delle architetture castellane. Infatti, la prima conseguenza è la sostituzione della curtis altomedievale con il castello, la fortificazione permanente che i grandi signori fondiari, laici o ecclesiastici, erigono a protezione e delimitazione dei propri possedimenti.

Generalità

Questo fenomeno è riconducibile al processo di mutazione feudale avvenuto tra X e XII secolo, provocato dalla minaccia di nuove invasioni e dalla progressiva dissoluzione dell’impero carolingio. In età postcarolingia, tra IX e X secolo, in Francia, Germania, Italia e Spagna le personalità del mondo ecclesiastico (vescovi e abati) e i grandi possidenti laici, approfittando della debolezza del governo centrale, procedono alla riorganizzazione della vita politica ed economica dei diversi territori nonché alla loro difesa. 
Esito dell’incastellamento è la nascita, nel basso Medioevo, intorno all’XI secolo, delle signorie territoriali di banno che si sovrappongono e si sostituiscono alle signorie fondiarie. Una volta fortificati i siti, i signori esercitano la loro autorità sugli abitanti del contado, usurpando così le prerogative del potere regio centrale. 
Il processo di fortificazione di villaggi e residenze signorili, tra la fine del IX secolo e il XII, avviene per lo più in risposta alle incursioni di saraceni e ungari, ma anche ai pericoli dovuti a un endemico stato di disordine politico-militare. I castelli diventano centri di attrazione demografica e vengono anche utilizzati come strumenti per orientare i movimenti di popolazione, promuovendo la realizzazione di nuovi centri abitati.

Numerose sono le fortificazioni poste attorno o a fianco di insediamenti già formati, mentre più rari sono i castelli sorti lontano dai centri abitati al fine del controllo dei nodi viari di particolare interesse commerciale. Eppure, nonostante le strutture fortificate di nuova fondazione siano in stretta relazione con infrastrutture quali strade e mercati, ciò non implica necessariamente che il castello svolga un ruolo effettivo di tutela e protezione dei traffici.

Gran parte delle fortificazioni costruite nei secoli XI-XIII non ha resistito alle devastazioni belliche e all’azione del tempo: anche perché realizzati con materiali poveri e deperibili, molti castelli sono stati soggetti al fenomeno di decastellamento. Tanto l’incastellamento quanto il decastellamento sono processi territoriali strettamente legati all’affermazione del dominatus loci (signorie territoriali) e alla definizione degli assetti dei nuclei rurali.

Derivazione, processo formativo e filoni tipologici

Per quanto riguarda le origini del concetto di incastellamento, sono due le interpretazioni fondamentali avanzate da Pierre Toubert e Aldo A. Settia rispettivamente negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, ma il dibattito sulla definizione dei caratteri peculiari resta ancora aperto. Il termine, nell’accezione odierna, trova ampia diffusione nella letteratura medievistica a partire dalla pubblicazione dello studio di Toubert sull’incastellamento nella Sabina e nel Lazio meridionale (1973). Allo storico si riconosce il merito di aver spostato l’attenzione dallo studio del castello, inteso unicamente come struttura architettonica, all’analisi della distribuzione e del popolamento delle reti insediative territoriali. L’incastellamento viene così interpretato come risultato di una lenta trasformazione degli insediamenti sparsi, antecedenti al X secolo, verso una nuova forma di habitat più compatta e organizzata attraverso la fondazione di castra o villaggi fortificati.

L’incastellamento nella penisola italiana

Nell’area laziale, dove il timore per l’assalto dei nemici era minore rispetto a quanto non fosse nel Nord Italia, l’incastellamento rappresenta una rottura netta nelle forme di popolamento e di sfruttamento delle terre. Dopo il secolo X, nell’Italia centrale i castelli si affermano come nuova struttura insediativa e permangono senza cambiamenti. Nell’Italia padana, da sempre teatro di conflitti interni e invasioni, il castello si integra invece in una rete insediativa preesistente di strutture fortificate maggiormente diversificate. Inoltre, nel Centro-Italia vengono preferiti quasi esclusivamente siti d’altura, mentre a nord le scelte si orientano su aree morfologicamente anche molto differenti.

Nei territori dell’Italia meridionale e insulare, poi, le fortificazioni sono generalmente opere pubbliche e collettive, sottoposte a uno Stato forte e assolvono a uno scopo diverso. In Sicilia, dove la presenza dei casali è comune nei secoli X-XIII, ad esempio, il castello compare durante la monarchia normanna ed esercita sia una funzione economica, per il controllo dei luoghi di scambio, sia religiosa per la conversione della popolazione musulmana. In Sardegna, invece, l’incastellamento si diffonde nel Logudoro a partire dal XII secolo per ragioni soprattutto di ordine politico-militare e solo marginalmente economiche o di riordino del territorio e dell’ambiente antropico.

Bibliografia

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