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Insediamento

I sistemi insediativi europei visti dal satellite.
I sistemi insediativi europei visti dal satellite.

Definizione

Insieme delle strutture fisiche e delle relazioni antropiche che si sviluppano in un determinato territorio; implica il possesso di una zona da parte di un popolo per consentire condizioni di vita adeguate alla sopravvivenza in comune. Con riferimento alle precondizioni geografiche, storiche, economiche che ne determinano la nascita o l’evoluzione; alle dimensioni e alle funzione che assolve; alla forma che assume nello spazio, si può distinguere in: urbano, rurale; abitativo, produttivo, misto; sparso, accentrato, lineare ecc.
I primi insediamenti urbani nella storia si affermano a partire da circa 6000 anni fa in Mesopotamia, quando il progresso tecnico nell’agricoltura rese possibile l’uso dell’eccedenza agricola per il mantenimento di classi emergenti, quali gli artigiani e i mercanti; da quel momento gli insediamenti urbani si identificarono soprattutto nel progressivo accrescimento di villaggi rurali, nello sviluppo dell’egemonia del nucleo più’ grande, nell’affermazione di un’autorità centrale e nell’avvento di una società stratificata.

Generalità

L’occupazione del territorio da parte di una comunità, avviene, storicamente, entro un preciso contesto ambientale e territoriale, sociale, economico e culturale, tant’é che l’insediamento umano è stato sempre condizionato dalla variabile combinazione di quattro fattori che ricorrono abitualmente: le risorse locali; le materie prime; i capitali; le tecnologie. Nelle varie fasi di occupazione dello spazio, si é assistito al prevalere di alcuni fattori su di altri, e alla conseguente affermazione di differenti ” tipi territoriali” (Caniggia, 1976).
Per la definizione dei caratteri distintivi degli insediamenti innanzi tutto va affermato il primigenio rapporto con il “sito”, vale a dire con le specifiche condizioni climatiche, orografiche, idrografiche ecc. Tale rapporto si è alterato nel tempo, per effetto dei mutamenti profondi che sono avvenuti nell’organizzazione sociale ed economica che ha, di fatto, rivoluzionato i rapporti tra esigenze abitative, forma degli insediamenti, ambiente. In secondo luogo, occorre far riferimento alla “trama dell’organizzazione territoriale a vasta scala” e, in particolar modo, soprattutto nella prima fase di sviluppo al sistema delle percorrenze. Non è un caso, infatti, che la prima occupazione di un territorio è costituita dalla possibilità di percorrerlo. Dal rapporto con il territorio ampio emerge, inoltre, la gerarchia dei centri strettamente dipendente dalla rete viaria e infrastrutturale e dalla presenza di fatti particolari come: porti, attività economiche ecc.
La “forma degli insediamenti”, infine, costituisce l’esito delle trasformazioni che un insediamento ha subito nel tempo, in relazione alle sue condizioni originarie, al mutato rapporto con il sito e con il sistema territoriale a grande scala. A questa interpretazione, che fa riferimento all’approccio “morfologico” riconducibile a Saverio Muratori, per il quale l’attenzione è da rivolgere soprattutto alla conformazione e alla evoluzione nel tempo della struttura complessiva della città e delle sue singole parti (tessuti), si aggiunge quella di tipo psicologico-percettivo riconducibile a Kevin Linch, per il quale la forma viene studiata negli elementi che sono importanti per la visione d’insieme dell’ambiente urbano (nodi, margini, percorsi).
La città, in ogni caso, è il tipo più evoluto di insediamento umano; essa si configura come un insediamento esteso e stabile, che si differenzia dagli altri insediamenti (paesi, villaggi rurali ecc.), per dimensione, densità di popolazione, funzioni presenti ed economia. È molto difficile dare alla città una definizione, valida ovunque, soprattutto non è possibile individuare il punto in cui un agglomerato insediativo, passa dalla condizione di rurale a urbano; sappiamo però per certo, che la nascita degli insediamenti urbani è legata allo sviluppo di funzioni non legate all’agricoltura, quando giunge a compimento un lungo processo nel quale giocano più fattori, tra i quali: la specializzazione lavorativa, quella sacrale, la leadership politica, scientifica e tecnologica, la funzione di mercato e di scambio. La forza del modello emergente si esprime allora nel dominio sul territorio rurale circostante.

Processo formativo ed evoluzione

Fino all’inizio del XX secolo la città, in Europa, è parte integrante di un sistema insediativo molto denso, che risale al sistema urbano dell’epoca pre-romana e che trovò con il declino del sistema feudale, di fatto, antiurbano, l’affermazione dell’esempio prototipico della città medievale, caratterizzata da una forma compatta e densamente costruita attorno ad un’area centrale ove si concentrano edifici pubblici, chiese, monumenti, le aree per il commercio e per gli scambi. Dal territorio rurale la città ricavava il sostentamento e in cambio offriva protezione.
Nel periodo medievale si formarono tre distinti modelli insediativi (Sebastiani, 2003):

  1. le città mediterranee, nelle quali prevalse una funzione economico-mercantile, con un’autorità politica molto forte, rappresentata dalla borghesia delle professioni;
  2. le città di produttori-artigiani, tipiche dell’Europa continentale e in particolare della Francia, dove si affermò la divisione del lavoro tra città e campagna e tra singole città;
  3. le città anseatiche, che costituirono una peculiare vicenda tra il XII e il XVII secolo, in cui dominarono i traffici marittimi, con l’affermazione della classe dei mercanti.

L’evoluzione di questi tre principali modelli insediativi urbani coincide con l’avvento dello Stato moderno, dalla sua prima forma, lo stato assolutista, alle forme successive dello stato liberale e democratico, allorché il modello politico emergente non poté riconoscere l’esistenza delle città come soggetto politico autonomo, con il conseguente declino dei principali sistemi insediativi urbani.
Lo sviluppo industriale del XVIII secolo, la scomparsa delle mura medievali e la formazione dei sobborghi e delle periferie, offrì una nuova occasione alla città europea per proporsi come soggetto di trasformazione spaziale. Sebbene, infatti, il territorio rurale fu il vero teatro della proto-industria, il milieu urbano che poteva garantire le condizioni ideali per lo sviluppo: alta densità demografica, elevata mobilità sociale, mercato dei beni di lusso, professioni qualificate, credito, fu il vero protagonista dello sviluppo territoriale, con delle evidenti ripercussioni anche sul piano della forma urbis e con la conseguente scomposizione della città in unità funzionali differenziate e specializzate.
Dopo la prima fase della industrializzazione, in cui i villaggi rurali diedero vita al tessuto di una nuova rete urbana, seguì un ritorno all’antica rete delle città, più adatta al mercato di consumo e alla diffusione dell’innovazione e della conoscenza.
Fino alla rivoluzione industriale l’insediamento urbano era minoritario in Europa, solo il 10-12% di popolazione abitava in città; il mondo urbano e quello rurale erano due forme diverse di organizzazione sociale, fisicamente distanti e caratterizzate da attività economiche e stili di vita nettamente divisi.
La rivoluzione industriale apportò dei cambiamenti nelle modalità insediative sia di natura demografica che morfologica. Tra gli aspetti demografici, si segnalano:

  • la crescita della popolazione che vive in città, della produttività del lavoro; lo sviluppo della produzione e delle attività di scambio a livello nazionale ed internazionale;
  • l’aumento della percentuale di popolazione che non si occupa di agricoltura;
  • la composizione eterogenea dei ceti sociali presenti.

Tra gli aspetti morfologici, si affermarono modelli insediativi aventi i seguenti caratteri predominanti:

  • espansione della città al di là delle mura;
  • affermazione di nuovi sistemi di comunicazione (ferrovia);
  • sviluppo dei sistemi delle opere complementari allo sviluppo della città (sistema dei trasporti; trattamento delle acque; spazi commerciali ecc.).

I processi di crescita che investirono le città dalla rivoluzione industriale fino agli anni settanta del secolo scorso vengono identificati con la crescita demografica; tra le teorie più note sulla crescita urbana si segnala,infatti, quella “del ciclo di vita delle città” che ipotizza una tendenza ciclica in analogia alle quattro fasi di sviluppo del prodotto. Tale modello si fonda su un paradigma interpretativo che pone in relazione i successivi stadi di urbanizzazione con le successive fasi della industrializzazione. Secondo tale paradigma a ciascuno dei tre stadi di urbanizzazione finora succedutisi nelle economie industrializzate, e cioè: il primo della “concentrazione urbana o metropolizzazione”; il secondo della “crescita sub-urbana”; il terzo della “de-urbanizzazione”, corrisponde una specifica fase della industrializzazione e del progresso tecnico.
A queste tre fasi se ne aggiungerebbe una quarta quella della “riurbanizzazione” che sarebbe caratterizzata, pur in un quadro di lieve riduzione della popolazione urbana complessiva, da un aumento del peso demografico delle città centrali rispetto alle periferie, analogo a quello verificatosi nel primo stadio di concentrazione urbana.
Tale modello viene formulato alla fine degli anni ’70 negli USA per spiegare l’arresto della crescita demografica e manifatturiera delle grandi aree urbane e messo a punto in Europa negli anni immediatamente successivi. Indagini successive hanno definitivamente chiarito la natura generale del modello, cioè il fatto che esso interpreta le tendenze prevalenti nella organizzazione spaziale dei sistemi urbani dei paesi industrializzati, ma non fornisce indicazioni univoche sulle performances delle loro basi economiche. Sono state avanzate, inoltre, motivate perplessità sull’effettivo carattere ciclico della evoluzione descritta dal modello. Infine i casi reali di “riurbanizzazione” appaiono limitati e il fenomeno della gentrification di dimensioni molto contenute.

Dinamiche e modelli emergenti

Più dei 3/4 della popolazione europea vivono in città, contando 86 agglomerazioni urbane con popolazione superiore ai 750.000 abitanti (6 in Italia).
Nel 1950, dodici città europee figuravano tra le 40 città più popolose al mondo; nel 2000, solo tre (Parigi, 19°; Mosca 24°; Londra 25°): il raffronto segnala quindi lo spostamento del processo di urbanizzazione nei Paesi del sud del mondo.

Le dinamiche insediative in Europa sono caratterizzate dai seguenti importanti fattori:

  • la formazione e l’evoluzione delle aree metropolitane (la rete urbana densa è formata da regioni urbane che fanno capo, nella maggior parte dei casi, a grandi centri metropolitani);
  • la localizzazione territoriale della crescita economica (lo sviluppo delle città è sempre collegato allo sviluppo di intere regioni: la “Blue Banana” (dal South East inglese, al Benelux, alla Germania Centrale fino alla Lombardia), il “Nord del Sud” (Catalogna, Midi francese, Nord Italia), e la Terza Italia (Nord-Est e Centro-Nord);
  • l’emergere del tema della “rottamazione” e della densificazione (le città europee fordiste, ora entrate in crisi, presentano dei vuoti urbani ossia ampi spazi abbandonati, o interi quartieri residenziali che attendono di essere riutilizzati per nuove funzioni: terziarie, di ricerca e formazione, oppure per un rilancio in funzione turistica e per attività creative);
  • l’annullamento della distinzione tra città e campagna. La città europea, come peraltro avviene nel resto dell’occidente, non si contrappone più alla campagna, perché si è come diffusa e dissolta nel territorio occupandolo fisicamente e simbolicamente, affermandovi e riproducendovi i suoi modelli ed i suoi comportamenti, replicandovi la sua organizzazione dello spazio e le sue tipologie abitative;
  • l’autoreferenzialità di alcuni “brani insediativi” generati dallo sprawl che coinvolge le residenze, le strutture preposte alla distribuzione della logistica o all’intrattenimento.

In Italia, il Rapporto ISTAT 2008, sulla base della geografia delle località abitate del Censimento 2001, ha permesso di conoscere la distribuzione territoriale degli insediamenti. È emerso che:

  • in 10 anni tra il 1991 e il 2001 la superficie edificata all’interno delle località è cresciuta del 15% contro un aumento della popolazione dell’0,4%;
  • i maggiori addensamenti si trovano in corrispondenza delle principali aree metropolitane;
  • tra tutte si evidenzia la copertura, quasi senza soluzione di continuità dell’area pedemontana lombardo-veneta che costituisce una delle più vaste conurbazioni europee;
  • di contro nel mezzogiorno si distingue chiaramente il peculiare modello insediativo storicamente associato all’economia del latifondo, basato sulla contrapposizione fra centri densamente abitati e campagne deserte, e l’intensa urbanizzazione costiera;
  • la crescita ha interessato soprattutto le aree urbanizzate a bassa densità con un elevato consumo di suolo in corrispondenza del sistema del triangolo veneto-lombardo-romagnolo, della costa adriatica fino al sistema Pescara-Ortona, dall’area tra Napoli e Roma, etc. In questi territori i confini tra le località abitate e il territorio circostante tendono a essere poco definiti. Gli agglomerati urbani si ramificano nel territorio, includendo parchi, aree agricole, zone d’insediamento a bassa densità sino a saldarsi con altri agglomerati.
Bibliografia

Camagni R., Gibelli M.C., Rigamonti P., I costi collettivi della città diffusa, Alinea, Firenze, 2002; Caniggia G., Strutture dello Spazio Antropico, Uniedit, Firenze, 1976; Choay F., L’esplosione urbana, Ass. Eterotopia, 2009; Clementi A., Dematteis G., Palermo P.C. (a cura), Le forme del territorio italiano, Laterza, Roma, 1996;  Davico L., Mela A., Le società Urbane, Carocci, Roma, 2005; Dematteis G, Bonavero P., Il sistema urbano italiano nello spazio unificato europeo, Il Mulino, Bologna, 1997; Indovina F., Dalla città diffusa all’arcipelago metropolitano, F. Angeli, Milano, 2009; ISTAT, Rapporto Annuale. La situazione del paese nel 2008, RTI, Avellino, 2009; Sebastiani C., La politica delle città, Il Mulino, Bologna, 2007.

 

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