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Insula

Definizione – Etimologia

Abitazione a più piani, caratteristica della Roma antica.
Per estensione, edificio o gruppo di edifici circondato da strade, sinonimo del moderno isolato. Dal latino insula (isola), figurativamente utilizzato per sottolineare la presenza di un passaggio (ambitus), che circondava interamente l’edificio, originandone l’isolamento rispetto alle altre costruzioni della città.

Derivazione – Processo formativo

La tipologia dell’insula come edificio di abitazione cominciò a diffondersi a Roma nel IV a.C., a causa dell’eccessivo aumento della popolazione in rapporto alla quantità di spazio disponibile, all’interno della città, riservato alla residenza. Vitruvio, infatti, riconosceva proprio nella magna frequentia civium la ragione della nascita di questa nuova tipologia edilizia, che trovava nell’altezza un rimedio al sovraffollamento urbano. (“Ergo cum recipere non posset area planata tantam multitudinem ad habitandum in urbe, ad auxilium altitudinis aedificiorum res ipsa coegit devenire.”, Vitruvio, De Architectura, II, 3, 63-65).
Accanto alle domus – destinate ad accogliere ciascuna un’unica famiglia – sorgevano sempre più numerosi i blocchi multipiano – che ospitavano diversi nuclei familiari – suddivisi in cenacula (appartamenti), a loro volta articolati in ambienti piccoli e angusti, generalmente privi di impianti idrici e di servizi igienici. Alla rigida organizzazione orizzontale degli spazi che caratterizzava le residenze aristocratiche, si contrapponeva così una tipologia di costruzioni riservata alle classi meno abbienti, che si sviluppava verticalmente grazie all’impiego di ardite e talvolta precarie strutture in muratura, in legno, o miste, frequentemente soggette a crolli e incendi. L’illuminazione degli ambienti era garantita – sia sulle facciate perimetrali sia su quelle che affacciavano, nel caso di insulae più grandi, all’interno della corte centrale – da finestre e balconi, mentre l’accesso ai singoli appartamenti avveniva grazie alla presenza di ripide scale comuni, porticati e stretti ballatoi.
Nel III secolo a.C. a Roma già esistevano insulae a tre piani, se Tito Livio (Ab Urbe Condita, XXI, 62, 3) raccontava l’episodio – avvenuto a dire dell’autore tra il 217 e il 218 a.C. – relativo a un bue che, sfuggito alla sorveglianza del padrone durante un giorno di mercato al Foro Boario, sarebbe salito fino al terzo piano di un edificio (in tertiam contignationem) e si sarebbe successivamente gettato da un balcone, provocando spavento e incredulità negli astanti.
In età repubblicana, l’altezza delle insulae era aumentata talmente che Cicerone – facendo un paragone tra Capua e Roma – descriveva quest’ultima come una città “sospesa”, per la rilevante presenza di edifici che svettavano nell’aria (Romam cenaculis sublatam atque suspensam, M. T. Cicero, De lege agraria, 2, 96), mentre nel 6 a.C., Augusto fu costretto a emanare la legge De modo aedificiorum urbis per limitare a 70 piedi (circa 21 metri) l’altezza delle costruzioni.
Il termine insula si ritrova più volte – tra la fine del I secolo e l’inizio del II – nelle satire di Giovenale e Marziale, i quali ironicamente sottolineavano la precarietà da un punto di vista statico di questi edifici realizzati su pali lunghi e sottili come flauti, all’interno dei quali le condizioni di vita erano talmente misere che gli abitanti degli ultimi livelli erano protetti solo dalle tegole, così come le colombe che costruivano lì i propri nidi.
Durante l’età imperiale, la tipologia dell’insula aveva raggiunto ormai la piena maturazione e probabilmente anche una certa dignità architettonica, come dimostrano i resti di Ostia antica. Con il termine insula veniva indicata genericamente la “casa urbana di affitto”, a prescindere dall’estrazione sociale dei suoi abitanti, che non di rado appartenevano alle classi sociali emergenti e alla borghesia medio-alta. Funzionalmente, grazie all’estrema flessibilità della pianta ai diversi livelli, tali costruzioni si prestavano a ospitare al proprio interno ambienti con caratteristiche anche molto diverse tra loro: esistevano insulae riservate alla residenza privata con tabernae (negozi) al piano terra, o addirittura con una domus al livello della strada, ma anche insulae destinate ad accogliere edifici pubblici (come ad esempio Terme o Basiliche) o a carattere commerciale.
Come testimoniano i cataloghi regionari, all’epoca di Costantino a Roma si contavano circa 1790 domus e 44.300 insulae, ma un numero elevato di insulae doveva essere presente in città già nel II secolo, al tempo del retore Elio Aristide, il quale affermava che se si fossero allineati orizzontalmente, l’uno accanto all’altro, tutti i piani degli edifici esistenti a Roma, la superficie complessiva della città avrebbe raggiunto l’Adriatico (E. Aristide, Orationes, XIV, 1).
Un esempio della sorprendente altezza che potevano raggiungere tali edifici è rappresentato a Roma dall’insula Felicles, che sorgeva nei pressi del Pantheon e divenuta proverbiale per i suoi quattordici piani. La fama di questo edificio era giunta fino in Africa, dove Tertulliano – nell’invettiva contro i valentiniani che pretendevano di colmare il divario esistente tra la creazione e il creatore con assurde invenzioni – accusava gli eretici di aver «trasformato l’universo in una specie di immenso palazzo mobiliato» che innalza «verso il cielo tanti piani quanti se ne vedono nell’edificio di Felicola» (Q. S. F. Tertullianus, Adversus Valentinianos, 7).
Dal punto di vista urbanistico, nella ricostruzione di Roma a seguito dell’incendio neroniano e a Ostia, l’insula venne utilizzata come cellula base dell’intero organismo urbano: essa equivaleva alla minima unità proprietaria e funzionale, corrispondente a circa 200 metri quadri per un numero differente di piani, a seconda del grado di affollamento del luogo. La città veniva ad assumere così una configurazione a scacchiera, con un disegno di strade ortogonali che definivano lotti quadrati o rettangolari, cosicché come diceva Tacito «queste case ideate perché utili diedero anche bellezza alla nuova città» (Tacito, Annales, XV, 43).

Termini correlati

Fare insula: a Napoli a partire dal XVII secolo, la tendenza degli ordini religiosi ad acquistare – grazie agli sgravi fiscali riservati al clero – tutti gli edifici limitrofi alla propria chiesa e convento, allo scopo di occupare l’intero isolato, fino alle strade perimetrali. In questo modo, l’immunità ecclesiastica e il diritto d’asilo venivano estesi non solo agli edifici sacri propriamente detti, ma a tutte le costruzioni presenti all’interno dell’isolato, dando vita a vere e proprie “isole”, dove la giustizia non poteva essere esercitata.

Bibliografia

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