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Ipogea, architettura (progettazione)

Definizione -Etimologia

Dal latino hypogeum, derivazione dal greco arcaico ύπόγεός, composto da ύπό (sotto) e γη (terra), traducibile con l’aggettivo sotterraneo. Utilizzato come sostantivo, il termine designa uno spazio artificiale direttamente scavato nel terreno, destinato in antichità alla sepoltura dei defunti. Il significato muta nel tempo, abbandonando progressivamente il senso originario per indicare, soprattutto in età tardoantica, un generico luogo di culto sotterraneo. L’accezione contemporanea del termine rinuncia a qualsiasi specificazione tecnica o funzionale, per preferire una determinazione di carattere topologico, intendendo per architettura ipogea qualsiasi costruzione sviluppata nel sottosuolo. Sono perciò architetture ipogee tutti quegli spazi pubblici e privati, infrastrutturali, commerciali, museali, liturgici, più raramente produttivi o residenziali, costruiti al di sotto del piano di campagna.

Generalità

L’atto di ricavare spazi nel sottosuolo risponde ad una duplice necessità. Esso è motivato, da un lato, dal bisogno antropico di modellare la realtà costruita all’interno del paesaggio naturale, in determinati contesti geografici caratterizzati da condizioni climatiche estremamente sfavorevoli. Dall’altro, gli spazi ipogei rispondono alla necessità storica di accogliere sottoterra specifiche attività umane che, per motivi di ordine sociale, culturale, o strettamente funzionale, non possono essere svolte in superficie. In entrambi i casi, il carattere di stringente convenienza insito nelle architetture ipogee fa sì che solitamente gli spazi ricavati nel sottosuolo assecondino le attitudini tecniche ed espressive insite nel materiale scavato, comunemente costituito da tufi facilmente lavorabili.

La realizzazione di spazi sotterranei è caratterizzata da numerose criticità rispetto alle tradizionali costruzioni epigee. Particolarmente importanti nel progetto di architettura ipogea sono infatti lo studio degli accessi e dei sistemi di discesa dalla quota del piano di campagna, nonché la distribuzione degli spazi interni in relazione alla disposizione dei punti luce e d’aerazione, solitamente zenitale, attraverso lucernari, o laterale, per mezzo di patii o pozzi.

Antichità

Tracciare una linea evolutiva dell’architettura ipogea significa soffermarsi principalmente sui molteplici significati che gli spazi sotterranei hanno rappresentato per l’umanità. Tuttavia, sebbene risulti difficile delineare con chiarezza un preciso sviluppo, si possono rintracciare sin dall’antichità tre distinti filoni tipologici: spazi ad uso abitativo, spazi connessi alla sepoltura e ai riti ad essa collegati, spazi di tipo infrastrutturale.

Per quanto riguarda il primo filone, buona parte delle forme di antropizzazione ipogea individuate si collocano in continuità con i primordiali ripari paleolitici direttamente ricavati nel terreno, tipici delle regioni climatiche caratterizzate da ampie escursioni termiche giornaliere e dalla limitatezza di materie prime adatte alla costruzione. All’interno del processo di trasformazione del rifugio in capanna, questi primi ripari, definiti a tasca, costituiscono una delle più antiche forme abitative tuttora rintracciabili (in Europa nel Nord, nella Spagna e in Aquitania, in Africa nel Maghreb, in Asia centro-orientale in Russia e in Mongolia).

Dalle strutture ipogee preistoriche a tasca derivano forme abitative più complesse, quali gli insediamenti a pozzo, tuttora presenti nell’arco nordafricano (a Matmata, Gharyan) e nell’Asia centrale (Luoyang), costituiti da più unità formate da un cratere centrale scavato verticalmente nel terreno, da cui si diramano i vani abitativi ottenuti proseguendo orizzontalmente lo scavo nella roccia.

Contemporaneamente alla diffusione del tipo a pozzo, la progressiva emancipazione della cultura abitativa mediterranea rispetto agli ipogei e la sistematizzazione delle religioni politeiste porta ad identificare gli spazi sotterranei con altre funzioni e significati. Essi divengono principalmente sinonimo di dimora dei morti, recuperando lo schema distributivo degli insediamenti a pozzo per mutuarlo nelle prime necropoli sotterranee (ipogei di Hal Saflieni a Malta e di Calaforno in Sicilia).

In particolare, in Italia, dapprima con la civiltà etrusca e successivamente durante il periodo romano, l’utilizzo di spazi sotterranei si associa sempre più alla sepoltura gentilizia e al culto delle divinità ctonie (tomba dei rilievi a Cerveteri, ipogeo dei Volumni a Perugia).

È però con l’incontro fra cultura romana e Cristianesimo che l’architettura ipogea assume l’accezione più comune in antichità di luogo per la sepoltura. La larga diffusione nelle aree periurbane delle catacombe a partire dal II secolo d.C. riconduce l’ipogeo al filone tipologico degli spazi funerari, proseguendo per tutto il Tardo Antico con il posizionamento delle sepolture sacre al di sotto delle strutture religiose (cripta).

Il terzo filone tipologico coincide con il crescente sviluppo urbano nel mondo antico e con la necessità di dotare le città di particolari opere infrastrutturali. Nel periodo romano, a partire dal IV secolo a.C., diversi esempi di architettura ipogea si legano alla realizzazione di corridoi difensivi a sezione costante scavati nel sottosuolo (Crypta Neapolitana a Napoli, Antro della Sibilla e Crypta Romana a Cuma), e ad opere idrauliche e di stoccaggio, quali cisterne e serbatoi (Piscina Mirabilis a Bacoli).

Età moderna

Nel Rinascimento, in coincidenza con le prime indagini archeologiche sull’antico, si afferma il gusto per la cavità artificiale ctonia e per gli antra cyclopis romani. Si diffonde così l’usanza di arricchire ville e palazzi nobiliari di ambienti ipogei, come grotte e ninfei, per scopi prettamente ludici (Grotta Grande del Giardino di Boboli a Firenze, Ninfeo di Villa Giulia a Roma).

Il tema dell’ipogeo viene ripreso perlopiù, a partire dalla cultura illuminista, come occasione progettuale di fascinazione esoterica (cenotafio piramidale di Étienne Louis Boullée) o come rilettura didascalica per la definizione di nuove tipologie edilizie (cimitero per Chaux di Claude Nicolas Ledoux); in realtà, con l’architettura moderna sembra consolidarsi un significato più generico del termine ipogeo, sinonimo di spazio sotterraneo legato vagamente ad una condizione ancestrale dell’abitare.

Tuttora vengono perciò indistintamente definite dalla storiografia contemporanea come architetture ipogee proposte per luoghi di culto (Basilique universelle de la Paix et du Pardon, Sainte-Baume di Le Corbusier), spazi espositivi (Museo Silkenborg di Jørn Utzon), o habitat complessi (unità residenziali ad Arcosanti di Paolo Soleri) difficilmente confrontabili tra loro, se non per il comune stabilire tramite il progetto un rapporto con il suolo programmaticamente retorico. Di fatto, nella contemporaneità la realizzazione di architetture ipogee ha smarrito qualsiasi specificità tecnica ed espressiva rispetto al costruire in superficie, perdendo l’originaria caratteristica di spazio ottenuto per mezzo di uno scavo, riducendosi ad artificio enfatico che esprima occasionalmente un richiamo all’arcaico, all’ecologico o a una dimensione utopica dell’abitare.

Bibliografia

Arlecchi A., La casa nella roccia. Architetture scavate e scolpite, Milano, 2001; Avanza F. (a cura), Progettare il sottosuolo. Elementi di cultura tecnica per l’architettura sotterranea, Milano, 2003; Busana M. S., Basso P. (a cura), Via per montes excisa: strade in galleria e passaggi sotterranei nell’Italia romana, Roma, 1997; Cataldi G. (a cura), Attualità del primitivo e del tradizionale in architettura, Atti del Convegno internazionale “Le ragioni dell’abitare”, Firenze, 1989; Ghedini F., Basso P., (a cura), Subterraneae domus. Ambienti residenziali e di servizio nell’edilizia romana, Sommacampagna, 2003; Ghedini F., Rosada G., Il sottosuolo nel mondo antico, Treviso, 1993.

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