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Modernismo catalano

Barcelona (Spagna), Casa de les Punxes in una ripresa fotografica dell'inizio Novecento, J. Puig i Cadafalch, 1905-15 (©Arxiu Foogràfic de Barcelona).
Barcelona (Spagna), Casa de les Punxes in una ripresa fotografica dell'inizio Novecento, J. Puig i Cadafalch, 1905-15 (©Arxiu Foogràfic de Barcelona).

Definizione – Etimologia

Le motivazioni del Modernismo catalano, che matura nella seconda metà dell’Ottocento a Barcellona, capitale della Catalogna, oscillano tra opposte polarità. Antecedente logico può individuarsi nel movimento cittadino che richiede con forza al governo centrale di Madrid un nuovo piano di grande scala per la città, in modo da superare l’ostacolo delle fortificazioni che isolano Barcellona dal territorio e il vincolo di piazzaforte militare, favorendo viceversa uno sviluppo a grande scala trainato dalla ‘rivoluzione industriale’. Il piano a scacchiera secondo il modello geografico dell’Ensanche Illimitado, uno dei più innovativi tra quelli delle grandi capitali europee, sarà però disegnato nel 1859 dall’urbanista madrileno Ildefondo Cerdá e stenterà a essere assimilato dalla orgogliosa fierezza della città.
Più in profondità, infatti, agisce l’esigenza di una autonomia politica e culturale che trova nella battaglia per la rinascita della lingua catalana – proibita con i Decretos de Nueva Plantas del 1707-1916 firmati da Filippo V per l’adozione del castigliano come idioma ufficiale della nazione spagnola – il punto di convergenza della comunità barcellonese verso l’individuazione di una propria identità. La cosiddetta Renaixença Catalana si dispiega nella seconda metà dell’Ottocento e i Jocs Florals, originali certami poetici istituiti fin dal 1858 per ricollegarsi alla fioritura letteraria medievale, diventano lo strumento del pieno recupero e diffusione della lingua originaria della regione.
Filoni artistici di rilevante valore storico della Catalogna – dalle permanenze islamiche al gotico e al barocco – accanto alla tradizione artigianale delle maioliche, dei ferri battuti, della lavorazione della pietra e del legno, alla vocazione per i colori accesi delle feste popolari e alla forte religiosità cattolica, alimentano un movimento fortemente indipendentista. Nel 1880 si tiene il ‘Primo Congresso Catalanista’, nel 1882 viene fondata l’Associazione Centre Català dalla quale si distacca nel 1887 la Lliga de Catalogna che svolgerà una vigorosa attività polemica con il giornale «La Renaixença»; nel 1892 viene fondata la Unió Catalanista che raccoglie tutti i raggruppamenti del movimento con la presidenza di Lluís Domènech i Montaner. D’altra parte, però, l’apertura ideale all’Europa e ai traffici dei prodotti industriali, fin dall’inaugurazione della prima linea ferroviaria – il Ferrocarril Barcelona-Mataró –, indirizzano l’evolversi del movimento in una dimensione molto più ampia, innescando un diretto confronto con le moderne tendenze internazionali.
Le caratteristiche principali del modernismo catalano sono dunque molteplici: indipendenza e internazionalità; ribellione verso ogni imposizione di valori unificati e ricerca di una identità comune; formazione di una nuova classe borghese progressista, colta, di grande capacità imprenditoriale, e permanenza di una forte vivacità popolare; fioritura di professionisti dall’originale talento che mettono in forma le ambizioni della nuova borghesia catalana, ma anche forte legame tra artisti e popolo. A Barcellona, il Modernismo catalano trova soprattutto nell’architettura un campo di espressione di sorprendente originalità, capace di trasformare l’uniformità urbanistica della maglia ‘cerdiana’ nel fantasmagorico scenario di una estroversa visionarietà, utilizzando figure estrapolate da un repertorio vastissimo, sia alludendo a metamorfosi naturalistiche, sia facendo riferimento a immagini appartenenti a saghe leggendarie.
Tra l’ultimo ventennio nell’Ottocento e i primo decennio del Novecento, il Modernismo catalano elabora così, anche in sintonia con l’Art Nouveau, un linguaggio architettonico di grande valore fantastico che travasa l’esperienza dell’Eclettismo ottocentesco in quella della nuova architettura europea. Pur fondendosi ai residui eclettici, infatti, il modernismo catalano traduce la “linea forza” teorizzata da Henri van de Velde nella linea di sentimento che Gaudí concretizza conservando consistenza materica e inusuali tonalità cromatiche alle proprie opere dalle linee sinuose e paraboliche. Il Modernismo catalano si diffonde in tutta la regione e trova qualche eco anche a livello nazionale, dalle Feste moderniste di Sitges (dal 1892) al Vallés, a Gerona, a Valenza a Mallorca, fino alla rivista pubblicata a Madrid «Blanco y Negro» (1891); ma, come giustamente sottolinea Oriol Bohigas “Barcellona fu il centro di tutto il movimento modernista”.

Storia e tecniche costruttive

Juan Ainaud de Lasarte propone due date per l’origine del Modernismo catalano in architettura: il 1878, quando Domenech i Montaner pubblica En busca de una arquitectura nacional e il 1883, allorché Gaudí comincia a costruire Casa Vicens. Vitale almeno fino al 1911, anno nel quale s’impone il “Novecentismo” lanciato da Eugeni d’Ors, recuperando il filone classicista, Il Modernismo catalano continua tuttavia a produrre opere importanti almeno fino all’inizio degli anni Venti, tanto che si può assumere come data per la fine del movimento proprio il 1926, anno della morte di Gaudí. Josep Puig i Cadafalch, Lluis Domènech i Montaner e Antoni Gaudí sono i tre architetti più importanti, ma, accanto a questi lavorano molti altri, tra i quali occorre almeno ricordare Francesc Berenguer i Mestres, Jeroni F. Granell i Manresa, Josep María Jujol, Cèsar Martinell, Josep María Pericas i Morros, Joan Rubió i Bellver, Salvador Valeri, tutti autori di opere originali, ma nelle quali l’espressione è sempre coerentemente correlata alla costruzione. La tecnica costruttiva evolve dalla tradizione e consiste sempre in opera muraria, talvolta rinforzata da elementi in ferro; ma sia che si tratti di apparecchiature continue in mattoni e in pietra, sia che la struttura statica si avvalga di archi parabolici, i procedimenti di cantiere e di finitura sono sempre sapientemente padroneggiati, avvalendosi di maestranze che dispiegano la loro abilità in tutte le arti applicate, dalle maioliche alle vetrate, alle inferriate, all’ebanisteria fino all’arredo urbano.

Tipologie

Il Modernismo catalano, pur costruendo case, chiese, teatri, auditori, fabbriche, parchi, è del tutto estraneo alle preoccupazioni per la tipologia edilizia. Coerentemente alla ricerca del novum che caratterizza la sua tensione creativa, ogni opera è molto più attenta all’originalità del dispiegamento delle sequenze spaziali e dei dettagli piuttosto che alla ripetizione di formule collaudate. Ciononostante, anzi proprio per questo, in molti casi si trova una modellazione di organismi architettonici del tutto innovativi oltre che perfettamente funzionali. È il caso della Casa Milá di Gaudí che organizza intorno ai due cortili mistilinei una sequenza di ambienti tutti aperti sulle due strade convergenti nell’angolo del Paseo de Gracia e inventa sulla azotea (la terrazza praticabile) camini di ventilazione dalla forme fantasiose che assicurano ante litteram ottime condizioni bioclimatiche. Anche i balconi con i pavimenti di vetro consentono visualità insospettate sia dall’interno che dall’esterno.

Esempi

Edifici-manifesto del Modernismo catalano possono considerarsi il Tempio de la Sagrada Famiglia di Antoni Gaudí (1893-1926), il Palau de la Musica Catalana di Lluís Domènech i Montaner (1905-1908) e la Casa de les Punxes di Josep Puig i Cadafalch (1905). Notevolissima, tuttavia, anche la diffusione in una dimensione più contenuta, fino alla piccola scala e in particolare del dettaglio.

Bibliografia

Bohigas O., Arquitectura modernista, Editorial Lumen, Barcelona 1968, (trad. it., Architettura Modernista. Gaudí e il movimento catalano, Einaudi, Torino 1968; El modernismo en Espana, Prologo de Juan Ainaud De Lasarte, Cason del Buen Retiro, Madrid, 1969; Cacciavillani C.A., L’architettura del modernismo catalano. Autori e opere, Gangemi, Roma 2003.

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