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Monastica, urbanistica

Bologna, XVII secolo:  l'isolato di Santo Stefano (al centro), S. Tecla (a destra), l'Atrio di Pilato e  S.Giovanni in Monte (in alto).
Bologna, XVII secolo: l'isolato di Santo Stefano (al centro), S. Tecla (a destra), l'Atrio di Pilato e S.Giovanni in Monte (in alto).

Definizione

Con questa espressione si indicano le forme insediative complesse riconducibili alle istituzioni monastiche per progettazione diretta o per committenza.

Origine – Processo Formativo

Nel V secolo il monachesimo era fenomeno di massa nel Vicino Oriente, liberamente ispirato agli exempla delle Vite di Sant’Antonio per gli anacoreti e di San Basilio per la vita cenobitica. Eremi, cenobi, lavre avevano trasformato intere regioni desertiche in “città monastiche” per nulla separate dal mondo della Chiesa e delle città. Forme di interscambio fra i generi, ristrutturazioni a seguito di eventi traumatici (periodici attacchi di nomadi) hanno modificato tali assetti insediativi dalle forme più aperte ed estese, dove grotte, celle, piccole case individuali erano separate o riunite e vicine ad altre comunità, con chiesa, refettorio e dispensa per gli incontri festivi, verso forme chiuse da mura, con torri e cisterne. I numeri sono impressionanti: gli anacoreti di Scete, nel Wadi al-Natrun, erano 3500 a metà del V secolo, raccolti in 4 lavre; nell’area di Kellia ci sono i ruderi di 5 grossi agglomerati che occupano un’area di circa 16 kmq. Trattandosi di insediamenti in terra cruda, sono conosciuti solo nello stato in cui si trovavano quando la conquista araba, nel VI secolo, ne provocò il rapido declino. 
Anche in Siria, tra V e VI secolo, le architetture in pietra hanno sostituito le precedenti con organismi più raccolti: nella regione di Antiochia cenobi a recinto con chiesa unica, due edifici rettangolari dei quali uno con portici, casa dell’igumeno, torre-deposito, tomba comune; nella zona di Apamea la forma a blocco unico. Dalla fine del VI secolo, tali soluzioni si diffusero in tutta l’area copta (Conventi Rosso e Bianco, monasteri di San Bishoi e dei Siriani).
Nei difficili decenni delle dispute sul dettato di Calcedonia grandi finanziamenti statali furono erogati da Zenone e Giustiniano in riconoscimento del ruolo svolto dal tagma monastico: le fondazioni imperiali di Qal’at Seman, Mariemlik (Silifke), Alahan Monastir, San Simeone il Giovane, Ma’ale Addumin, Abu Mena contavano su grandi numeri di religiosi e di addetti per la gestione di insediamenti molto articolati e sontuosi, che paiono ereditare i criteri compositivi dei santuari pagani. Quanto all’Occidente, si conoscono tracce quasi solo letterarie dei centri monastici antecedenti il VII secolo: ricche fondazioni reali in Gallia, altre nobiliari in Italia. Si collegano spesso al riuso di strutture dell’età classica come templi, rovine di siti abbandonati, villae. Tra queste, il Vivarium di Cassiodoro (VI secolo), i monasteri di Subiaco e di Montecassino.

Le Regole

Varie disposizioni emanate dall’imperatore Giustiniano entro il 547 sono intese a dare figura giuridica alle istituzioni monastiche, alle persone che ne facevano parte, ai beni posseduti. Le Novellae 5, 123 e 133 stabilirono il consenso preventivo del vescovo alla fondazione di ciascun monastero, l’obbligo di vita in comune tranne che per gli anacoreti, la cessione dei beni patrimoniali da parte di chi si monacava, l’esclusione delle donne dalla casa monastica. Su questi fondamenti, il monachesimo bizantino mantenne peraltro consuetudini diverse e sostanziale autonomia di ciascuna casa, a totale discrezione degli igumeni. 
In Occidente si diffuse nel VII secolo la Regola Benedettina, sulla base della precedente Regula Magistri (VI secolo); nell’817 fu imposta da Ludovico il Pio a tutto l’Impero d’Occidente nella versione aggiornata (Capitulare monasticum) di Benedetto d’Aniane. La Regola contempla, di fatto, solo la vita cenobitica, definendo attività, tempi e spazi della vita quotidiana. Indicazioni puntuali sulle forme della preghiera, del lavoro, dello studio, degli obblighi di ospitalità e cura (capitoli 3, 8, 22, 31-36,46, 48, 52-58, 66) risultano decisive, anche se prive di qualsiasi interesse alla disposizione reciproca degli edifici o ai modelli architettonici che d’altra parte esistevano già. 
Le Consuetudines emesse dall’abbazia di Cluny nel secolo XI accentuarono l’importanza degli uffici liturgici puntualizzando gli spazi della chiesa e degli annessi interessati da processioni stazionali; valorizzarono le forme di accoglienza separata tra hospitium hospitum per i milites e hospitium pauperum per gli altri. Nel XII secolo i Cistercensi attuarono una drastica semplificazione del modello cluniacense e lo fissarono, per una ricerca di purezza e razionalità, in modello standardizzato per tutte le sedi.

Gli spazi della vita monastica

Le istituzioni monastiche occidentali sono classificabili in monasteri urbani, i più prestigiosi, xenodochi con prevalente funzione di servizio di strada, monasteri rurali volti alla riorganizzazione agraria; nessuno di quelli edificati fra VII e VIII secolo sembra fare riferimento a un impianto insediativo tipo. 
Il monastero di San Salvatore (ora Santa Giulia) di Brescia, fondazione regia del 753, ebbe una chiesa e grandi edifici residenziali aggregati a sud, attorno a due cortili dei quali almeno uno chiuso; un impianto eccezionale che non trova riscontri nelle coeve fondazioni italiane (quali Novalesa, Beceto, San Salvatore di Monte Amiata) che non avevano disposizione regolare degli edifici. Solo in San Vincenzo al Volturno, a fine VIII secolo, si vedono corpi di fabbrica ai lati di un cortile a trapezio molto allungato, con portici e logge, ma non chiuso. Le chiese ai due vertici e la disposizione generale rimandano al monastero di Centula realizzato vent’anni prima (790-99), ma anche alla domus imperiale di Aquisgrana e al Patriarchio del Laterano: modelli culturalmente vicini tra loro, che riprendevano formule compositive ereditate dai complessi palaziali antichi.
Un percorso estraneo alle istanze di monumentalità della corte carolingia sembra avere seguito lo sviluppo del Santo Stefano di Bologna, il solo complesso monastico urbano a conservare la particolarissima disposizione raggiunta nell’Alto Medioevo. Era un insieme di almeno sette chiese, chiostri e percorsi, già nell’887 denominato “santo Stefano detto Gerusalemme”, vissuto, attraverso una lettura simbolica degli edifici, come riproposizione locale della Gerusalemme descritta dai pellegrini. Giunse a occupare un intero isolato e parte dei vicini, per dare spazio a funzioni liturgiche stazionali di ampio raggio: una sorta di “città santa” dentro la città comunale.
Si ritiene che la riforma di Benedetto d’Aniane dell’817, pur non contenendo prescrizioni di carattere architettonico, abbia indirettamente portato all’abbandono dell’atrio di tipo paleocristiano in favore del claustrum circondato da case, modello definitivo della successiva architettura monastica. Il progetto per il monastero di San Gallo, disegnato entro l’840, visualizza in modo assai più completo di ogni resto architettonico del tempo tale nuovo indirizzo che persegue la trasposizione metafisica degli spazi del monaco verso l’assoluto simbolico – ancora la “città santa” – attraverso il linguaggio della geometria, generatrice dei numeri e del rapporto musicale. L’insieme di 33 edifici e tre aree a verde è legato, nel progetto, da un tracciato modulare ad quadratum generato dallo sviluppo in progressione aritmetica del modulo base di 40 piedi della campata d’incrocio fra navata e transetto della chiesa; il modulo maggiore di 160 piedi (quattro volte il modulo centrale) definisce le dimensioni complessive dell’insediamento. L’asse “spirituale” dell’insediamento – la strada di accesso alla chiesa, la chiesa stessa e la chiesa minore retrostante – è più leggibile in pianta che nei percorsi reali, ma è un’immagine mentale forte, da intuire come cammino verso la “luce”, da ovest a est, della vita umana; non a caso si conclude a fianco dell’area cimiteriale. Altri due assi viari tagliano da nord a sud tre sezioni corrispondenti alle funzioni di cura, clausura monastica e ospitalità. 
Pur ammettendo che il disegno di San Gallo sia solo un modello teorico di monastero, vi fecero riferimento le realizzazioni successive, specie dopo la ricostruzione di Cluny dell’abate Odilone (994-1049), in cui fu mantenuto il medesimo criterio distributivo, seppure applicato a un’area pentagonale e accresciuto dell’innovativo blocco dell’infermeria aperto ai laici. Le abbazie cistercensi riproposero, dal XII secolo, l’impianto sangallese nell’uso del modulo e nella distribuzione degli ambienti, traducendolo in un modello fisso, replicato senza molte varianti in tutte le loro sedi.

Il borgo del monastero

Generalmente considerati ampliamenti funzionali del nucleo monastico, i borghi che li affiancano possono essere nati per l’accentramento programmato di famiglie dipendenti, quando non siano sviluppi di insediamenti precedenti, dei quali le fondazioni monastiche promossero l’ulteriore trasformazione. Gli scavi a Nonantola hanno fatto emergere una vicenda esemplare di trasferimento degli abitanti dei villaggi al castrum monastico entro l’XI secolo e di successiva riduzione del castrum alla sola area degli edifici abbaziali nel XIV, a seguito del formarsi del comune. La rottura fra abati-feudatari e rappresentanze comunali separava anche i due insediamenti, con alterne fortune: a Polirone l’abbazia fagocitando il borgo, a Bobbio e San Benigno di Fruttuaria consolidando centri quasi urbani.
La storia di Fulda appartiene a un genere diverso: quello privilegiato dei principati ecclesiastici di area germanica, dove abbazia e insediamento laico beneficiarono di una continua espansione unitaria, dalla fondazione del 774 alla concessione della sede vescovile e al titolo di città all’inizio del XII secolo. Si realizzò così una vera città monastica, chiusa da cinta turrita, segnata in skyline dai profili alti delle chiese, espansa sul territorio circostante con le fondazioni di tre monasteri satelliti sulle colline, disposti in modo da formare con il centrale una pianta territoriale a croce, capitale di un territorio sovrano governato dai principi-abati.
A Bobbio monaci, servitori, artigiani e mercanti formavano una comunità decisamente minore che tuttavia si organizzò in contrapposizione agli abati, trasferendo nell’XI secolo i propri interessi dalla plateola Sancti Colombani dell’abbazia alla piazza civica inferiore: un incrocio di strade dove si teneva mercato e da dove vescovo e comune potevano controllare i proventi del transito sul fiume di una strada internazionale. Anche qui, come a Polirone, a Cluny e ovunque il monastero fosse investito di diritto feudale, le case e il borgo intero erano costruiti e curati dal monaco prepositus e affittate ai laici; è questa centralità amministrativa protratta per secoli che fonda il carattere “monastico” dell’impianto urbanistico.

L’estensione al territorio agrario

Grandi settori del paesaggio agrario europeo sono tuttora depositari di segni indelebili impressi da una antica gestione monastica: dall’opera di dissodamento e di popolamento condotta su vasta scala, di irrigazione delle terre aride con canali artificiali, di livellamento o terrazzamento dei coltivi, di scelte razionali di sfruttamento produttivo. Fu azione determinante, in quanto condotta su terre vergini o tali ridiventate dopo la crisi dei secoli V-VII, non appena l’incremento demografico la rese possibile. Ai monasteri regi o imperiali fu demandato il compito di sfruttare e amministrare terre di norma demaniali, loro affidate come doti esenti, in realtà con onere del servizio di vettovagliamento dell’esercito e della corte itinerante; altri monasteri di fondazione aristocratica svolsero analoga opera di riqualificazione del patrimonio terriero a vantaggio fiscale e politico dei patroni. Per i re longobardi l’abbazia di Bobbio era base strategica sul confine bizantino, funzione che si ridusse in età carolingia a quella del controllo di strada: tappa sulle vie di pellegrinaggio e santuario essa stessa dal IX secolo. Era la stessa funzione che svolgeva l’abbazia di Cluny, al cui abate Suger dobbiamo indicazioni chiare sulla gestione dei beni: egli parlava esplicitamente di dissodamenti e di rinnovamento colturale finalizzati al massimo reddito, perseguiti secondo prassi consolidate e di solito vincenti, sulle modeste capacità patrimoniali dei laici.
I programmi cluniacensi di ripopolamento e sfruttamento degli incolti furono portati dall’ordine cistercense a sviluppi quasi industriali, attraverso livelli di specializzazione e investimento improponibili alla feudalità rurale. Furono esperti di acquedotti e di dighe, di prati irrigui, di allevamento e sfruttamento intensivo attraverso le grange (di Chaalis, Fontcalvi, Staffarda, Chiaravalle Milanese, Tre Fontane) con esiti altamente innovativi, i cui segni rimangono sulle terre già loro fino ad oggi.

Bibliografia

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