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Mozarabica, architettura

Santa María de Lebeña, gronde sporgenti su mensole.
Santa María de Lebeña, gronde sporgenti su mensole.

Definizione – Etimologia

Termine (probabilmente dall’arabo musta’rib o musta’rab, parola che designava una persona arabizzata) che sta a indicare la produzione architettonica preromanica fiorita in Spagna tra la fine del IX e l’XI sec. risultante dall’incontro e dalla commistione tra elementi stilistici islamici o ispano-islamici e occidentali (cristiano-visigoti). Tale produzione è avvenuta a opera dei Mozàrabi, dei cristiani che abitavano la Spagna meridionale musulmana e dei cristiani che, in seguito alla reconquista e dopo aver assorbito la cultura architettonica islamica, si sono trasferiti nelle regioni settentrionali della Penisola Iberica (salvo che nelle Asturie). Essi, pur vivendo immersi nella cultura araba dominante, hanno mantenuto la propria lingua, i propri costumi e la libertà di esercitare il proprio culto ed hanno sviluppato una cultura architettonica legata alla commistione di questi influssi.

Caratteri generali

Generalmente le comunità mozarabiche della Spagna centro-meridionale hanno utilizzato chiese edificate dai Visigoti. Le poche chiese costruite ex novo sono state erette a uso di comunità rurali o in zone periferiche.
Nella scia della commistione culturale tra Cristianesimo e Islam, l’architettura mozarabica ha declinato i suoi caratteri in edifici ricchi di forme e stilemi derivati dai caratteri dell’architettura islamica, ma che rispondono alle esigenze della liturgia cristiana. I caratteri di questi edifici di nuova costruzione sono quindi legati all’utilizzo di impianti basilicali o a croce latina, che riprendono tipologie tradizionali dell’architettura paleocristiana e visigotica, commisti a elementi e strutture di derivazione arabo-islamica dati dalla presenza diffusa di sale ipostile con archi polilobati o a ferro di cavallo, ma anche dall’utilizzo di decorazione di lontana ascendenza sasanide (leoni, uccelli con racemi e viticci).
Le principali caratteristiche che definiscono l’architettura mozarabica sono quindi: nelle chiese, l’utilizzo prevalente di impianti basilicali o a croce latina che, nella maggior parte dei casi, sono planimetricamente poco estesi e conformati da vani e campate discontinue coperte da volte a spigoli, a nervature, a crociera califfale (cupole ad archi incrociati); l’assenza di decorazione o l’estrema sobrietà nella decorazione esterna; la presenza di gronde sporgenti appoggiate su mensole; un grande dominio delle tecniche costruttive e l’impiego prevalente della tecnica costruttiva detta soga y tizón (consistente in murature in pietra grezza costruite alternando strati di conci disposti per il verso lungo con strati di conci disposti per il verso largo); l’utilizzo di colonne di supporto con capitelli corinzi decorati con elementi vegetali stilizzati; l’utilizzo di archi a ferro di cavallo (molto stretti e rialzati di due terzi del raggio); l’utilizzo dell’alfiz (modanatura quadrangolare, spesso istoriata, che circonda la ghiera dell’arco).

Esempi

Le opere realizzate dai Mozàrabi nella Spagna musulmana sono riconducibili con certezza a soli due esempi: alla chiesa rupestre di Bobastro a Mesas de Villaverde (Málaga), a impianto basilicale organizzato in tre navate divise da arcate e della quale restano solo alcune rovine e alla chiesa di Santa María de Melque a La Puebla de Montalbán (Toledo) che presenta tratti dell’architettura visigota insieme ad altri propriamente mozarabi (archi centrali a ferro di cavallo, archi delle finestre e pilastri semicircolari interni).
Ciononostante, si utilizza la definizione di architettura mozarabica per molti altri edifici, tra cui

  • in Castiglia e León lungo il Camino Francés per Santiago:
    • San Miguel de Escalada (León), con impianto basilicale a tre navate, sei campate in legno e tre absidi con pianta a forma di ferro di cavallo,
      Santiago de Peñalba (León), con impianto a due absidi contrapposte e archi a ferro di cavallo,
      Santo Tomás de las Ollas (León), a una navata rettangolare con un abside ovale a cui si accede da un doppio arco a ferro di cavallo su pilastri;
  • in Castiglia e León:
    • San Baudelio de Berlanga (Soria), a navata unica con abside rettangolare e pilastro centrale da cui si dipartono le nervature della volta,
    • San Cebrián de Mazote (Valladolid), a croce latina con due absidi contrapposti, la più grande chiesa mozarabica giunta a noi,
    • Santa María de Wamba (Valladolid) con impianto a nove campate segnate da archi a ferro di cavallo, San Salvador de Tábara (Zamora);
  • in Cantabria:
    • Santa María de Lebeña, a impianto quasi ipostilo a sei navate su pilastri compositi e tre absidi;
  • in Aragona:
    • San Juan de la Peña (Huesca) sul Cammino Aragonese per Santiago,
    • le Chiese del Serrablo (Huesca) tra cui la chiesa di San Juan de Busa a navata unica;
  • in La Rioja:
    • la chiesa di San Millán de Suso (San Millán de la Cogolla) con la navata principale e il portico di ingresso mozarabico;
  • in Catalogna: San Quirce de Pedret (Barcellona) a navata unica con abside centrale trapezoidale,
    • Santa María de Marquet (Barcellona) con abside mozarabico,
    • la chiesa di San Cristóbal a Vilassar de Mar (Barcellona),
    • San Julián de Boada (Gerona) con arco mozarabico al centro della navata,
    • Santa Maria de Matadars ad El Pont de Vilomara (Bages), chiesa rurale ad impianto basilicale a tre navate;
  • in Galizia: San Miguel de Celanova (Orense) con la piccola cappella mozarabica di San Miguel.
Bibiliografia

Goodwin G., Islamic Spain, Londra 1990; Fontaine J., El mozárabe, Madrid 1978; Gómez Moreno M., Iglesias mozárabes. Arte español de los siglos IX a XI, Granada 1975; Jayyusi S.K. (a cura), The Legacy of Muslim Spain, Leiden 1992.

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