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Museo (storia)

Definzione – Etimologia

Il termine deriva dal greco mouseion (tempio sacro alle Muse) con riferimento all’edificio, sede di un prestigioso centro culturale, costruito in Alessandria d’Egitto da Tolomeo Filadelfo (III secolo a.C.). L’espressione, quindi, definisce in origine un luogo adibito a custodire opere d’arte, fino a designare in seguito uno spazio genericamente destinato alla raccolta, conservazione ed esposizione di oggetti di particolare interesse storico, scientifico e artistico. La moderna idea di museo, in quanto struttura di pubblica fruizione, risale al XVIII secolo e al clima culturale illuminista. Nei secoli precedenti, infatti, le collezioni d’arte erano generalmente inaccessibili al grande pubblico, essendo in gran parte ospitate nelle dimore dinastiche o patrizie.

Generalità

La politica di mecenatismo avviata da papa Clemente XII Corsini e proseguita dai suoi immediati successori conduce, nel 1734, all’apertura ai cittadini della collezione romana dei Musei Capitolini e, nel 1750, della Pinacoteca nel palazzo dei Conservatori. Nel 1743, poi, Anna Maria Luisa de’ Medici dona al Granducato di Toscana le ricche collezioni di famiglia, con espressa riserva della loro inalienabilità e della pubblica accessibilità. Tali collezioni andranno successivamente a incrementare le raccolte dei più noti musei fiorentini. Sempre sul modello illuminista, ravvisabile nella disposizione architettonica del Museo Pio-Clementino (Città del Vaticano, 1771-93), si formeranno altri importanti musei come il British Museum di Londra (1759). In generale le collezioni rimangono nelle loro sedi originarie e solo di rado sono ricollocate in luoghi appositamente costruiti per ospitarle (Kassel, Museum Fridericianum, 1769-76). Il primo museo nazionale in senso moderno è il Louvre a Parigi, aperto al pubblico nel 1793 e costituitosi attraverso l’acquisizione coatta di raccolte private e la statalizzazione della collezione reale.
Nel corso del XIX secolo l’istituzione museale registra notevoli sviluppi e alla consueta successione tematica delle opere si sostituisce una disposizione di tipo cronologico, aggiornata sui criteri ottocenteschi di classificazione. Alcuni grandi musei nazionali sono costruiti ex-novo, altri occupano edifici preesistenti opportunamente trasformati, come l’Ermitage di San Pietroburgo (1852). Nel frattempo si diffonde il gusto collezionistico per le arti applicate e in Italia, in particolare, per le arti industriali, con la conseguente creazione di musei civici; un altro importante canale divulgativo è rappresentato dai musei del Risorgimento.
Con l’affermarsi delle discipline museografiche, in parallelo con gli sviluppi dell’architettura moderna e delle trasformazioni sociali, il museo assume una propria fisionomia. Al museo tradizionale si sostituisce progressivamente quello “storicizzato” dove, negli allestimenti, si tiene sempre più conto delle vicende storiche che hanno determinato le singole collezioni; si va inoltre accentuando una tendenza che favorisce l’istituzione di musei specializzati (v. musei archeologici).
Nei primi decenni del Novecento, nonostante nascano negli Stati Uniti nuove e più dinamiche strutture museali, in buona parte finanziate da privati, il museo comincia a essere visto sempre più come inerte custode del passato e si promuove, invece, la creazione di specifici musei per l’arte contemporanea. Dopo la Seconda Guerra Mondiale il museo conosce una profonda revisione delle sue tradizionali funzioni, dovendosi adeguare alle nuove sollecitazioni e ai bisogni culturali di una società completamente mutata. Sul modello del Centre Pompidou di Parigi, a sua volta legato a esempi americani, si rinnovano molte istituzioni museali d’importanza mondiale, come la National Gallery di Londra e il Prado a Madrid: emerge il bisogno di disporre di spazi flessibili e tecnologicamente aggiornati, d’incrementare le funzioni e, nel suo complesso, l’offerta di servizi al pubblico.

 

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