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Pavimento

Definizione – Etimologia

Dal lat. pavimentum (der. da pavire battere o spianare il suolo) termine in uso dal secolo XVI. Rivestimento di qualsiasi superficie soggetta al calpestio all’interno di edifici, uniforme e resistente, atta a garantire il passaggio di persone e cose.

Generalità

Il pavimento, quale elemento architettonico fondamentale, posato o applicato su sottofondi e solai di spazi praticabili coperti, nella sua evoluzione di sistema costruttivo e decorativo trova riscontro nelle diverse tipologie e tecniche applicative, che concorrono a esaltarne la caratteristica principale di superficie visibile.

Nella scelta del tipo di pavimento da adottare, oltre l’aspetto esteriore riconducibile alle caratteristiche grafiche e cromatiche, va considerata l’analisi qualitativa delle prestazioni che il pavimento dovrà svolgere e assicurare nel tempo come superficie calpestabile, in relazione alla destinazione d’uso.

I requisiti tecnici prestazionali che il pavimento deve soddisfare sono correlati nello specifico alla resistenza meccanica, dovuta alle sollecitazioni statiche e dinamiche di esercizio, in particolar modo a:

  • l’azione abrasiva sulla superficie del pavimento causata per attrito radente e volvente da calzature, sedie e carrelli a ruote e in rapporto all’intensità del transito pedonale;
  • la resistenza agli agenti chimici in grado di corroderlo e macchiarlo per contatto con la superficie;
  • la resistenza all’irraggiamento (naturale e artificiale) legata alla stabilità chimico-fisica del prodotto, che consente il mantenimento dell’aspetto cromatico originario della superficie e limita l’indebolimento della struttura del materiale.

Il rivestimento del pavimento che rappresenta la parte superiore di contatto al calpestio, e non solo, deve garantire, per ogni tipo di utente, prestazioni tali da prevenire e assicurare condizioni di sicurezza e di comfort d’uso in relazione all’accessibilità e fruibilità degli spazi interni. Deve presentare una superficie planare priva di asperità con tolleranze che variano in funzione del tipo di pavimento adottato, garantendo l’uso comodo, sicuro e corretto del piano pavimentale, utilizzando anche superfici antiscivolo percorribili da ogni tipo di persona, in particolare da quelle con ridotte capacità motorie.

Negli spazi pubblici all’interno degli edifici trovano impiego, a integrazione del pavimento, specifici percorsi guida per consentire agli ipo e non vedenti l’orientamento e la riconoscibilità dei luoghi e delle fonti di pericolo. Si utilizzano elementi pavimentali colorati per il contrasto cromatico delle superfici e tattile plantare, dotandoli di rilievi percepibili al calpestio.

Per un corretto impiego di un pavimento posato in opera risulta fondamentale l’accurata conoscenza delle proprietà tecniche e comportamentali del sistema pavimentale composto da più strati, i quali concorrono alla formazione di un supporto idoneo all’applicazione del rivestimento. La durata dell’intero sistema pavimentale è strettamente legata alle condizioni di stabilità del supporto di posa e alla compatibilità tra i materiali che devono essere tali da escludere la formazione di fenomeni di distacco, cedimento e fessurazioni.

Tipi di pavimenti

Pavimenti elastici e rigidi

Il pavimento si distingue nel tipo “elastico” o “rigido” in funzione del comportamento meccanico del materiale sotto carico costante o variabile.

È definito elastico il pavimento composto da materiale duttile con reversibilità di forma; resistente all’abrasione, fono-assorbente e termoresistente, reagisce ai carichi di compressione senza subirne deformazioni permanenti. Tali caratteristiche si riscontrano nel tipo di pavimento resiliente, costituito da materiali artificiali quali linoleum, gomma, PVC e nel tipo di pavimento tessile, costituito da materiale naturale e artificiale, con rivestimento a pelo o senza, come nel caso della moquette. Vengono utilizzati mediante la posa in opera di teli forniti in rotoli di notevole lunghezza e altezza standard, previo incollaggio o tiraggio su superficie planare perfettamente livellata, con numero limitato di giunti di connessione per l’accostamento delle parti.

È definito rigido il pavimento composto da materiale duro, compatto, indeformabile, molto resistente all’usura, di facile manutenzione, come il:

  • pavimento monolitico;
  • pavimento a elementi;
  • pavimento sopraelevato.
Pavimenti continui e discontinui

In relazione alle caratteristiche del prodotto e alla conseguente tecnica di posa i pavimento si classificano in “continui” e “discontinui”. Caratteristica dei pavimenti è la stesura regolare del materiale sul fondo perfettamente piano e omogeneo che origina una superficie continua e coerente, con presenza limitata di giunti di posa denominati anche fughe, di tipo chiuso, solitamente unidirezionali. In base al tipo di materiale vengono classificati per tipi continui il pavimento resiliente o tessile e il pavimento monolitico. I pavimenti discontinui sono caratterizzati dall’aggregazione di elementi preformati di materiale naturale o artificiale; originano una superficie discontinua, evidenziata dalla geometria di molteplici giunti di posa, di tipo chiuso o aperto. Sono di questo tipo il pavimenti a elementi e il pavimento sopraelevato.

Pavimenti monolitici

Il pavimento monolitico è realizzato con tecniche tradizionali per gettata in loco di sostanze a base di resine sintetiche o malta cementizia; l’applicazione è diretta e continua su piani di posa o massetti consolidati, talvolta rinforzati da reti di plastica o di metallo per incrementarne la resistenza meccanica, con la presenza di giunti di dilatazione che consentono e compensano le variazioni dimensionali del sistema pavimentale. Appartengono a questo tipo i pavimenti:

  • in battuto di cemento – economico e di semplice esecuzione può anche costituire il sottofondo rigido per altri tipi di pavimento;
  • alla veneziana – realizzato variegando frammenti o spezzoni di marmo di media grandezza generalmente policromi inseriti nella malta cementizia a base di cemento bianco o colorato. Dopo la posa la superficie del pavimento viene sottoposta a un processo di lavorazione meccanica per gradi di finitura (sgrossatura, levigatura, lucidatura) per mezzo di una macchina mobile di tipo manuale;
  • alla genovese –  per tecnica analogo al al pavimento alla veneziana ma prevede come variante l’inserimento di granulati di marmo di piccole dimensioni nello strato di malta cementizia;
  • in resina – composto da resine sintetiche, permette di ottenere estese superfici resistenti e impermeabili di minimo spessore, applicando il materiale allo stato liquido sul massetto di sottofondo consolidato e asciutto.
Pavimenti a elementi

Il pavimento a elementi è costituito da componenti preformati di dimensioni e forma variabile, posati direttamente sul massetto di sottofondo interponendo materiali leganti quali collanti o malta cementizia, anche fissati con chiodi o viti su orditura di magatelli (pavimenti lignei). Si realizzano:

  • con rivestimenti ceramici quali clinker, gres, cotto, monocottura, laterizio (piastrelle e mattoni);
  • con materiali naturali quali il legno di varie specie, nel tipo tenero e duro (tavolato o parquet), il marmo e altri litotipi (lastre, marmette, mosaici);
  • con metallo e vetro per particolari applicazioni.
Pavimenti sopraelevati

Il pavimento sopraelevato è un sistema prefabbricato altamente tecnologico composto da pannelli con elementi di calpestio modulari di vari materiali installati a secco, per semplice appoggio su una struttura portante metallica regolabile in altezza. Permette di risolvere la variegata e complessa installazione di un sistema tecnico impiantistico, in ambienti di lavoro, attraverso un vano tecnico al di sotto del piano di calpestio, ispezionabile e accessibile per la gestione operativa di manutenzione.

Cenni storici

Al ruolo puramente funzionale svolto fin dall’antichità dal pavimento come piano di calpestio rivestito da materiali resistenti all’usura, nel tempo si affianca la funzione decorativa della superficie visibile, adottata nell’architettura con numerose e mirabili applicazioni pavimentali, dal tipo geometrico fino alle composizioni figurative con temi naturalistici e mitologici. L’evolversi nel tempo delle tecniche pavimentali e la continua ricerca di superlativi effetti grafici e cromatici dell’espressione decorativa fa assumere al pavimento nel corso dei secoli una propria autonomia figurativa e formale.

Fin dalle antiche civiltà, si assiste al notevole e diffuso impiego dei materiali litici per i pavimenti e non solo, svolgendo un ruolo fondamentale nei processi costruttivi in architettura. Largamente impiegati furono anche i pavimenti di laterizio come pure i pavimenti di legno, nelle varie specie legnose. Nelle civiltà arcaiche il pavimento era costituito da roccia spianata o da un semplice strato di terra battuta mescolata a fango, argilla e ciottoli, ricoperto anche da stuoie e tappeti. Nella civiltà egizia e in quella egea, il pavimento di argilla battuta o di mattoni crudi recava la superficie rivestita da stucco dipinto con pittura monocromatica o con disegni geometrici e temi raffiguranti animali e piante. L’uso notevole della pietra nei processi costruttivi dei templi egizi contribuisce alle realizzazioni di massicci sistemi pavimentali posti sul suolo spianato, di vari litotipi quali calcare, granito e arenaria. Nei palazzi reali minoici di Festo e di Cnosso era d’uso impiegare pavimenti litici di tipo poligonale e le sale più rappresentative erano valorizzate da pavimenti di marmi policromi, utilizzati anche nei palazzi persiani di Susa.

Nell’area minoica-micenea (II millennio a.C.) inizia a diffondersi il rudimentale pavimenti a ciottoli, che privilegia l’utilità rispetto al decoro; per tecnica è simile agli acciottolati tuttora impiegati nell’area mediterranea. Largamente in Grecia fin da IV secolo a.C. furono i pavimenti a mosaico di piccoli ciottoli di fiume, fittamente accostati nello strato di posa, a formare pavimenti con motivi geometrici e figurativi come ad esempio quelli di Olinto, Eretria e Delo; innovativi i pavimenti di Pella (IV secolo a.C.), per le splendide composizioni figurative a ciottoli minuti e policromi, evidenziate nei contorni da sottili lamine di piombo.

L’evoluzione tecnica apportata nel tempo al pavimento a ciottoli vide l’impiego di tessellati marmorei, all’inizio irregolari fino alle piccole tessere; impiegati pregevolmente nei mirabili pavimenti a mosaico del periodo ellenistico, diverranno in epoca romana la tecnica musiva per eccellenza, denominata opus tessellatum. Varie scuole di mosaicisti operavano ad arte nei maggiori centri di produzioni musive come Delo e Pergamo. Da quest’ultima deriva il celeberrimo asâroton òikos (pavimento non spazzato), opera del noto maestro mosaicista Sosos di Pergamo (II secolo a.C.). Nello specifico l’opus tessellatum, di presunta origine orientale ed egizia, impiegava piccoli elementi quadrati, a volte rettangolari denominati tessere di litotipi bicromi (bianchi e neri) o policromi, smalti e paste vitree.

Il pavimento tessellato introdotto nell’architettura romana già dalla fine del III secolo a.C. raggiunse l’apice per tecnica ed estetica nelle rappresentazioni musive in età repubblicana e protoimperiale e largamente diffuso nelle superfici pavimentali di edifici pubblici e privati, come anche nei rivestimenti parietali (opus musivum), con magistrali esempi nelle domus di Pompei, Ercolano e Ostia. L’alto grado di perfezione viene raggiunto con la tecnica dell’opus vermiculatum, attraverso l’abile e minuziosa applicazione sul supporto del pavimento di tessere di forma diversa, anche di dimensioni minutissime che tendono ad annullarne otticamente il reticolo geometrico di posa. Di gran pregio per virtuosismo esecutivo furono gli splendidi “emblemata vermiculata”. Il fine ultimo perseguito dall’evoluzione dell’arte musiva era di emulare, con effetti cromatici e chiaroscurali, le rappresentazioni pittoriche del tempo, rilevabili ad esempio per raffinatezza nel litostrato a soggetto nilotico del Tempio della Fortuna Primigenia di Preneste (I secolo d.C.).

Accanto ai pavimenti in opus tessellatum, le tipologie pavimentali più diffuse in epoca romana furono in opus signinum o signina pavimenta, noto come ”cocciopesto”, costituito da un impasto di frammenti di terracotta o marmi e malta di calce, spesso colorata rossa. In opus spicatum di laterizio con piccoli mattoni rettangolari disposti a “spica” (testacea spicata). Dal II secolo d.C. opere mirabili di pavimenti marmorei e di crustae parietali, di lussuoso effetto rappresentativo, furono realizzate con l’innovativa tecnica dell’opus sectile (tarsia marmorea). Denominata anche sectilia pavimenta (dal latino sectilis-e segato, tagliato a lastre), vedeva l’impiego di lastre marmoree tagliate e sagomate a misura, giustapposte a formare disegni geometrici, più raramente figurativi, a volte molto complessi. Era realizzata da elementi di marmi tra i più pregiati dell’impero, per lo più policromi, quali cipollino dell’Eubea, giallo di Numidia, Portasanta, Africano e altri. La successiva elaborazione della tecnica sectile, combinata con il mosaico, si riscontra nelle composizioni di pavimenti in opus alexandrinum; ebbe larga diffusione nel Romanico e vedeva l’impiego di litotipi policromi generalmente porfiriti (rosso d’Egitto e verde di Grecia) e di piccoli elementi geometrici che incorniciano grandi lastre di forma circolare o quadrangolare.

In epoca paleocristiana e bizantina il mosaico, in particolare quello parietale di smalti e oro, raggiunse i più alti gradi di magnificenza nelle basiliche e cattedrali attraverso la decorazione di navate e pavimenti (a Aquileia, basilica teodoriana; ad Otranto, cattedrale). All’inizio del XII secolo i maestri marmorari Cosmati realizzarono, soprattutto a Roma e nell’Italia meridionale, splendidi motivi decorativi geometrici di chiara ispirazione araba, applicando materiale marmoreo e porfirico dal forte cromatismo nei pavimenti di chiese e chiostri e in elementi ornamentali quali cibori, plutei, portali e altro.

Il XV secolo vede la rinascita, in Europa, della prestigiosa arte della ceramica con la diffusione della maiolica per pavimento e per i rivestimenti parietali, già noti nelle più antiche civiltà orientali. In Italia, nei diversi e rinomati centri produttivi di ceramica, si contribuisce all’evoluzione tecnica e decorativa dei pavimenti di maiolica a smalto stannifero. Tra i maggiori si evidenzia Faenza (maiolica faentina), concorrendo con numerose e magistrali applicazioni pavimentali (a Bologna, cappella Vaselli a S. Petronio). Nell’architettura della Spagna meridionale si diffonde l’uso di maioliche denominate azulejos per decorare i rivestimenti di superfici, riproducenti le composizioni geometriche e policrome tipiche degli alicatados arabi.

La facile reperibilità del materiale ligneo nelle grandi aree boschive nel nord Europa, così come nell’Estremo Oriente, fin dall’antichità facilitò l’impiego dei pavimenti di legno dalla forma più rudimentale di semplice tavolato. Solo dal XVII secolo si diffonde in Europa l’impiego del pavimento ligneo decorato, attraverso l’ormai diffusa tecnica della tarsia e del parquet, contribuendo alla formazione di raffinate composizioni geometriche e figurative, nelle varie e pregiate essenze legnose, ben rappresentate dai pavimenti residenze e palazzi illustri (p. es. Reggia di Versailles, sala degli specchi).

Nell’area veneta del XVI secolo era d’uso impiegare il pavimento alla palladiana, costituito da frammenti di marmo irregolari, di varie dimensioni, inseriti in un fondo di legante cementizio che rimanda per tecnica ai rivestimenti pavimentali di origine romana e il pavimento alla veneziana ottenuto dalla mescolanza di graniglie di coccio pesto o marmi e legante cementizio, rilevabili per particolare pregio nei rivestimenti pavimentali di molti palazzi veneziani, su tutti i pavimenti delle sale del Governo del palazzo Ducale.

Nell’architettura contemporanea, oltre ai tradizionali materiali e metodi applicativi, è d’uso impiegare prodotti più innovativi per ricerca tecnologica, design e facilità di posa quali i pavimenti in gomma, resine plastiche e cementizie, vetro e metallo.

Bibliografia

Acocella A., L’Architettura di pietra, Firenze, 2004; Blanco G., Manuale di progettazione marmi e pietre, Roma, 2008; Portoghesi P., Dizionario Enciclopedico di Architettura e Urbanistica, Roma, 1969.

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