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Periferia

Definizione – Etimologia

Termine che deriva dal gr. perphéreia (circonferenza), der. di periphero, e vuol dire letteralmente portare intorno, girare. L’origine etimologica del termine rimanda a un concetto principalmente di carattere topologico con cui si allude allo stare ai margini o al limite rispetto a un centro. Per periferia si intende la parte estrema, marginale di un’area geografica o topograficamente determinata: è un termine prioritariamente sociologico, economico, politico, più che affermare un concetto positivo afferma un concetto contrario: periferia è l’altro rispetto al centro.

Generalità

Nel termine periferia convive la componente urbanistica e quella sociologica: sostanzialmente la periferia, concepita in senso urbanistico è una parte esterna/marginale alla città consolidata, storicamente intesa, e la periferia sociale concepita, invece, come marginalità sociale può essere rintracciata all’esterno o all’interno del centro e della città consolidata; la periferia sociale, infatti, è intesa “come le parti di città ubicata all’esterno o diffusa all’interno degli agglomerati del passato e del presente, che ospitano popolazioni in condizione di minore reddito, disagio abitativo, consumi limitati, a volta povertà e miseri. In tale ottica la periferia è considerata con riferimento alla qualità della sua popolazione” (Martinelli, 2008). Appare evidente come, talvolta, le due definizioni non ricadano nelle stesse aree.

Derivazione e processo formativo nel contesto urbano

Fino alla Rivoluzione industriale l’assetto spaziale del vivere umano viene percepito come una contrapposizione fra città e campagna; nel Medioevo, quando la città diviene una struttura autonoma in opposizione al mondo circostante, è la città fortificata che erge le sue mura a difesa di tutto quello che è al di fuori del suo perimetro stabilendo anche amministrativamente una forte contrapposizione con la campagna e identificando un limite. Questo dualismo sarà sostituito più tardi da quello fra centro e periferia. La città aggressiva come la definisce Toynbee diventa un organismo in movimento che si sposta verso sempre nuove conurbazioni, acquisendo e inglobando ampi spazi di campagna.
In Europa, nel Settecento, l’enorme crescita demografica, relazionata al calo della mortalità, fa sì che le città siano oggetto di forti mutamenti e soprattutto con la rivoluzione industriale, subiscano dei cambiamenti importanti, come una forte crescita edilizia che ne amplia confini e struttura. I nuovi fabbisogni dovuti al cambiamento del tessuto economico danno vita a una nuova mappa della città dove è riconoscibile una suddivisione fra quartieri borghesi, quartieri giardino e, ai margini della città, i quartieri operai con le fabbriche.
La periferia si delinea, pertanto, come una zona estrema/marginale, il più delle volte fisicamente “non finita”, esteticamente indefinita e degradata, caratterizzata dalla sola funzione residenziale e priva, per lo più, dei servizi di base e di livello urbano presenti, invece, nelle altre zone della città. L’espansione continua della città porta all’ubicazione nella periferia di quei servizi collettivi esclusi dal centro: stazioni ferroviarie, scali merci, cimiteri, carceri, macelli, gasometri, ospedali, depositi, stadi, aeroporti. Nascono nuovi modelli di pianificazione, insediamenti e nuovi impianti urbani che compongono sostanzialmente il molteplice scenario della periferia che, a sua volta, è parte dominante e strutturante della città contemporanea.

Accezione moderna del t

Il dualismo fra centro e periferia assume un significato di opposizione fra un centro, cuore della città, e tutto quello che non è centro, ma come città dormitorio dipendente in tutto e per tutto dal centro. Quando il centro inizia a diventare “storico” acquisendo il concetto di valore storico e chiamando a sé politiche e interventi di conservazione e restauro mette in evidenza la periferia come negazione del centro e, quasi sempre, come luogo privo di qualità, valore e senso.
Disomogeneità, mancanza di servizi, densità (troppo alta o troppo bassa) di popolazione, difficoltà di comunicazione e connessione con il resto della città, assenza di attività qualificate e, predominanza di insediamenti monofunzionali (artigianali-industriali, residenziali, infrastrutturali), presenza di attività e di elementi fisici generatori di inquinamento, forte consumo del suolo, carenza/assenza di attività socio-culturali, perdita di identità, alterazione violenta del rapporto con l’ambiente e paesaggio naturale, insicurezza sociale, violenza: sono alcuni dei termini che descrivono la realtà della periferia Dagli anni Ottanta del XX secolo il tema del riequilibrio tra centro/periferia è stato uno degli obiettivi primari dell’urbanistica e delle politiche urbane mirate alla riqualificazione della città: se ne leggono le potenzialità attraverso le stesse criticità esistenti ese ne ridefinisce concetto e caratteri. La periferia, in tal senso, con i suoi abitanti, le sue dinamiche economiche, urbane e sociali, può essere il luogo deputato ad accogliere le centralità urbane complesse e attrattive del sistema città dimenticando di essere l’area del’esclusione e della marginalità nonché dell’ubicazione lontana degli strati più popolari. Le periferia divengono così luoghi della trasformazione e in trasformazione: il luogo in cui è possibile generare e rinnovare la cultura dello spazio metropolitano e a cui, sembra appartenere, il futuro della città.
Muta inevitabilmente il concetto e il senso del termine periferia: in sintesi, ciò è dovuto principalmente ai seguenti cambiamenti:

  1. la distribuzione delle risorse sul territorio: popolazione e produzione non sono più ubicate esclusivamente all’interno delle aree urbane; un vastissimo habitat risulta ora disperso, a bassa densità e con le relazioni tra territorio, economia e società completamente diverse dai modelli preesistenti sia nella città storico-compatta che nelle campagne;
  2. il disegno del territorio: all’organizzazione gerarchizzata e monocentrica tipica del passato, si contrappone ora un disegno sfrangiato e caotico, che evidenzia il cambiamento delle relazioni tra centri urbani coinvolgendo i territori urbanizzati tra di essi;
  3. il rapporto tra le città centrali e il rispettivo hinterland: le città della cintura stanno cercando una propria specificità e autonomia rifiutandosi di contribuire ancora alla crescita economica di tutta l’area metropolitana;
  4. la struttura organizzativa interna della città, poiché la fabbrica era diventata un elemento organizzatore del territorio. La sua scomparsa “disorganizza” lo spazio e sconcerta gli intorni sociali e territoriali a essa legati;
  5. gli stereotipi estetici: le fabbriche, da sempre considerate brutte, rumorose, luogo della fatica e del dolore, oggi, svuotandosi di funzioni e contenuti, diventano oggetto d’interesse per l’archeologia urbana e potenziali nuovi luoghi centrali;
  6. la composizione sociale della città in continuo mutamento con la relativa ricchezza culturale dovuta alla diversità della stessa, derivante prioritariamente dal ruolo svolto dai flussi migratori degli ultimi venti/trenta anni.

Gli studi sociologici e urbanistici sembrano superare, proprio a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, la contrapposizione centro-periferia nella sua accezione codificata rispetto sia al centro sia alla città contemporanea: M. Vittorini (1992), pur limitandosi al caso romano – comunque estendibile in termini concettuali anche alle altre realtà metropolitane italiane e non – afferma che “il vecchio discorso sull’antitesi fra città e periferia che identifica nella periferia tutto ciò che è marginale rispetto alla città non regge più: da un lato perché l’abitante delle periferie non è più un emarginato, ma rivendica la dignità del suo status di cittadino: dall’altro lato perché statisticamente la periferia, che prima rappresentava una piccola parte della città e si riduceva in borghi “extra moenia”, oggi rappresenta la maggior parte del sistema insediativo. A Roma contro i 100/120.000 abitanti del centro storico, ce ne stanno 300/400.000 nella città consolidata e compatta, quella che ha ancora un tessuto riconoscibile, mentre nelle periferie vivono due milioni e mezzo di sottocittadini. I quali, quindi, non sono una minoranza, ma una maggioranza consistente che non vuole più restare in una condizione di non città”. Vittorini si riferisce soprattutto a quelle realtà fisiche della città di Roma, borgate perimetrate e complessi di edilizia pubblica e popolare, che non debbono più essere considerate aree globali di marginalità. Fino a quegli anni, in termini fisico-spaziali e tipologici è proprio la città pubblica, oltre quella della speculazione edilizia e dei piani non rispettati, a comporre gran parte dello scenario della marginalità urbana. Particolare interesse suscita la cosiddetta periferia della città pubblica (quartiere), ormai a pieno titolo città consolidata, se non storica in taluni casi; essa si configura, oggi, come una città plurale, eterogenea, stratificata e mutevole che ha contribuito sia dal punto di vista morfologico che abitativo a costruire “(…) la fisionomia della città contemporanea (…) indicandone le direttrici di crescita, componendone ampiamente le espansioni (…), proponendosi come dispositivo di riqualificazione e campo di progetti e processi di rigenerazione urbana” (Laboratorio Città Pubblica, 2009).
All’ordine e alla regole delle”isole concluse” dei progetti unitari della città pubblica fa da contraltare il tessuto frammentario e nebuloso della residenza privata e della città abusiva, parte consistente della città e quasi sempre identificata con i caratteri indefiniti e degradati della città contemporanea; F. Zanfi (2008), nel definire la città abusiva, città latente, ne delinea e individua la forza e i caratteri del “più vasto progetto collettivo mai realizzato nel nostro paese: la proiezione nello spazio di un certo modello famigliare, di un immaginario e di un’implicita politica di autorganizzazione che hanno drammaticamente influenzato l’assetto urbano italiano, non solo nel Mezzogiorno (…). La sua costruzione perennemente non finita testimonia – più che una curiosa modalità di crescita “aperta” – l’esplicito fallimento del disegno collettivo che a quel paesaggio è sotteso”. Non ci si riferisce, in questo caso, solo a quei territori costruiti e riconoscibili ma a una porzione della nostra realtà: “una società molecolare che ha costruito uno spazio a sua immagine e somiglianza, senza rispettare regole che non fossero quelle individuali” (S. Boeri, 2011).
Le dinamiche più recenti che hanno investito le trasformazioni territoriali e urbane della città contemporanea, in particolar modo quella europea-occidentale, hanno portato il concetto di periferia oltre le tipologie stesse, sopra citate, dello spazio urbano prodotto per assumere altri significati e relazionarsi/confondersi sempre più con i neologismi che tentano di descriverne i fenomeni trasformativi in atto (città, megalopoli, territorio). In tal senso il binomio centro/periferia sembra, oggi, perdere definitivamente di senso rispetto al suo originario significato per aprirsi al territorio più ampio e a mutevoli situazioni spaziali; a metà degli anni Novanta del secolo scorso il pensatore francese J.F. Lyotard, non solo sottolineava la rottura del binomio città-periferia ma prefigura una periferia che diveniva megalopoli e, al contempo, luogo dell’estraneità: “se l’Urbs diventa Orbs e se la periferia diviene tutta la città, allora la megalopoli non ha più un fuori. E di conseguenza è priva di un dentro”; S. Boeri (2011) afferma: “in Europa c’è ancora chi si ostina a credere che la periferia sia ancora oggi un concetto a matrice geografica, un territorio riconoscibile misurando con un righello la distanza dal centro antico delle nostre città. Ma dove? Ma quando? La banlieue di Parigi è forse uno dei pochi casi europei nei quali la periferia sociale corrisponde ancora all’ultima cintura edilizia prima della campagna. Altrove non è più così, o non lo è mai stato. Nelle città europee, la periferia, il degrado, la povertà, l’assenza di servizi sono un arcipelago e non una cintura. Arrivano ovunque: negli edifici sfitti del centro, nei parchi, nelle fabbriche dismesse. (…) Periferia oggi nelle città europee è una condizione mobile, un’etichetta per paesaggi plurali, eterogenei. La conquista del centro, il “quarto stato” in marcia verso i quartieri borghesi lasciamoli agli incubi di chi crede ancora nel mito di un Centro antico e ricco contrapposto a una periferia recente e abbandonata a se stessa. A chi pensa che la storia corrisponda esattamente alla geografia”. Differente è il concetto di periferia nei cosiddetti paesi in via di sviluppo, vera periferia dell’economia-mondo (Braudel): “la città del terzo mondo è realtà del tutto diversa dalla città dell’industrializzazione, nei modi della sua costruzione e del suo funzionamento, in quelli della sua pianificazione e gestione” (M. Balbo, 2002): è una città in cui si registra il costante aumento della popolazione urbana dovuto all’alto tasso di natalità e all’irrefrenabile flusso migratorio dalla campagna. A un centro consolidato, formale e regolare, si affiancano sterminati insediamenti informali/irregolari caratterizzati da fenomeni di povertà urbana: sono porzioni di città per lo più esito diretto di un processo di urbanizzazione mai completato, come afferma Martinelli riferendosi al caso africano. Questa città è identificata, seppur con le dovute variazioni locali e geografiche, con i termini slum e squatter settlement: sostanzialmente “si intende lo stesso soggetto, ma avente alcune caratteristiche sociali, culturali e economiche diverse: possono entrambe essere identificate come aree depresse per la popolazione che non è completamente integrata socialmente e economicamente. Con slum intendiamo classificare delle vecchie aree degradate o quartieri miseri che si estendono nella città. Questi esistono in quanto i governi non sono stati capaci di costruire adeguate abitazioni per la popolazione immigrante e non hanno tenuto conto dei bassissimi salari dei lavoratori che non potevano permettersi di pagare gli affitti delle normali abitazioni. Si intende quindi un vasto gruppo di abitazioni costruite con materiali di scarto recuperato, come per esempio, legno, ferro e lamiera, con parti fatte di fango e tetti di lamiera ondulata. (…) Con il termine di squatter settlements si intendono aree, precedentemente non abitate, situate al di fuori della città e costruite dagli stessi abitanti. Le abitazioni in questi hanno forme primitive e spesso non sono riconosciute legalmente (…), fatte di legno, latta e cartone, ossia con materiali trovati nelle discariche o sulle strade (…). Le baraccopoli possono essere paragonate a una sorta di campo profughi permanente che versa quotidianamente il proprio tributo all’economia della metropoli” (F. Martinelli, 1992).

Bibliografia

Balbo M., La città inclusiva. Argomenti per la città dei pvs, Franco Angeli, Milano, 2002; Boeri S., L’Anticittà, Laterza, Bari, 2011; Indovina F. (a cura), Nuovo Lessico Urbano, Franco Angeli, Milano, 2006; Koolhaas R., Boeri S., Winter S.K. et al., Mutations, Actar, Milano, 2000; Koolhaas R. e aa.vv., Havard, Great leap forward. Design School Project on the City, Taschen, Colonia, 2002; Laboratorio Città Pubblica, Città pubbliche. Linee guida per la riqualificazione urbana, Mondadori, Milano, 2009; Lyotard J.F., Periferie, in Foucault M. et al., Eterotopia. Luoghi e non luoghi metropolitani, Mimesis, Milano, 1994; Marramao G., La passione del presente, Bollati Boringhieri, Torino, 2008; Martinelli F., Periferie sociali: estese e diffuse, Liguori, Napoli, 2008; Multiclicity.Lab, USE. Uncertain States of Europe, Skira, Milano, 2003; Saggio A., Architettura e modernità. Dal Bauhaus alla rivoluzione informatica, Carocci, Roma, 2010; Secchi B., La città del ventesimo secolo, Laterza, Bari, 2006; Vittorini M., Le città di Roma, in De Martino U., Martinelli F., Roma. Verde e quartieri nella città metropolitana, Bulzoni, Roma, 1992; Zanfi F., Città latenti. Un progetto per l’Italia abusiva, Mondadori, Milano, 2008.

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